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L'abbraccio dei Panda bond

L’Italia è uno dei primi paesi al mondo a emettere titoli in valuta cinese. Parla Caselli (Bocconi)

11 Luglio 2019 alle 19:55

Panda bond

Foto LaPresse

Milano. Nei prossimi giorni il governo italiano, attraverso la Cassa depositi e prestiti, emetterà la prima tranche di 150 milioni di Panda bond, i titoli obbligazionari denominati in renminbi che serviranno per finanziare l’espansione delle imprese italiane in Cina. La notizia è stata annunciata dal ministro del Tesoro, Giovanni Tria, a chiusura del primo forum finanziario Italia-Cina che si è svolto a Milano mercoledi scorso e rappresenta un banco di prova nella costruzione di rapporti bilaterali che si stanno spingendo su un terreno finora inedito che è quello di una reciproca e ampia apertura dei mercati dei capitali.“Il memorandum finanziario sottoscritto tra i due paesi non è altro che un impegno di carattere generale. Per renderlo concreto ci sarà bisogno di una quantità spaventosa di regolamenti attuativi che sono tutti da scrivere e che coinvolgono le rispettive autorità di vigilanza”, avverte Stefano Caselli, Prorettore dell’Università Bocconi, in un colloquio con il Foglio.

 

Per ora, sul tavolo c’è il test dei Panda bond. L’Italia è uno dei primi paesi al mondo ad emettere obbligazioni nella valuta del paese asiatico e la prima tranche è al vaglio delle autorità competenti cinesi che dovrebbero dare il via libera a stretto giro, come ha assicurato sempre Tria. Inoltre, in base agli accordi di marzo scorso, l’emissione potrà arrivare fino a un massimo di 650 milioni di euro, pari a 5 miliardi di renmimbi. Si tratta di un’operazione senza precedenti per il nostro paese e anche molto complessa da realizzare per la diversità di regolamentazioni tra i due paesi. Potrà funzionare? “Premetto che si potrà dare un giudizio solo quando sarà reso pubblico il prospetto informativo - prosegue Caselli che in Bocconi è ordinario di Economia degli intermediari finanziari - Ad ogni modo, a prima vista, sembra un’operazione sensata e pragmatica perchè attraverso un‘istituzione-contenitore, rappresentata dalla Cassa depositi e prestiti, si raccoglie denaro sul mercato dei capitali che successivamente verrà girato alle imprese italiane che vogliono crescere in Cina. C’è da domandarsi, però, chi si assume, e in quale misura, il rischio: la Cdp o gli investitori che sottoscrivono le obbligazioni? Da questo, ovviamente, dipende chi pagherà il conto se le cose per qualche motivo dovessero andare male”. Da quanto si sa, ad assumersi la gran parte del rischio dei Panda bond dovrebbe essere la Cassa guidata da Fabrizio Palermo, il quale ha rivelato che, in attesa delle autorizzazioni delle autorità cinesi alla prima tranche, sono già pervenute adesioni da parte di operatori istituzionali pari a 100 milioni di euro. Un interesse che potrebbe essere giustificato dal fatto che le obbligazioni in renmimbi saranno collocate sul mercato dalla Cdp con una promessa di rendimento particolarmente appetibile, il che ovviamente corrisponde a un costo a carico dell’emittente.

 

“Il secondo aspetto da chiarire è quello dei criteri con cui saranno erogati alle imprese i soldi raccolti dagli investitori – prosegue il Prorettore della Bocconi – perché la riuscita dell’intera operazione dipende molto anche da questo”. Ma, come dice Caselli, occorre attendere il prospetto per vedere nel concreto come si muoveranno Mef e Cdp. In definitiva, con i Panda bond il governo italiano testa la sua capacità di gestire un’operazione regolata essenzialmente dalle autorità cinesi a causa dell’emissione in valuta e di dar seguito agli accordi siglati a Milano che prevedono l’apertura dei reciproci settori finanziari. Nella versione del memorandum comparsa sul sito del Mef nella tarda serata di mercoledì, i due paesi “si impegnano a rafforzare la cooperazione nel mercato finanziario e a sostenere l’espansione delle reciproche istituzioni per inserire i loro titoli, assicurazioni, gestioni patrimoniali in linea con il quadro normativo attuale e con quello futuro”. Una premessa burocratica, che, però, rappresenta una prospettiva concreta per l’Italia che “accoglie con favore l’impegno della Cina ad aprire il settore finanziario, compresa la possibilità per le imprese straniere di detenere fino al 51 per cento delle azioni in titoli, futures e assicurazioni vita e di eliminare gradualmente il tetto nel 2020”. I due paesi hanno concordato di approfondire la regolamentazione nei settori bancario, finanziario e assicurativo nonchè nella vigilanza dei controlli transfrontalieri”.

Mariarosaria Marchesano

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