Ora Tridico vuole rubare il Lavoro a Di Maio, ma sbaglia comunque

Renzo Rosati

Nel suo primo rapporto annuale il presidente dell’Inps parla poco di previdenza e di pensioni

Roma. Che il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, nominato dai 5 Stelle, fervente propagandista e ideatore del reddito di cittadinanza, abbia una elevata opinione del proprio ruolo politico è cosa nota. Professore di Economia del lavoro e politica economica a Roma Tre, è una sorta di ministro-ombra di Luigi Di Maio. Ieri, presentando il suo primo rapporto annuale si è cimentato in un triplo tuffo carpiato: ha dedicato alle pensioni, compito istituzionale dell’istituto, solo tre pagine della relazione annuale su sedici, ha definito “ottimo e solido” il sistema pensionistico italiano, che secondo osservatori che vanno dalla Commissione europea al Finance Studies di Melbourne soffre di problemi di sostenibilità a medio-lungo termine (gli esperti australiani lo classificano al 27esimo posto su 34 paesi) e si è occupato prevalentemente di diseguaglianze e riforme del lavoro, per il quale ha proposto di ridurre le ore lavorate.

  

 

In più, nel breve spazio riservato alla previdenza, ha lanciato l’idea di un fondo integrativo gestito interamente dall’Inps, come alternativa ai fondi privati. “E’ curioso – ha detto – che il maggiore ente di previdenza europeo non abbia un fondo integrativo pubblico. Nel 2018 i fondi pensione gestivano risorse per 167,1 miliardi, il 9,5 per cento del pil, molti dei quali investiti all’estero. La sfida dovrà essere una valida alternativa ai fondi privati ma anche di aumentare gli investimenti diretti nel nostro paese”. Magari questo non è avvenuto per il ginepraio di gestioni speciali che coabitano nell’Inps e la confusione contabile tra previdenza e assistenza, cose che il suo predecessore Tito Boeri non si stancava di denunciare, mentre Tridico l’ha declassata a “riflessione”?

 

“Una riflessione di trasparenza contabile sarebbe necessaria sulla divisione tra spesa pensionistica e spesa assistenziale, essendo quest’ultima finanziata solo con la fiscalità generale”. Tridico però non ha richiesto la separazione di legge che era l’obiettivo di Boeri, e senza la quale appare difficile attrarre adesioni e investimenti in concorrenza con la previdenza privata. Al contrario il presidente dell’Inps vorrebbe una riduzione “urgente” degli orari di lavoro, paragonando le 1.700 ore italiane con la media di 1.500 “nella Ue a 15”, oltre a un altrettanto urgente introduzione del salario minimo. La riflessione contabile, per dirla alla Tridico, dice che la settimana lavorativa italiana di 40 ore supera la Germania, la Francia e i paesi scandinavi ma è inferiore a Regno Unito e Spagna. Tuttavia il primo luglio l’Istat, nel segnalare il calo della disoccupazione sotto al 10 per cento, ha indicato proprio nel basso numero di ore lavorate, inferiore al 2008, la criticità dell’Italia, riscontrabile nella sua bassa produttività. Da tempo l’istituto di statistica indica nel Ula (Unità lavorative annue) il vero parametro a cui fare riferimento per incrociare le ore di lavoro con il numero di persone occupate: e in base a questo parametro, nota la fondazione Di Vittorio, “mancano all’appello 1,2 milioni di ore”.

 

Non solo. L’Inapp, l’istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, il cui presidente Stefano Sacchi interverrà oggi al Festival Luci sul Lavoro a Montepulciano con altri esperti, non pare condividere l’urgenza di rifondazione del welfare e smantellamento delle riforme degli ultimi anni, dalla legge Fornero al Jobs Act, cavallo di battaglia dei gialloverdi. “Grazie a quelle riforme – dice Sacchi – ci sono 2 milioni di lavoratori protetti in più in caso di disoccupazione, rispetto al periodo pre-crisi. Inoltre Fornero e Jobs Act hanno esteso le tutele della cassa integrazione da 5 a 11 milioni di lavoratori, compresi artigiani e apprendisti”. Nella scarna parte dedicata alle pensioni Tridico si è soffermato sulle mancate adesioni (“il 29 per cento meno del previsto”) a quota 100, misura leghista, mentre per il reddito di cittadinanza ha fornito solo cifre assolute, benché il risparmio del primo anno sia stimato in un miliardo su 5,6 stanziati. Né ha detto alcunché sul ritardo e sulla formazione dei navigator, che dovevano garantire il ricollocamento al lavoro.