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Per l'Antitrust il problema non è la poca concorrenza, ma l'Europa

Carlo Stagnaro

Se la relazione di Rustichelli rivela come sarà la sua presidenza, darà a Roma un motivo per lagnarsi dei successi altrui

Roma. L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato non ritiene che in Italia vi siano problemi di concorrenza e di mercato. E’ questa la sintesi della relazione annuale presentata ieri dal neopresidente, Roberto Rustichelli. Nel suo primo intervento istituzionale, egli ha infatti messo in fila tre priorità: alzare le tasse negli altri paesi europei; dare la caccia alle piattaforme digitali; non disturbare il governo. L’unico impegno che potrà mantenere è l’ultimo, e sembra pronto a farlo con abnegazione. Rustichelli ha infatti premesso che “i valori dell’indipendenza, dell’autonomia e dell’imparzialità resteranno la stella polare” dell’Autorità. Subito dopo, ha aggiunto che “mi è assolutamente chiara la necessità… di fare squadra nel contesto internazionale e, in particolare, in quello europeo”. In controluce sembra di leggere la volontà del Garante di porsi non come vigile attento e inflessibile della concorrenza all’interno del nostro paese – che poi sarebbe la sua missione – ma come avvocato dell’avvocato del popolo in sede europea, di fronte alle tante contestazioni di cui siamo oggetto. Questi propositi si traducono immediatamente in un attacco a “quelle asimmetrie e distorsioni competitive che impediscono [al mercato unico europeo] di funzionare correttamente a beneficio di tutti”, cioè la concorrenza fiscale. Rustichelli è esplicito: chiama in causa paesi (Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito) e imprese (“quella che era la principale azienda automobilistica italiana”), imputando agli uni di tenere basso il prelievo tributario, alle altre di ottimizzare il proprio gravame fiscale attraverso scelte di architettura societaria.

 

 

Dietro queste parole c’è una triplice fuga dalla realtà. Anzitutto, una fuga dai dati: alla diversa pressione fiscale corrispondono differenti livelli di spesa pubblica e di rigore contabile. Per esempio, dei quattro paesi citati, tre hanno il bilancio in pareggio o in surplus, e solo il Regno Unito ha chiuso il 2018 con un deficit comunque inferiore al nostro (1,5 per cento del pil contro 2,1). Non è colpa degli altri se noi alziamo le imposte per finanziare quota 100 e il reddito di cittadinanza, con un costo per l’erario ben superiore al gettito perduto dall’Italia a causa della concorrenza fiscale (5-8 miliardi di euro, secondo Rustichelli). Ancora più grave è la fuga di Rustichelli dalle proprie responsabilità: l’Antitrust può denunciare le eventuali distorsioni competitive derivanti dalla fiscalità europea, ma non può occuparsi solo di questo, ignorando del tutto il proprio obiettivo statutario, cioè la concorrenza in Italia. Al contrario, sembra voler fuggire dall’Europa stessa, perché alla durezza delle parole (“l’integrità del mercato unico è posta a repentaglio da pratiche di dumping sociale/contributivo che, favorite dalle delocalizzazioni, si sostanziano nello sfruttamento delle minori tutele previste per i lavoratori nei paesi dell’est”) non seguono le evidenze che ci si aspetterebbe. E, se ci fossero, non andrebbero sollevate durante la relazione annuale ma di fronte alla Commissione Ue. D’altronde, le bordate perdono facilmente di credibilità, se chi la pronuncia si dimostra contemporaneamente cieco, sordo e soprattutto muto su vicende come il salvataggio di Alitalia o le manovre della Cassa depositi e prestiti in Tim.

 

L’unica minaccia al buon funzionamento dei mercati italiani, secondo Rustichelli, viene dal web: da qui un profluvio di richiami per Facebook (citata tre volte), Apple (quattro), Amazon (sei), Google (sette). Non v’è dubbio che le caratteristiche dei business digitali pongano interrogativi sostanziali sia alle autorità della concorrenza, sia a quelle fiscali. Viene però da chiedersi se davvero, in un paese che si colloca al quintultimo posto del Digital economy and society index europeo, la priorità sia arginarne la diffusione, o se piuttosto proprio la scarsa penetrazione delle nuove tecnologie non sia una delle cause della stagnazione della produttività. Se la relazione di Rustichelli ci dice qualcosa su come sarà la sua presidenza, l’Antitrust che abbiamo davanti non metterà al centro il mercato e della concorrenza. Darà al governo quello di cui il governo ha bisogno, cioè una scusa per restare inerte a Roma e piagnucolare a Bruxelles: parafrasando John Belushi nei Blues Brothers, “non è colpa nostra”.