Ci conviene davvero cambiare la politica europea della concorrenza?

Carlo Stagnaro

Si fa strada l’idea di piegare l’Antitrust Ue agli interessi degli stati, ma noi ne usciremmo male. Da Alitalia all’Italia

La riforma della politica della concorrenza è uno dei campi su cui si giocherà la partita per il futuro dell’Europa: il rischio è che sia l’Europa stessa a segnare l’autogol. Gli stati membri hanno sempre mal sopportato il rigore con cui venivano applicate le norme in materia di controllo delle concentrazioni (specie in relazione alle operazioni caldeggiate dai governi stessi) e il divieto di aiuti di stato. Adesso, però, stiamo entrando in una fase nuova, in cui la richiesta di annacquare le regole si fa più forte, complice una certa acquiescenza della Commissione. Un primo banco di prova sarà la decisione sul caso Alitalia, dove ormai le parti giocano a carte scoperte. Ma andiamo con ordine.

 

Il vero punto di svolta è stato giusto un anno fa, quando la Commissaria Margrethe Vestager decise di bloccare la fusione tra Alstom e Siemens, nonostante le forti pressioni politiche in senso contrario. Dove i governi di Francia e Germania vedevano un campione europeo, la Commissione vedeva il rischio di un monopolista in grado di esercitare il suo potere di mercato a detrimento dei consumatori. La reazione di Parigi e Berlino fu rabbiosa e raccolse lo sfogo di un fronte più ampio, con diciannove stati membri pronti a sottoscrivere un generico appello per una politica industriale più assertiva. Fast forward: a maggio 2019 ci sono le elezioni europee, a luglio Francia, Germania e Polonia adottano un non-paper coi loro desiderata sui campioni europei e la politica industriale, e a novembre la neo-presidente, Ursula von der Leyen, apre a un ripensamento della politica della concorrenza. Da ultimo, a febbraio 2020 il nostro ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, si aggiunge ai colleghi francese, tedesco e polacco in una lettera che in pratica ribadisce i contenuti del non-paper. In cambio, ottiene qualche impegno sulle piccole e medie imprese, sia ai fini della partecipazione alle catene europee del valore, sia nell’alleggerimento dei requisiti per erogare aiuti di stato. Ma il rischio è che l’Italia finisca per intestarsi battaglie altrui senza trarne vantaggio.

 

L’integrazione dei mercati è una storia di successo, in cui l’Unione
vale più della somma delle parti. Sarebbe un peccato se, per inseguire
un impossibile equilibrio, fosse proprio la Commissione Ue a suonare
il rompete le righe. In questo contesto, l’Italia rischia di trovarsi
come il proverbiale vaso di coccio tra i vasi di ferro

 

Finora, Vestager ha cercato di tirarla in lungo. Adesso, non può più eludere le richieste da quattro paesi che congiuntamente rappresentano la metà del pil europeo (addirittura il 59 per cento al netto del Regno Unito). Un primo segnale viene dalla cautela nel maneggiare i dossier in materia di aiuti di stato. Proprio ieri, Patuanelli ha detto la sua su Alitalia: intervistato da Radio 24, ha ammesso che il prestito ponte (900 più 400 milioni di euro, più interessi) sostanzialmente non verrà mai restituito, e – anche in caso di condanna – verrà posto in capo alla costituenda bad company. Una vera e propria sfida alla Commissione: se Vestager farà buon viso a cattivo gioco, l’Italia forse porterà a casa un risultato politico, ma saranno gli italiani a pagarne il prezzo. E qui torniamo al tema principale, cioè la riforma della competition policy.

 

Beninteso, ci sono margini di aggiustamento e forse anche di compromesso: la stessa Vestager ha insediato una task force per ragionarci. Ma prima o poi bisognerà fare una scelta. O si accetta di mantenere l’impianto esistente, pur con qualche modifica; oppure, se la creazione di campioni europei è giudicata prioritaria, non stiamo più parlando della revisione della politica di concorrenza, ma del suo tramonto. L’integrazione dei mercati europei è una storia di successo, in cui l’Unione vale più della somma delle parti. Gli ingredienti di questa storia sono proprio il controllo dei merger e il sostanziale divieto di aiuti di stato. Allentare l’uno e l’altro può essere utile a perseguire obiettivi che i governi ritengono “strategici”, ma certo non aiuterà l’economia del’’Unione europea. Né la minaccia dei colossi extraeuropei può essere invocata oltre un certo punto: un conto è sviluppare degli strumenti per contrastare gli abusi di soggetti terzi, magari sussidiati o direttamente controllati dai governi, altro è usare tale questione, di per sé seria, come pretesto per restituire fiato ai dirigismi nazionali. Sarebbe davvero un peccato se, per inseguire un impossibile equilibrio, fosse proprio la Commissione a suonare il rompete le righe.

 

In questo contesto, l’Italia rischia di trovarsi come il proverbiale vaso di coccio tra i vasi di ferro. Da un lato, abbiamo ben poche grandi imprese che possano ambire al ruolo di campioni europei: ammesso e non concesso che la politica dei campioni abbia un senso economico (e non ce l’ha), non saremmo noi a goderne. Tant’è che, ultimamente, siamo stati al centro di una sola partita rilevante (Fincantieri-Chantiers de l’Atlantique), mentre in generale le nostre aziende hanno tratto beneficio dalla politica pro-concorrenziale di Bruxelles. Dall’altro, un potenziale alleggerimento dei vincoli agli aiuti di stato finirebbe per danneggiare soprattutto i paesi che hanno un limitato spazio fiscale: non solo una maggiore tolleranza verso gli aiuti di stato farebbe male all’economia europea nel suo complesso, ma – dovendo fare i conti col vincolo di bilancio – c’è il rischio che finiamo per dare un vantaggio competitivo alle imprese, anche medie e piccole, provenienti da paesi con maggiore capacità di spesa pubblica. Se poi questa eventuale libertà fosse utilizzata per soccorrere le varie Alitalie, i contribuenti italiani potrebbero scoprire che i vincoli non erano del tutto insensati.

 

Non c’è nulla di male nel chiedere un tagliando della politica europea della concorrenza, anche perché il mondo cambia e noi con lui. Nel farlo, però, dovremmo prendere atto che la competition policy è stata un elemento di forza dell’economia e del disegno europeo, non una zavorra. E questo soprattutto a favore dei paesi politicamente meno influenti. Il governo italiano, nel definire la sua posizione, dovrebbe far tesoro dell’adagio anglosassone: “Beware what you wish for”. Stai attento a ciò che desideri.

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