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Perché è meglio preparare imprese e consumatori a un aumento dell’Iva

La maggiore parte dei consumatori italiani ha una visione pessimistica sullo stato futuro dell’economia. Parla Zeller (Nielsen)

18 Maggio 2019 alle 06:09

Perché è meglio preparare imprese e consumatori a un aumento dell’Iva

foto LaPresse

Roma. Da parte del governo gialloverde dare segnali contraddittori in merito a un futuro aumento dell’imposta sui consumi di beni (Iva) e tenere aperta la prospettiva della chiusura domenicale dei negozi è probabilmente il modo migliore prolungare lo stato di incertezza e sfiducia dei consumatori e delle imprese nell’economia.

 

Nel Documento di economia e finanza con le indicazioni per la prossima legge di Bilancio 2020 si legge (pagina 61) che le maggiori entrate, per circa 50,8 miliardi, sono riconducibili prevalentemente alle disposizioni della legge di Bilancio“ ”relative agli aumenti delle aliquote Iva e delle accise”, e si tratta di una conferma. Eppure ancora non è chiaro cosa accadrà in autunno. Tutti gli esponenti politici della maggioranza ripetono che gli aumenti non ci saranno e comunque le clausole a salvaguardia dei limiti di deficit e debito saranno rispettate. E il premier Giuseppe Conte, ancora più contraddittorio, recentemente ha detto che “non sarà facile evitare un aumento dell’Iva… ma ce la faremo”.

 

Secondo Laurent Zeller, presidente e amministratore delegato di Nielsen Italia, è preferibile offrire una prospettiva chiara per dare la possibilità ai consumatori e alle imprese di venditrici di prepararsi a un aumento dei costi dei beni di largo consumo. “Penso sempre sia utile dare tempo ai consumatori di adattarsi a un cambiamento della situazione. Il consumatore è un ‘animale’ che è capace di adattarsi ed elaborare strategie per avere una contropartita favorevole”, dice in un colloquio con il Foglio al convegno annuale delle imprese della grande distribuzione Linkontro che quest’anno ha il tema di come “rigenerare la fiducia”.

 

Come i consumatori si adatteranno è difficile dirlo. In casi analoghi di un aumento dei prezzi, il 59 per cento dei consumatori dice che cercherà in modo attivo dei prodotti in promozione. Il 43 per cento delle persone taglia i prodotti che ritiene non necessari, tra cui i prodotti freschi come cibo e verdura. Oppure pensa di comprare una minore quantità di prodotti o di comprare più prodotti a marchio che sono più economici, o andrà al discount. “Se un aumento dei prezzi viene comunicato con un certo anticipo”, dice Zeller, “cominceranno a usare la tecnologia per riuscire ad affrontarlo: nell’Europa occidentale, più del 50 per cento dei consumatori usano applicazioni per telefoni mobili per fare shopping e questo fenomeno aumenterà”.

 

La maggiore parte dei consumatori italiani ha una visione pessimistica sullo stato futuro dell’economia: l’indice di fiducia elaborato da Nielsen è di 68 punti (un punteggio inferiore a 100 significa pessimismo, superiore invece ottimismo), in Germania è di 104, in Francia 72. In Italia, dal punto di vista delle imprese, poi, la negatività è maggiore perché il divario tra fiducia dei consumatori e aziende si è allargato a partire dal marzo dell’anno scorso.

Quali sono le reazioni dei venditori in caso di aumento dell’Iva? “Ci possono essere due reazioni da parte dei distributori”, dice Zeller: “Cominciare una guerra dei prezzi oppure una guerra delle promozioni. Penso che in questo caso potremmo vedere la seconda ipotesi, e questo potrebbe mettere un po’ di tensione nelle relazioni tra i distributori e i produttori del largo consumo perché i distributori vorranno abbassare i prezzi. In Italia abbiamo il 29 per cento dei prodotti che sono venduti in condizioni promozionali, in alcune categorie, come il settore caseario, arriviamo al 60 per cento. E’ probabile che si verifichi un aumento di queste percentuali e lo stimolo di una guerra sulle promozioni”.

 

Zeller, classe 1958, è stato commissario francese per il Commercio estero e da manager ha lavorato, oltre che in Europa, in Asia Pacifico e Africa. Chiediamo se ha mai visto un dibattito sulle chiusure domenicali come in Italia e come lo giudica dal momento che in Francia, negli anni scorsi, si è discusso del contrario, ovvero di incentivare le aperture che erano vietate per legge. “Chiudere la domenica è una pessima idea se si vuole stimolare i consumi. In Francia se n’è parlato all’opposto che in Italia. In un paese con radici cristiane è tipicamente vietato tenere aperto la domenica: in Francia meno persone andavano in chiesa e allora si è cercato di lasciare libertà ai negozianti. Ora è possibile e i consumi ne hanno beneficiato. In Italia le chiusure sono una minaccia”.

 

La spesa della domenica, secondo Nielsen, conta il 10 per cento degli acquisti totali settimanali. Ma a differenza degli altri giorni ha la spesa media più alta (uno scontrino da 34,9 euro) dopo il sabato (37,3 euro) perché le famiglie comunemente fanno “scorte” proprio in quei giorni. E, soprattutto, gli acquisti domenicali sono aumentati del 6,6 per cento rispetto all’anno scorso, segno che c’è una preferenza maggiore nell’usare il tempo libero per fare la spesa. “La prospettiva è preoccupante. Certo, quegli acquisti non spariranno, ci sarà uno spostamento dei consumi al sabato. Ovvero non ci sarà un calo dei consumi settimanali del 10 per cento, ma magari dell’1-2 per cento. Ma fare shopping alla domenica è anche un servizio, e se questo è vietato per le legge si limita la libertà del consumatore. Il quale di conseguenza potrebbe rivolgersi all’ecommerce e non ai negozi fisici o alle catene dei supermercati italiani”.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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