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Il colpevole non è la Germania

Perché non ci beviamo la bufala che la nostra frenata arriva da Berlino

11 Gennaio 2019 alle 06:00

Il colpevole non è la Germania

La cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier italiano Giuseppe Conte (Foto Imagoeconomica)

Continua a frenare l’economia tedesca, con il settore automobilistico sia per vendite (meno 37 per cento a settembre-ottobre 2018) sia per gli utili. E poiché dall’automotive dipendono 800 mila posti di lavoro e una quota significativa delle esportazioni (a novembre ridotte da 23,8 a 20,5 miliardi; nel 2017 però avevano sfiorato i 300), ecco riemergere la teoria che i guai dell’Italia saranno “importati”. Colpa come sempre della Germania, come già per l’austerity, e dunque dell’Europa e allargando il cerchio del rallentamento globale. Giusta allora, a seguire questo ragionamento, la linea protezionista gialloverde: “Italy first” e assistenzialismo à gogo, per le pensioni come per il reddito di cittadinanza fino alle banche. Come già sul debito, è pura propaganda: i tedeschi infatti lo hanno dimezzato, gli altri paesi europei ridotto, solo per l’Italia lo spread (e quindi il finanziamento dell’economia) rappresenta un problema. Ma se il governo ragiona così, e una fetta di classe dirigente si fa tentare da una mal dissimulata soddisfazione per i problemi tedeschi (fin troppo ostentata quella per la Francia macroniana) siamo alla frutta.

 

La Germania, è vero, è il nostro primo partner commerciale, vale 56 miliardi di merci vendute. Interi settori di indotto padano dipendono dai big tedeschi dell’auto. Ma lì la crisi del diesel viene affrontata incentivando le vendite, qui tassando gli acquisti, così alle aziende si blocca anche lo sbocco interno. Se le esportazioni tedesche rappresentano il 46 per cento del pil da noi sono il 30: il surplus commerciale, assieme alle virtù di bilancio, ha dato alla Germania sei anni di conti pubblici in attivo, mentre in Italia ha finanziato l’erario e la spesa corrente. La logica vorrebbe che si alleggerisca il peso fiscale sulle imprese e sui consumatori, per mettere l’industria in grado di superare la crisi: come fece Berlino nel 2009. Al contrario il governo ha una ricetta puramente assistenzialista, taglia i fondi all’industria e alla ricerca, azzera le grandi opere, aumenta la pressione fiscale di 15 miliardi da qui al 2020. La recessione, che comunque in Germania non ci sarà, in Italia è quasi assicurata. Non fatevi scudo degli altri. Di perfida Albione ne abbiamo già avuta una e si è visto come è finita.

Redazione

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