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La coalizione gialloverde contrasta i piani di Francoforte per Carige

Dopo il silenzio, il diluvio. Il governo lancia l’ipotesi nazionalizzazione e Tria si allinea alla Bce che cerca un partner privato. Cosa può guadagnare o perdere Genova

10 Gennaio 2019 alle 06:11

La coalizione gialloverde contrasta i piani di Francoforte per Carige

Foto LaPresse

Roma. Solo ventiquattro ore dopo la predisposizione di un decreto che mette banca Carige in sicurezza, con un paracadute pubblico per scongiurare una eventuale fuga di depositi, i partiti della coalizione gialloverde, Lega e Movimento 5 stelle, hanno assunto una postura contraria rispetto al processo di rilancio iniziato dalla Banca centrale europea che ha commissariato l’istituto ligure una settimana fa. Il governo caldeggia la nazionalizzazione della banca, mentre la Bce ha come obiettivo quello di una aggregazione con un altro istituto italiano o straniero.

  

Secondo la bozza di decreto per aiutare Carige nel processo di ristrutturazione in seguito al commissariamento del 31 gennaio scorso da parte della Vigilanza della Bce, lo stato pone una garanzia sulle nuove emissioni obbligazionarie per circa 3 miliardi di euro in modo da incentivare investitori privati a prestare denaro alla banca nell’anno in corso e, come estrema ratio, una ipotesi futuribile in caso la situazione dovesse precipitare, predispone una ricapitalizzazione precauzionale da parte del Tesoro che entrerebbe come azionista di maggioranza, com’è stato con il Monte dei Paschi di Siena nel 2017 di cui il Tesoro possiede il 68 per cento delle quote.

   

Carige è stata commissariata a fine anno perché il 22 dicembre 2018 il principale socio, Malacalza Investimenti di Vittorio Malacalza, non aveva voluto aderire a un aumento di capitale che avrebbe migliorato i requisiti patrimoniali dell’istituto motivando per la prima volta in assoluto l’intervento emergenziale da parte della Bce. La decisione di Malacalza ha rappresentato anche un attestato di sfiducia verso i vertici da lui stesso scelti, l’ad Fabio Innocenzi e il presidente Pietro Modiano, che stavano predisponendo un nuovo il piano industriale, determinando un serio problema di governance dell’istituto. Fino ad allora il governo gialloverde non aveva preso posizione. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il vicepremier, Luigi Di Maio, si erano in seguito limitati a dire di osservare la situazione attentamente e senza preoccupazione. Ieri invece, successivamente al “decreto paracadute”, il vicempremier Matteo Salvini e Di Maio sono andati oltre affermando che è obiettivo del governo quello di portare la banca sotto controllo pubblico benché sia una ipotesi lontana dall’essere attuale.

   

“Il nostro obiettivo è quello di riportare Carige sotto il controllo dello stato, in modo che i futuri profitti, se ci saranno, vadano a beneficiare il paese e non qualche privato”, ha detto Salvini. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Gian Carlo Giorgetti, vede la nazionalizzazione come ipotesi concreta. Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, leghista genovese, teme scalate. “Non è un salvataggio ma una nazionalizzazione – ha invece detto al Fatto quotidiano Di Maio – Non la ripuliremo per venderla e non faremo favori”.

     

Per l’ex presidente di Carige Modiano, ora commissario insieme a Innocenzi e Raffaele Lener, la nazionalizzazione “non è sul tavolo” e “non è necessaria”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha invece detto che una “soluzione di mercato sarebbe preferibile”, ponendosi in linea con gli auspici della Bce. L’obiettivo della Banca centrale europea e dei commissari straordinari è infatti quello di portare Carige a “nozze”, o meglio, di farla comprare da un altro attore. Sabato scorso in un’intervista al Sole 24 Ore Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza del meccanismo di Vigilanza unica, ha ricordato che “la Bce ha suggerito in passato di considerare la possibilità di aggregazione con un altro istituto, per sfruttare sinergie e diversificare meglio i rischi”.

    

S’avanza insomma un conflitto tra partiti di governo e Francoforte su quale sia l’approdo del commissariamento di Carige. E’ una divergenza palese che non giova probabilmente alla percezione dall’estero su come la crisi Carige è gestita in Italia. Dalla stampa in Germania s’odono già critiche feroci per l’ennesima crisi bancaria italiana. “Deve andare in bancarotta – scriveva la Frankfurter Allgemeine Zeitung – “perché i suoi 3,7 miliardi di euro di prestiti a rischio insolvenza rappresentano una minaccia per il sistema bancario europeo nel suo complesso”. Il quotidiano riferimento della “City” tedesca nota come “persino il nuovo governo italiano non osi lasciare banca Carige andare in fallimento, ancora una volta una banca viene salvata con aiuti di stato e una promessa viene infranta”. Dal momento che sia Lega sia M5s si erano impegnati a non usare soldi pubblici per salvare banche periclitanti.

    

La bancarotta è esagerata, per ora

“Anche il sistema bancario tedesco è in difficoltà, un po’ per l’inefficienza delle Landesbanken e un po’ perché il colosso Deutsche Bank è considerato estremamente rischioso. Ma per Carige è poco probabile la possibilità di fallimento al momento”, dice al Foglio Marco Di Antonio, professore di Economia delle aziende di credito e strategia e governance degli intermediari finanziari all’Università di Genova. “La situazione di Carige dopo l’intervento della Bce, e dopo il decreto, è solida perché ha alle spalle lo stato che può fare dormire sonni tranquilli ai genovesi rispetto a scenari apocalittici – aggiunge Di Antonio –. Non è al momento prevedibile una conclusione traumatica, il management ha tempo e soldi per trovare un partner. Prima del commissariamento davo un’acquisizione al 70-80 per cento di probabilità, oggi al 110 per cento. Sarà una acquisizione da parte di un soggetto più forte e non una fusione tra pari come si era ventilato in passato”.

   

In passato il socio di maggioranza Malacalza aveva resistito a offerte straniere, come quella del fondo americano Apollo, e dal 2014 a oggi, non ci sono state concrete possibilità di aggregazione. Tuttavia il modello di banca territoriale che fa credito alle imprese locali non ha retto e la Banca centrale europea spinge per aumentare la dimensione di Carige. “Malacalza era entrato con l’idea di difendere la banca cercando di contrastare le ipotesi di fusione e aggregazione – dice Di Antonio – rispetto alle grandi banche commerciali e alle poccole banche specializzate e all’avanguardia. Carige era un po’ in mezzo al guado, cioè una banca media, in un territorio difficile. Certamente – continua – ci sono fattori di cambiamento che spingono all’aumento delle dimensioni per fare economie di scala e di scopo con investimenti in tecnologia. Le dimensioni danno valore alle banche che cercano tendenzialmente di crescere. Carige cresceva comprando sportelli (in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Umbria, Sicilia e Toscana) e cercando di tenere la sua autonomia. Si sono poi aggiunti problemi oggettivi – dice il professore di Genova – la gestione si è fratturata sono cambiati quattro vertici in quattro anni. Con questa frequenza è difficile che si possa seguire un disegno strategico”.

   

Tuttavia, secondo Di Antonio, con una acquisizione da parte di una società straniera o italiana di Carige Genova perderà molto della sua centralità. “Nel momento in cui Carige fosse acquisita di certo non fallisce come dicono i giornali tedeschi, ma il territorio perde sostanzialmete la sua banca, suoi i centri decisionali. Resteranno la rete di sportelli e il marchio ma sarà una rete commerciale, mentre le decisioni strategiche saranno degli organi apicali che di certo non saranno in Liguria ma dove risiede la banca acquirente che sia Parigi, Francoforte o Milano”.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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