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Oltre lo spread il mercato valuta i “fondamentali” deboli dell’Italia

Ciclo economico e debito. Il governo spera in una crescita lusinghiera, gli analisti si preoccupano dei fattori atavici che la frenano. I risultati di una ricerca di Axa Im sugli ultimi 20 anni del pil: "Il problema è la struttura industriale del paese"

9 Ottobre 2018 alle 19:09

Oltre lo spread il mercato valuta i “fondamentali” deboli dell’Italia

Giovanni Tria in audizione sul Def (foto LaPresse)

Milano. Martedì il ministro delle Finanze, Giovanni Tria, nella sua audizione in Parlamento sulla nota di aggiornamento del Def, ha sottolineato che è “inaccettabile il divario tra la crescita economica dell’Italia e quella degli altri paesi”. Ma allo stesso tempo in audizione prende atto che, di fronte a un contesto internazionale che non è più quello di sei mesi fa, “il profilo di crescita tendenziale del nostro paese si colloca a un livello più basso” rispetto alle stime fatte dallo stesso Mef lo scorso aprile e su cui è stata basata la prima versione del Def. Ovvero “1,2 nel 2018, 0,9 nel 2019 e 1,1 nel biennio 2020-2021”, ha detto Tria. Il ministro ha sostanzialmente adeguato le previsioni a quelle dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale provando anche a spostare il focus del dibattito dai “numerini” sul debito pubblico all’economia reale. Ma proprio questo rischia di essere un terreno franoso su cui misurare la credibilità del Def, che dovrà passare all’esame della Commissione europea.

 

Tra gli analisti si parla di un altro deficit, quello di crescita dell’Italia che è strutturale. Alessandro Tentori, numero uno di Axa Investment Managers, con alle spalle una formazione di economista tra Vienna e Londra, dice al Foglio: “Non è tanto la sensibilità del pil italiano al ciclo economico globale che mi preoccupa, quanto il livello di crescita media degli ultimi venti anni che evidenzia una carenza strutturale rispetto allo sviluppo che il pil ha avuto nell’Eurozona e negli Stati Uniti”. Da una ricerca realizzata da Axa IM emerge, infatti, che a partire dal 1999 il nostro paese è cresciuto a un tasso medio dello 0,5 per cento rispetto all’1,5 per cento dell’Eurozona (il triplo) e al livello ben più elevato del 2,2 per cento registrato negli Stati Uniti. “La crescita potenziale è uno dei nodi chiave per l’equilibrio tra crescita reale, finanza pubblica e mercati finanziari – prosegue Tentori – E bisogna tenere conto del fatto che essa limita per definizione il margine di operatività di ogni governo Italiano”.

 

Ma a che cosa è dovuto questo divario? “Le cause sono da ricondurre a mio avviso – dice Tentori – a una architettura industriale non appropriata a competere con il fenomeno della globalizzazione. L’Italia sconta scelte di politica industriale fatte tanto tempo fa, che si sono appiattite sul modello della piccola e media impresa, a differenza, per esempio, della Francia, che si basa su un modello misto in cui la grande industria convive con dimensioni produttive minori”. Insomma, di “fondamentali” si parla spesso accostandoli all’aggettivo “solidi”, in questo frangente però sono i “fondamentali” storicamente fragili a preoccupare gli analisti. “Sarebbe riduttivo concentrare la discussione esclusivamente sui limiti fiscali del Trattato con l’Unione europea. Altrettanto miope è non evidenziare il ritardo dell’Italia in un contesto socio-economico che ha visto l’epocale transizione della Cina e delle economie del sudest asiatico. Questi paesi sono riusciti a mettere a dura prova la struttura delle pmi del nord-est italiano, per esempio, e meno le produzioni ad elevato valore aggiunto dell'industria tedesca”.

 

Qual è la conclusione in rapporto al tema della manovra economica del governo gialloverde? “Partiamo da un punto: il debito pubblico dell’Italia è sostenibile. La politica molto oculata fatta dal Mef con l’allungamento della vita residua dei titoli in scadenza durante il periodo del Quantitative easing, fa si che un allargamento dello spread Btp-Bund sia molto meno oneroso che in passato. Ma attenzione, il margine di errore è davvero esiguo. Stime troppo ottimistiche sulla crescita e sul bilancio primario, piuttosto che sull’inflazione e quindi sull’effetto di deflazione dello stock di debito pubblico, potrebbero portare fuori strada”, conclude l’esperto.

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