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L'urgenza di un'alternativa anti default

Claudio Cerasa

Il punto non è se la slavina diventerà valanga ma è quando lo diventerà. Le paure di Banca d’Italia, la bocciatura dell’Ufficio di bilancio. Perché Salvini e Di Maio farebbero bene a capire cosa rischia un paese a giocare con banche e bancomat

Se Matteo Salvini e Luigi Di Maio decideranno di non correggere la legge di Stabilità, come promesso ieri sera in una nota congiunta in seguito alla clamorosa bocciatura della manovra da parte dell’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Italia rischia di avvicinarsi alla strada che porterebbe alla sua progressiva perdita di accesso al mercato. In altre parole: il default. Si può far finta di considerare solo puro folclore l’allarme arrivato negli ultimi giorni dalla Banca d’Italia, dalla Corte dei conti, dalla Bce, dal Fmi, dalla Commissione europea. Ma il dato vero da mettere a fuoco una volta per tutte è che la direzione scelta dal governo del cambiamento è destinata a diventare come una slavina che si stacca a poco a poco da un ghiacciaio. E il punto oggi non è più se la slavina diventerà una valanga ma è quando lo diventerà. E se vogliamo giocare con i numeri, l’arrivo della valanga oggi è legato a due cifre che varrebbe forse la pena fissare nelle nostre teste. Il primo numero è 2 per cento. Il secondo è 400.

 

Il 2 per cento è la correzione del rapporto deficit/pil che una delle tre grandi agenzie di rating (S&P) ha fatto sapere poche settimane fa in una riunione a porte chiuse a Milano che considererebbe sufficiente per evitare di declassare il debito pubblico italiano. Ma una correzione di questo tipo, rispetto al 2,4 per cento di oggi, costringerebbe Salvini e Di Maio a rinnegare la propria linea di rottura con il passato, e con le regole dell’Europa, ed è difficile che nel giro di pochi giorni si possa manifestare una svolta dei gemelli diversi dello sfascio populista (il rating dell’Italia, che oggi si trova solo a due caselle dallo stato di “spazzatura”, verrà valutato entro la fine del mese). E senza una svolta, e senza una contestuale dichiarazione di amore per l’Europa e per l’euro, l’arrivo della slavina è legato al raggiungimento di quota 400 punti.

 

La quota 400 punti è l’asticella dello spread superata la quale, come ha ricordato lunedì sera un report di Credit Suisse, diventerebbe probabilmente necessario per le banche effettuare aumenti di capitale per ripristinare i coefficienti patrimoniali. Ieri lo spread è arrivato a quota 315, per poi chiudere a 292, e se le banche italiane, che hanno in pancia diversi miliardi di titoli di stato (circa il 12 per cento degli attivi), dovessero entrare in sofferenza a causa della progressiva insostenibilità del nostro debito la slavina generata dall’aumento dello spread potrebbe portare a due scenari da incubo.

 

Il primo è questo: un’asta convocata dal Tesoro per piazzare titoli di stato (ogni anno sono 400 miliardi di euro che devono essere rifinanziati) che finisce deserta.

 

Il secondo è la parola che nessuno ha il coraggio di pronunciare ma che potrebbe diventare qualcosa in più di un brutto sogno nel caso in cui la direzione scelta dal governo del cambiamento dovesse continuare a essere coerente rispetto alle sue promesse: i bancomat, ovvero la corsa a ritirare i risparmi dalle banche.

 

I due scenari descritti possono sembrare lontani nel tempo ma rischiano di essere purtroppo la conseguenza del messaggio su cui Salvini e Di Maio hanno scelto di puntare difendendo la decisione di non rispettare le regole relative alla riduzione del deficit strutturale. A voler essere onesti, hanno ragione Salvini e Di Maio a dire che l’Italia non è l’unico paese in Europa ad aver chiesto uno sconto sulla riduzione del deficit strutturale. Ma il dato che ha generato il panico tra gli investitori non è tanto il livello del debito pubblico previsto dal Def nel 2019 (il cui calo è stimato da 130,9 a 130, ma è un calo legato a una scommessa spericolata: il governo sostiene che il pil nel 2019 salirà dell’1,5 per cento, mentre ieri il Fondo monetario ha stimato che la crescita sarà solo dell’1 per cento). E’ piuttosto il combinato disposto tra le regole non rispettate da un paese che ha il più alto debito pubblico d’Europa dopo la Grecia e il sospetto che la violazione delle regole possa essere un cavallo di Troia usato dal governo per fare quello che nel passato hanno promesso sia Salvini sia Di Maio: uscire dall’euro. E’ possibile che i due vicepremier abbiano messo in conto l’opzione della slavina. Ma l’impressione che si ricava dalla traiettoria scelta dal governo (ieri, uno dei vicepremier ha invitato Bankitalia, preoccupata per il Def, a presentarsi alle elezioni) è che mai Di Maio e Salvini avrebbero immaginato che la slavina si sarebbe avvicinata così presto. E dato che il problema dell’Italia oggi è solo un problema di carattere politico, come dimostra il fatto che in Europa è solo il nostro paese ad avere registrato una crescita improvvisa dei rendimenti dei titoli di stato, e dato che non si intravedono all’orizzonte nuovi scenari alla Mario Monti, la risoluzione del problema dovrà essere politica. O con una svolta del governo o con un altro governo o con le elezioni. E il tempo necessario per trovare un’alternativa potrebbe essere minore di quello che si crede. Perché Salvini e Di Maio non stanno sfidando l’Europa, ma la realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.