Alla prossima crisi le Banche centrali argineranno i populismi?

Alberto Brambilla

Una “nuova recessione” non si nega mai. Perché il Qe è irripetibile e servirà un’idea per aiutare direttamente l’economia reale

Roma. Agli analisti e ad alcuni economisti piace preoccuparsi per “la prossima crisi”. Dal momento che l’economia fluttua tra cicli di espansione e cicli di contrazione più o meno prolungati è logico aspettarsi un rallentamento dopo un’accelerazione. In fondo, dopo dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers, l’economia mondiale ha sperimentato una decade di sostanziale recupero. Un recupero che continuerà durante l’anno prossimo dal momento che gli Stati Uniti perseguono una politica espansiva in deficit, la Cina prosegue con politiche creditizie e di finanza pubblica molto lasche, e l’Europa è ancora in ripresa e la Banca centrale europea non prevede una recessione per l’area euro dato perché è suo compito guardare il blocco nel complesso, e non i singoli stati e relativi focolai di crisi.

 

Joachim Fels, managing director del fondo Pimco, aveva indicato come data clou il 2020, ma senza pretesa di essere una cassandra infallibile. Fels aveva segnato quell’anno, in un report del 2016, a titolo indicativo, come a dire “sarà più tardi che prima… o che mai”. Una delle ragioni della previsione sta nella constatazione che tra due anni le politiche espansive delle principali Banche centrali, Federal Reserve, Bank of England e Banca centrale europea, saranno esauriti. La Bank of Japan è un caso a parte dal momento che dispiega una politica monetaria ultra accomodante dagli anni Novanta, in sintonia con il governo di turno di qualsiasi colore sia.

 

Ci sono ovviamente delle sfumature di cui tenere conto. A guardare il “core business” delle Banche centrali, ovvero la dinamica dell’inflazione, si potrebbe dire che si sta costruendo una crescita dei prezzi generalizzata. Ma, di contro, considerando un rallentamento dell’economia in futuro, tale previsione dovrebbe essere ridimensionata. Le pressioni salariali stanno crescendo e ci potrà essere una crescita degli utili aziendali. È quindi possibile un aumento rapido dell’inflazione di fondo (depurata dai prezzi dell’energia e dei beni alimentari) negli Stati Uniti l’anno prossimo.

 

Ma altrove la situazione non è identica se si prevede un rallentamento dell’economia, utili aziendali stabili e una discesa lenta del tasso di disoccupazione, con aumenti salariali confinati a certe economie. Quest’ultimo è il caso dell’Europa. In questo contesto è perciò possibile che le Banche centrali, la Bce in particolare, perseguano una cauta normalizzazione delle politiche monetarie, secondo una logica di “guarda e aspetta”. Ma cosa succederà dopo? Come dovrebbero prepararsi a un’eventuale recessione? È interessante il discorso di Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos-Julius Baer, il quale sostiene nella sua nota del 14 settembre che dopo avere sperimentato il Quantitative easing con l’acquisto di titoli pubblici e obbligazioni aziendali pubbliche e private, le Banche centrali non potranno ripetersi. “Questa è davvero l’ultima volta che dedicano un’attenzione così ampia e concentrata su bond e azioni nella speranza che in queso modo si riattivi l’economia reale. La prossima volta si punterà direttamente sull'economia reale”.

 

Ovvero “la prossima volta le Banche centrali potrebbero comprare (direttamente o finanziando il Tesoro) meno bond e più, petrolio, acciaio, case, auto e tutto quello che si riuscirà a cartolarizzare. Contemporaneamente, si creerebbe la possibilità di finanziare con moneta, e non con debito, una nuova spesa pubblica. Le istanze populiste di spesa e reflazione, che oggi mettono sotto pressione l’establishment, verranno in qualche modo riassorbite dal mainstream”, conclude Fugnoli. Le Banche centrali dovrebbero fare colare la liquidità, che nell’edizione precedente ha gonfiato i corsi di Borsa, direttamente verso Main Street. In altri termini se hanno aiutato la finanza soprattutto, la prossima volta dovranno aiutare il popolo ed evitare altri rigurgiti populisti. Ammesso che ci sarà recessione, s’intende.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.