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L’Ilva è lo specchio di un paese in guerra con se stesso

Giustizialismo, sindrome del No, approssimazione della politica, populismo disfattista. Perché l’acciaieria di Taranto è la summa dei problemi incrostati d’Italia

4 Settembre 2018 alle 10:39

L’Ilva è lo specchio di un paese in guerra con se stesso

Foto LaPresse

Nella retorica morta politico-sindacale, la risposta pavloviana pigra e incompetente a ogni crisi industriale, è sempre la stessa: è colpa della globalizzazione, delle multinazionali. Questa è una storia in cui le responsabilità sono tutte nostre e semmai l’apertura a esperienze internazionali positive può rappresentarne la soluzione. E’ la storia di Ilva, il cui nome deriva dal nome latino dell’Isola d’Elba. E’ la tipica storia italiana in cui si parte da una grande intuizione ma che presto per l’incapacità di sommare le energie e conciliare le esigenze, si trasformerà in un disastro.

  

Il 9 luglio 1960 fu posata la prima pietra del più grande, centro siderurgico italiano ed europeo. A pochi passi dalle estreme propaggini della città di Taranto estirpando decine di migliaia di alberi d’ulivo. Molti anni dopo per lo stabilimento a pochi chilometri di Leonardo a Grottaglie, che costruisce le fusoliere del Boeing 787, gli ulivi vennero espiantati e portati vicino alla città. “Il primo altoforno entrò in funzione il 21 ottobre 1964, il secondo il 29 gennaio 1965. Dopo una fase di rodaggio, il 10 aprile 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugurò ufficialmente il quarto centro siderurgico del Paese (quarto in ordine di tempo, dopo quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli), il più grande di tutti”.

  

In questa storia le responsabilità sono tutte nostre, semmai l’apertura a esperienze estere positive può essere la soluzione 

Nel 1948 il governo italiano aveva approvato il  Piano Sinigaglia, dal nome dall'ingegnere ed imprenditore, presidente delle acciaierie Ilva all’inizio degli anni Trenta, perseguitato dal regime fascista in quanto ebreo, poi presidente di Finsider, il ramo dell’Iri che comprendeva le aziende siderurgiche in mano pubblica, tra cui l’Ilva, la Terni, la Dalmine e la Siac (Società Italiana Acciaierie di Cornigliano). Il Piano prevedeva un forte aumento della capacità produttiva della siderurgia nazionale, attraverso la ricostruzione dello stabilimento di  Genova-Cornigliano  e l’integrazione verticale delle lavorazioni negli stabilimenti di  Piombino  e  Bagnoli. Erano anni diversi con persone come l’ingegnere capaci di non relegare le politiche al “ricatto di breve termine” della politica attuale, o al “quotidiano” della recentissima. In un  articolo  del 1948 intitolato “ The future of Italian iron and steel industry”,  Sinigaglia aveva spiegato la sua strategia: l’Italia era un paese sovrappopolato le cui risorse non consentivano ai suoi abitanti di raggiungere standard di vita paragonabili a quelli dei paesi europei più ricchi. L’emigrazione non poteva rappresentare la soluzione al problema ed era, quindi, necessario analizzare tutte le risorse disponibili con grande attenzione. Fra esse, l’agricoltura che, però, secondo Sinigaglia, date le caratteristiche geografiche dell’Italia, non era in grado di migliorare la situazione precaria del paese. La speranza poteva essere, invece, riposta, nell’industria, nonostante la scarsità di materie prime e combustibile, e, in particolare, nella siderurgia che avrebbe assicurato almeno la produzione di acciaio a prezzi moderati, necessaria a fornire semilavorati agli altri settori industriali. Quando si decise di costruire un altro stabilimento siderurgico nel sud, dopo quello di Bagnoli, la scelta ricadde su Taranto per diverse considerazioni di natura tecnica, logistica – fra le altre le caratteristiche del Golfo tarantino che consentivano di costruire un Porto capace di accogliere navi per il trasporto delle materie prime e la spedizione dei prodotti – e, naturalmente, politica. “Ma soprattutto c’era già una città militar-industriale di 170 mila abitanti sorta intorno alla base della Marina e all’Arsenale, e attraversata da una violenta crisi occupazionale. “Taranto non deve morire”, uno slogan usato recentemente, nasce, in realtà in quegli anni, pre Ilva: il disfacimento della produzione bellica e il ridimensionamento dei cantieri navali avevano già segnato la città moderna sorta pochi decenni prima accanto alla città vecchia in cui per secoli la vita era stata racchiusa, proprio come in un’ostrica, in un dedalo di vicoli e in un gomitolo di case accatastate le une sulle altre. Nel 1971  Antonio Cederna scriveva sul  Corriere della Sera  che quello tarantino gli appariva a tutti gli effetti “un processo barbarico d’industrializzazione. Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi 2000 miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento”. Ciononostante, alla metà degli anni Settanta, si procedette al raddoppio del centro siderurgico che portò gli assunti diretti al numero esorbitante di oltre ventimila dipendenti, e quelli dell’indotto a oltre quindicimila. Il raddoppio estese ulteriormente la superficie della fabbrica. Le basi del vero gigantismo industriale, che oggi rendono di fatto complicatissima qualsiasi via d’uscita del caso-Taranto, sono state gettate allora. Negli anni Settanta, i sindaci dei comuni limitrofi modificano i piani regolatori per costruire sempre più vicino alla fabbrica. Anche lo stabilimento di Gand (Belgio), preso a riferimento da Arcelor Mittal come modello e già contestato da Peacelink per emissioni di CO2 e polveri sottili, è nato come quello tarantino, nel 1962, a una decina di chilometri dal centro abitato. La differenza è che da allora hanno evitato di costruirvi attorno.

    

Taranto, città delle contraddizioni

Un buon accordo non può accontentare tutti: senza compromessi sarebbe un pezzo di carta che non impegna nessuno 

Qui no, cresce la fabbrica e si cambiano i piani regolatori per poter costruire case sempre più a ridosso, proprio nel 1971 in cui iniziano le prime manifestazioni in difesa dell’ambiente. Il reddito medio della provincia di Taranto era migliore delle altre province del mezzogiorno, ciò non può giustificare gli scarsi investimenti in interventi ambientali. Con la fine delle partecipazioni statali e l’avvio dei processi di privatizzazione, alla metà degli anni Novanta, lo stabilimento venne rilevato dal Gruppo Riva che, da subito, adottò politiche di gestione della forza lavoro e delle relazioni sindacali molto dure. Si dotarono anche della loro versione dei “reparti confino” presi dall’esperienza Fiat pre-Marchionne, degli anni ’50 e ’80, con la famigerata palazzina Laf. Fabio Riva nella primavera precedente il sequestro si lamentò con il mio sindacato locale perché usavo il termine eco-sostenibilità sui giornali. Ciò fa capire in che mondo vivessero. Sia pubblica che privata, un colosso del genere, generalmente è generativo di nuovo tessuto industriale e di ceto imprenditoriale autoctono. L’impresa pubblica porta inquinamento, benessere economico ma anche tanta cultura della commistione e dell’assistenza anche nell’indotto. Nel 2009 una legge regionale del governatore pugliese Nichi Vendola avevano fissato dei limiti più stringenti sulle emissioni di diossina. Purtroppo l’impianto era carente della sensoristica per il monitoraggio e fu necessario per dare operatività a quelle misure un accordo che firmammo tutti con Gianni Letta a Palazzo Chigi. Mentre la Cremaschi (Fiom) e Camusso (per la Cgil) firmarono ma aggiunsero “per presa d’atto”. Preferisco non commentare. Vendola fu demolito pubblicamente per l’imbarazzo dovuto alle intercettazioni telefoniche con i Riva, ma in realtà fu senza dubbio più concreto dell’attuale gestione della Regione Puglia. Non solo: il 26 luglio 2012 venne disposto il sequestro di tutta l’area a caldo di Ilva (cuore dello stabilimento a ciclo integrale), cui seguirono provvedimenti giudiziari nei confronti della famiglia Riva e di alcuni dirigenti, e arresti. Il reato imputato è “disastro ambientale”. La situazione era nell’aria dalla primavera. L’indagine andava avanti, i Riva non dimostravano nessuna capacità di ammettere responsabilità, riconoscere errori di valutazione. Si sentivano “padroni”, ma senza la crescita culturale che sarebbe stata necessaria dopo il salto di qualità da trasformatori del ciclo del rottame a proprietari del più grande centro siderurgico d’Europa, e senza rispetto per l’ambiente e la salute di operai e cittadini.

  

L’ambientalismo cieco e il sequestro

26 luglio 2012. Quella mattina stavo andando a Torino in Alenia Aermacchi ma, apprese le notizie, corsi a Taranto. Quel giorno fu drammatico: i lavoratori invasero la città e bloccarono le uniche due strade di accesso, la SS 100 e la SS 106. Rabbia e disorientamento erano fortissimi. Dallo stabilimento, fin oltre il Ponte girevole, vi erano blocchi ovunque. Risalendo l’Appia con i ragazzi della Fim, ci avvicinammo alla città e, superato il Ponte di pietra, il sostegno forte al Sindacato mutò in una crescente ostilità nei nostri confronti. Le manifestazioni erano in mano alle associazioni ambientaliste e di qualche lavoratore. Il loro posizionamento era netto: “La procura fa bene a chiudere la fabbrica, perché Taranto deve avere un altro futuro”. Rocco Palombella, il segretario nazionale della Uilm, era di casa, essendo originario di Taranto. Maurizio Landini, della Fiom, arrivò durante la notte. Organizzammo un’assemblea per la mattina seguente, alla portineria D dello Stabilimento. Avevamo 11 mila persone davanti: non fu un’assemblea facile, in particolare per la Uilm che era considerata l’organizzazione di maggioranza e più vicina alla direzione aziendale. Ma fu importante. Solo uno sprovveduto può sottovalutare la reazione di un oceano di lavoratori ai quali si vuol far pagare tutto il conto due volte, in termini ambientali e poi anche occupazionali. Il sindacato serve pure a questo, a dare forma e contenuto alla rabbia e alla disperazione. Sono momenti in cui scappano tutti e con le persone restano solo i sindacalisti. Per dare contenuto e forma alla rabbia e alla disperazione bisogna esserci, rischiare, mostrare la faccia. La Fim e la Uilm presidiarono tutte le assemblee lungo i blocchi stradali, mentre il gruppo dirigente della Fiom rimase più indietro. Iniziò a serpeggiare l’idea che chi scioperava lo facesse “contro la magistratura”. Ricordo che addirittura le bottiglie d’acqua distribuite dalla mensa per ristorare i manifestanti dal feroce caldo della Via Appia vennero considerate nella trasmissione Rai di Gad Lerner un “fiancheggiamento da parte dei Riva”. C’era molta rabbia: l’azienda provava ad utilizzare i lavoratori come scudo contro la magistratura, mentre la magistratura considerava la produzione un “evento criminoso” e, pertanto, da impedire. Girò la voce allarmante che il tribunale avrebbe chiuso per ferie in agosto e avrebbe riaperto a settembre. In questo clima velenoso, il sindacato organizzò la manifestazione cittadina del 2 agosto, famosa perché durante l’intervento del segretario della Fiom, il “Comitato dei lavoratori e cittadini liberi e pensanti" fece irruzione sul palco con Apecar e fumogeni. Insieme ai delegati Fim dell'Ilva lasciammo per ultimi il palco perchè sapevo, che avremmo dovuto abbandonare la piazza per molti mesi, e così fu. Ancora oggi continuo a non capire perché chiedere a gran voce che la “giustizia” non facesse pagare il conto due volte ai lavoratori fosse “un atto ostile alla procura”. E’ certamente giusto che la magistratura intervenga, ma è anche necessario comprendere gli effetti del proprio intervento su quanti non hanno alcuna responsabilità delle decisioni assunte. Non può essere colpa dei lavoratori se a Taranto non si è riusciti a conciliare ambiente e sviluppo, come invece accade altrove.

  

Una politica litigiosa delega la politica industriale ai magistrati

A Taranto hanno fatto fortuna politici di ogni risma nella contrapposizione tra industrialismo ottocentesco e ambientalismo cieco 

Prima di tutto bisogna dirlo con chiarezza, la magistratura ha molti meriti in questa vicenda che si trascinava da troppo tempo, vittima di tatticismi e ritardi imperdonabili. L’iniziativa di rottura è meritoria. Ma in un paese che ha fatto poco e male politica industriale, di certo questa non può essere abdicata alla magistratura. Processi lumaca, dibattimento avviato cinque anni dopo rischiano di avere poco effetto sulla ricerca e la sanzione dei responsabili, mentre una portata più ampia sul resto. Lo stallo in Ilva ha determinato la perdita immediata di clienti e una sofferenza imprevedibile all’azienda, che ha completamente perso la reputazione (gli americani sono stati i primi ad andarsene, e poi perfino Fiat, diventata americana anch’essa) e poi anche la capacità operativa (la commessa per i tubi del gasdotto Tap l’hanno vinta società estere) e pure le competenze (Ilva aveva ingegneri giovani e preparati che sono andati altrove, alcuni all’estero non hanno certo fatto fatica a ricollocarsi, ma noi li abbiamo persi). Questo è l’effetto dell’inchiesta costruita sull’acqua: in tutti i paesi del mondo di fronte a comportamenti illegali del management o dei proprietari, si separano le sorti dell’azienda da quelli della direzione aziendale. A Taranto hanno fatto fortuna il politico che ha appoggiato l’industrialismo ottocentesco, quello che considera inevitabile produrre e inquinare, e il politico ambientalista che considera la produzione, di per sé, un crimine. A Linz, in Austria, i cittadini hanno invece votato politici che hanno tenuto insieme ambiente e crescita e l’impianto, a ridosso della città, non inquina. In Italia, invece, si è configurato un vero e proprio conflitto tra i poteri dello stato con nessuno capace o abbastanza autorevole per richiamare questi poteri a obiettivi comuni. Sono stato a lungo a Taranto, un anno prima del sequestro dell’Ilva, come commissario della struttura della Fim provinciale e ho notato una diffusa e ossessiva capacità di schierarsi contro, a prescindere. La prima manifestazione contro l’inquinamento Ilva risale al 1971 ma, da allora, nel corso di questi anni, mentre gli attori dello scontro hanno avuto grande visibilità, minore fortuna hanno avuto ambiente e occupazione. Taranto era ed è la città delle contraddizioni: il complesso dell’industria pesante e inquinante (Centro Eni, Arsenale e non solo) sono stati liberati con la vicenda Ilva dalle responsabilità che invece hanno sulla compromissione dell’ambiente. Contraddizioni che portarono a un referendum per la chiusura dello stabilimento il 14 aprile del 2013, a cui partecipò meno del 20 per cento circa dei tarantini (non fu raggiunto il quorum). Nel quartiere Tamburi, quello più vicino allo stabilimento, l’affluenza fu più bassa che nel resto della città. La stessa sorte in tutte le elezioni amministrative, comprese quelle del giugno 2017 che non hanno visto la vittoria dei candidati “benaltristi”. Alla fine di tutto, dal 2012, la questione ambientale non è sensibilmente migliorata, la fabbrica è ancora sotto sequestro, con facoltà d’uso, il dibattimento processuale è appena partito questa primavera. Nessuna certezza, mentre le polarizzazioni si acuiscono. Va detto che incertezze e sbagli ci furono in entrambi gli schieramenti politici, come il tentativo in cui al termine del 2014 l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, mal consigliato da Andrea Guerra, voleva nazionalizzare (in barba a qualsiasi norma comunitaria) temporaneamente l’Ilva per bonificarla e poi rimetterla sul mercato magari proprio a fondi che si occupano di ristrutturazioni aziendali. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, e il fronte imprenditoriale era furbescamente favorevole – quote di acciaio da spartirsi – e nel fronte sindacale solo noi della Fim-Cisl ci schierammo contro. Tanti passi falsi ed errori. Tempo perso, inutilmente, defenestrando il commissario Enrico Bondi, che resta la figura più seria e autorevole che si è occupata della gestione di questa fase difficilissima. Insomma, tanto per ricordare che è da cinque anni che è aperta la cessione dell’Ilva.

  

Acciaio e ambiente litigano solo qui

L’Ilva pubblica ha portato inquinamento, tangenti, benessere economico e anche tanta “cultura” dell’assistenzialismo 

In un paese povero di materie prime, la produzione primaria di metalli è una pre-condizione per non perdere ulteriori quote di sovranità economica e industriale. La gran parte delle multinazionali a cui abbiamo venduto la siderurgia italiana negli anni Novanta con le privatizzazioni studiate a bordo del Britannia non ha avuto scrupoli a disfarsi di imprese e lavoratori all’arrivo della crisi. Dalla chiusura dello stabilimento di Portovesme di Alcoa, avviata anch’essa con una e-mail spedita da Pittsburgh, questo paese non produce più alluminio; ThyssenKrupp con Ast a Terni, dalla crisi Lucchini alla vicenda Ilva si è ridotta pesantemente la produzione di acciaio da ciclo integrale. La questione della sovraccapacità produttiva mondiale è stata gestita senza scelte strategiche, guidate dalla bussola mal tarata dell’incompetenza. Anche la politica si è adattata a due falsi miti: si può comprare tutto ovunque; l’Ebitda in rapporto al fatturato deve essere attorno al 12. Certo, in Europa i valori sono lontanissimi dall’obiettivo, per i maggiori costi di energia, infrastrutture, burocrazia. Prima del 2000 la Cina era importatore netto di acciaio e alluminio, oggi è ai vertici del pianeta. La reazione dei paesi industrializzati è stata miope allora e, a causa di quella miopia, ora sono costretti ad inseguire. In Italia va ancora peggio: non si può essere “mercatisti” quando si parla di industria e rientrare nel protezionismo statalista quando si parla di mercato dell’energia, perché il riflesso di questo atteggiamento è proprio una delle cause dei più alti costi energetici. Inoltre, la siderurgia non fa prodotti “globali”, ma in buona parte regionali. Tali prodotti per i settori della domanda (costruzioni, automotive, elettrodomestici, aerospazio, ecc.) rendono la produzione all’estero non conveniente per i tempi e i costi di trasporto. Non a caso tra le prime venticinque aziende siderurgiche nel mondo, oggi, ben quattordici sono asiatiche.

Per questo su siderurgia e alluminio abbiamo sostenuto, come Fim, il riavvio del tavolo di settore sui nodi cruciali: costo energia, certificazione prodotti, consorzi materie prime, infrastrutture e innovazione, anti-dumping europeo verso i Brics.

  

Quando si produce acciaio, l’alternativa è tra il ciclo integrale e il forno ad arco elettrico. Senza l’uso di tecnologie adeguate, il primo ha un costo insostenibile in termini ambientali. L’Italia presentava, già prima dell’esplosione della vicenda Ilva uno squilibrio rispetto all’Europa, dove la maggioranza dell’acciaio mediamente è prodotta per il 75 per cento da ciclo integrale e il 25 per cento da forno elettrico. In Italia oggi siamo al dato opposto. E la qualità di acciaio necessaria ad alcuni impieghi, come l’infrastruttura ferroviaria, l’automotive, ecc., può derivare solo dal ciclo integrale. Dopo la chiusura dell’altoforno di Piombino, in Italia si produce acciaio da ciclo integrale solo a Trieste e a Taranto.

  

Le cokerie alimentano altiforni che permettono di produrre l’acciaio. La materia utilizzata è, appunto, il coke, assieme a strati di minerale e calcare. I vantaggi degli altiforni sono di due tipi: la qualità è considerata superiore, soprattutto per i prodotti piani, rispetto al forno ad arco elettrico; i costi della materia prima sono inferiori, almeno in un contesto come quello italiano. Questo sistema è, però, sicuramente più inquinante, per l’emissione di gas nocivi e per le polveri dei depositi di coke. L’incidenza di tumori e leucemie nel territorio di Taranto è un esempio tragico ed evidente dei rischi per l’ambiente e per la salute che può provocare un impianto di questo tipo. Tutto ciò, ovviamente, se si risparmia e non si utilizzano le migliori tecnologie oggi disponibili.

  

Il forno ad arco elettrico viene usato per produrre tutti gli acciai speciali e parte di quelli di massa. Il grande vantaggio è l’impatto ambientale relativamente ridotto. Lo svantaggio è l’applicazione limitata per realizzare acciaio di massa, come quello che si produce all’Ilva di Taranto o quello che si produceva a Piombino e a Trieste. Questo tipo di forno si alimenta tradizionalmente con il rottame. Da qualche anno si è diffuso anche l’uso, per l’alimentazione del forno, del preridotto. La quota prodotta tramite forno elettrico sta aumentando e la tendenza è di una crescita ulteriore da qui al 2030. La produzione con questa tecnologia è assolutamente maggioritaria in India, Africa, medio oriente e Americhe, mentre in Cina la produzione di acciaio da forni elettrici dovrebbe raddoppiare entro il 2030, passando dal 10 al 20 per cento del totale. Solo in Italia, tuttavia, la produzione da ciclo integrale è considerata inevitabilmente inquinante. Basta seguire l’esempio della Voestalpine a Linz in Austria e di moltissime aziende anche in Corea, Giappone e nella stessa India. Certo, senza investimenti nelle nuove tecnologie, come il Korex, il Finex o il preridotto, che la Fim sollecita da tempo, l’inquinamento generato è scontato.

  

Continuo a non capire perché chiedere che la “giustizia” non facesse pagare il conto ai lavoratori fosse “un atto ostile alla procura” 

Anche grazie all’azione della Fim dal 2014 si è parlato molto del preridotto come possibile soluzione per i problemi ambientali legati all’acciaio. Il preridotto è un materiale composto per almeno l’85 per cento di ferro e trattato con un procedimento chimico. Può essere usato come sostituto del coke (o meglio, per diminuirne il consumo) nei processi a ciclo integrale. Il grande vantaggio è che gli impianti di lavorazione funzionano a gas e non a coke. Per ogni tonnellata di acciaio prodotta a partire dal minerale, le emissioni di anidride carbonica sono inferiori almeno del 65 per cento e vengono eliminate del tutto sostanze cancerogene come gli idrocarburi policiclici aromatici e il benzo(a)pirene. Un altro vantaggio è che il processo non rende necessari i parchi minerari di coke all’aria aperta, come quelli tristemente noti di Taranto. Finora si è, però, utilizzato soprattutto nei forni elettrici ad arco in sostituzione del rottame, rispetto al quale non presenta elementi chimici inquinanti (come rame, stagno, ecc.). Il nodo da sciogliere di questa tecnologia è che per funzionare ha bisogno di grandi quantità di gas a prezzi molto convenienti. Non è un problema per paesi come la Russia o gli Stati Uniti, spinti dallo shale gas, ma è un grande problema per l’Europa e per l’Italia, che ha costi del gas superiori del 30-40 per cento rispetto alla media del continente. Se negli Stati Uniti il prezzo per metro cubo di gas è di 10-12 centesimi, in Italia la media è di 35-40 centesimi.

  

La Fim sostenne con forza il piano industriale dell’allora commissario Bondi e del processo per l’area a caldo di Taranto prima della sostituzione con Piero Gnudi. Il piano fu giudicato costoso, ma credo che i conti si faranno alla fine. Chiedere – come fa Emiliano – la decarbonizzazione, che prevede l’utilizzo del gas con una mano e bloccare la Tap con l’altra, è tipico dei califfati peronisti che hanno in mano buona parte del Pd del sud.

  

Blocchi, intoppi e soluzioni oniriche

Soltanto in Italia la produzione di acciaio da ciclo integrale, come quella di Taranto, è considerata inevitabilmente inquinante

Prima delle elezioni, anche il Movimento 5 stelle aveva promesso di chiudere l’Ilva e bloccare la Tap. Una piattaforma molto simile a quella del governatore della Puglia in quota Pd. Celebre il comizio di Alessandro Di Battista: “Se andiamo al potere la Tap la blocchiamo in due settimane”. Poi ci si chiede perché le opere pubbliche costano di più in Italia, e se i ricorsi al contenzioso (Tar e similari) o alle manifestazioni, che rallentano ma mai impediscono la costruzione dell’opera, non vadano in effetti a vantaggio dei concessionari o di chi vince gli appalti. I costi diretti e le penali lievitano e sono, come sempre, a carico di noi contribuenti. E questo vale anche per Ilva. Analogamente, l’idea, promossa da Grillo, che per il risanamento di Taranto possa prendersi ad esempio quanto fatto nella Ruhr è fuorviante. La Germania non ha dismesso buona parte dell’industria estrattiva, ma ha investito in maniera massiccia nell’industria siderurgica, spina dorsale del sistema industriale europeo: il 39,7 per cento della produzione di acciaio grezzo arriva dalla Germania – primo produttore d’acciaio, con grande utilizzo del ciclo integrale, lo stesso di Taranto – a fronte di un 20,5 per cento prodotto dall’Italia. Inoltre, il Parco attorno al fiume Emscher della Ruhr ha dimensioni notevolmente ridotte rispetto al sito siderurgico di Taranto, e il progetto di bonifica e risanamento ha coinvolto un’area molto ampia, dove sono nati servizi e nuova occupazione, grazie anche alla prossimità con zone altamente industrializzate. La riconversione ha funzionato perché ha coinvolto anche le aree circostanti ad altissima industrializzazione, per cui nel parco e in altre aree della Ruhr sono progressivamente nati servizi offerti alle regioni limitrofe, assai industrializzate e ricchissime. Infine, mentre si chiudeva la Ruhr i tedeschi intensificavano la produzione siderurgica a Duisburg, ampliando l’indotto e dando lavoro ai servizi nati nel parco stesso e nel bacino della Ruhr. Circostanze assolutamente lontane dalla realtà italiana e tarantina. C’è da dire, poi, che i posti di lavoro perduti dopo la chiusura di miniere e fabbriche sono stati recuperati dopo 50 anni.

   

“Gara illegittima ma non l’annullo”

Nella conferenza stampa del 23 agosto, all’indomani del parere dell’Avvocatura di Stato, il ministro dello Sviluppo Economico ha dichiarato per ben cinque volte che “per lui e il ministero la gara è illegittima” e che vi è stato “eccesso di potere”. Ma che la legge impedisce sia di pubblicare il parere dell’Avvocatura (che avrebbe richiesto di tenere riservato il documento), sia di annullare la gara. In realtà, anche nel parere che Di Maio stesso aveva chiesto all’Anac, l’Autorità assegnava al ministero la facoltà di annullare la gara, ed è, pertanto, inevitabile che egli ne assuma tutta la responsabilità. Concentrato sull’imputare errori al governo precedente e, invece, molto magnanimo con Arcelor Mittal, il ministro afferma che il sindacato e il futuro acquirente possono continuare la trattativa. Ma come si può negoziare e cercare un accordo con un’azienda che a suo parere “ha vinto una gara in modo illegittimo”?

  

La trattativa si è interrotta perché sia il sindacato sia AmInvestco, il consorzio con ArcelorMittal che ha vinto la gara, vogliono avere chiare le condizioni di partenza e le intenzioni del governo rispetto alle ipotesi di chiusura, sostenuta più volte dal Movimento 5 stelle. Il 6 agosto – in uno dei soli quattro incontri al Ministero in quattro mesi – abbiamo appreso che le condizioni di partenza sono più arretrate di quelle che abbiamo rifiutato con il governo precedente. Il ministro sa bene che il contratto tra Commissari (che lui ha, peraltro, prorogato) e ArcelorMittal contiene espressamente la previsione che tali condizioni, anche sugli esuberi, possano essere migliorate dall’accordo sindacale.

Ora, con lo stabilimento di Taranto quasi fermo – ma sempre più pericoloso perché privo di manutenzione – il Ministro si è preso altri 15 giorni, scaricando ulteriormente responsabilità sul Ministro dell’ambiente.

Non ci si occupa dei lavoratori dell’Ilva e della salute dei cittadini di Taranto dando ragione contemporaneamente a chi vuole chiudere lo stabilimento e a chi vuole rilanciarlo. Tra due settimane scade il mandato ai Commissari che, come è noto, hanno già preannunciato un deficit di 130 milioni di euro per proseguire con le spese ordinarie. Risorse ancora a carico dei contribuenti e per il cui reperimento sarà necessario l’ennesimo decreto, proprio da parte di Di Maio che ha sempre contestato la numerosità dei precedenti provvedimenti.

   

Molti hanno chiesto la pubblicazione immediata del parere dell’Avvocatura, e non a fine procedura, dopo i numerosi accessi agli atti avviati, apprendiamo che sarà pubblicata il 7 settembre. Il precedente governo lo rese pubblico, ci aspettiamo altrettanto da questo governo che fa della trasparenza la sua bandiera. Non spetta a noi giudicare regolarità della gara ma dopo sedici mesi è il momento di decidere e di porre fine alla confusione alimentata sinora. I lavoratori non attenderanno ancora per molto tempo e la mobilitazione non è più un’ipotesi, ma un’opzione imminente. Da maggio il confronto sindacale è fermo, anche perché l’azienda non vuole comprare un’azienda destinata alla chiusura e il sindacato, unitariamente ha chiesto di chiarire le condizioni iniziali (organico di partenza e garanzie a fine piano industriale) e la legittimità della gara. Di fatto questi quattro mesi non hanno migliorato le precedenti condizioni negoziali e hanno indebolito il potere contrattuale del sindacato.

   

L’Ilva per l’Italia

La verità è che sull’Ilva si scontrano le diverse visioni sull’industria dentro la coalizione di governo. Bisogna augurarsi che non prevalga la linea anti industriale benaltrista, già fortissima in larga parte della sinistra e ora trionfante con il Movimento 5 Stelle. Il nostro paese è in piedi grazie ad un avanzo di bilancia commerciale dovuto a un ottimo surplus delle esportazioni che registriamo in modo sostanziale dal 2016 in poi. Lo scorso anno il 52 per cento delle esportazioni sono metalmeccaniche. Non serve aggiungere altro su ruolo che può avere la domanda di acciaio che, purtroppo, ora stiamo soddisfacendo con le importazioni, in particolare dalla Germania. La confusione di questi anni, aggravata negli ultimi mesi, ci rende sempre più dipendenti dai tedeschi. In termini di sovranità industriale stiamo perdendo terreno.

    

Non solo, tutti si chiedono perché ArcelorMittal, il più grande produttore di acciaio del mondo, mostri una reazione così composta ad oltre un anno dall’aggiudicazione della gara. La risposta è semplice: perché rinunciare volontariamente se, invece, con l’annullamento della gara l’investitore potrebbe andar via con le tasche piene di penali da incassare (anch’esse, come l’amministrazione straordinaria, a carico dei cittadini).

   

Il messaggio agli investitori è “andatevene”

La vicenda Ilva è come un grande cartello rivolto al mondo intero che dice: “Se dovete investire state alla larga dall’Italia” 

Il dato vero è che la vicenda Ilva è un segnale a tutto il mondo. E’ come un grande cartello che dice: “Se dovete investire state alla larga dall’Italia”. Ci vorranno decenni di buone politiche per cancellare questo messaggio devastante. In questo caso possiamo mettere insieme i riferimenti geopolitici di Di Battista. L’Italia di oggi rischia di seguire Pinochet che chiuse l’economia cilena e fece scappare gli investimenti esteri (aveva comunque una maggiore dotazione di materie prime rispetto a noi), esattamente come più di quarant’anni dopo Chavez e Maduro hanno fatto in Venezuela.

Politici come Sinigaglia facevano previsioni e intraprendevano politiche di lungo termine con una chiara visione del paese, l’opposto del “ricatto di breve termine” della politica contemporanea, accentuata dall’ultimo governo, che vive di quotidiano, con un orizzonte che riguarda il percorso dei singoli politici e mai oltre la prossima scadenza elettorale. Senza politiche di attrazione che migliorino l’habitat del nostro paese per lavoratori e imprese, le norme anti delocalizzazione, per esempio, rischiano di essere una beffa di fronte al segnale più forte di inaffidabilità complessiva.

   

Ma il mondo è altro, Il mondo ha prodotto  8,4 milioni di tonnellate di acciaio in più lo scorso luglio  rispetto allo stesso mese del 2017. Lo dice il nuovo report della  World Steel Association  sull’output globale di acciaio, aggiornato al 31 luglio. Nel settimo mese di quest’anno sono stati prodotti  154,57 milioni di tonnellate di acciaio, in aumento del  5,8 per cento  tendenziale.  Una crescita simile si registra anche se si guarda al periodo  gennaio-luglio 2018: la produzione annuale al 31 luglio ammonta a  1,03 miliardi di tonnellate di acciaio, il  5 per cento  in più rispetto al medesimo intervallo del 2017. Sempre la World steel association vede la domanda di acciaio mondiale in crescita nel prossimo biennio. Ilva ha una posizione strategica per le aree emergenti del mediterraneo, l’Europa del sud e il continente africano. E invece siamo l’unico paese dell’area Ocse che negli ultimi mesi sta rallentando. Attorno a Ilva a Taranto, il Gruppo Marcegaglia in questi ultimi anni ha chiuso, Vestas è ridimensionata, il “benaltro” ha avuto subito il fiato corto.

  

Ho sempre visto l’ambientalizzazione, la bonifica di tutto il territorio, la realizzazione di una fabbrica ecosostenibile, in parallelo ad un vero lavoro di sorveglianza sanitaria ed epidemiologica di cittadini e lavoratori come una grande sfida. Considero a portata di mano, anzi lo ritengo uno dei ruoli propri di un sindacato moderno, conciliare sviluppo, ambiente e occupazione. Punteremo nelle prossime ore ad un accordo che vada in questo senso, il governo deve sapere che il 100 per cento di consenso su un accordo o qualsiasi scelta non esiste, sarebbe un pezzo di carta che non impegna nessuno, il contrario degli impegni e delle responsabilità che bisogna assumersi tutti per far ripartire il paese.

  

Forse @VujaBoskov direbbe che “governo che da colpa dei problemi a Agenzia di rating o a Sindacato è come calciatore che gioca male e da colpa a pagelle di Gazzetta”. Vale anche per Ilva, vale per noi e per chiunque è alla ricerca di responsabili sempre lontani da se. Ma stavolta siamo alle Olimpiadi dello scaricabarile.

Il ministro opera al contempo in due direzioni: da un lato, fa conferenze stampa in cui dice che la gara è illegittima ma non la annulla, poi va alle feste, come domenica, a dire che sta ancora verificando le condizioni per annullare la gara in quanto “illegittima per eccesso di potere”.

  

Nel frattempo, prepara la settimana convocandoci gli unici due giorni nei due mesi in cui avevamo, dal mese di luglio comunicato la nostra indisponibilità (chissà perché) e prepara i testi con azienda e commissari per chiederci di fare l’accordo per fare in modo che la nostra intesa rappresenti, “l’interesse pubblico a non annullare la gara o in caso di mancato accordo, l’interesse pubblico ad annullarla”.

  

Così potrà dire agli ambientalisti che non è sua responsabilità se facciamo accordo e al contrario se non lo facciamo. Al contempo potrà dire al resto del governo, al sindacato e a chi vuole Ilva aperta e ambientalizzata che è merito suo se arriviamo ad una intesa. In pratica scarica l’esistenza dell’“interesse pubblico” a chiuderla o a tenerla aperta sulla trattativa sindacale. Nel frattempo il ministro Di Maio sa che il 7 settembre deve chiudere la procedura amministrativa da lui aperta per verificare la validità della gara. E lo stesso giorno, rendere pubblico il parere dell’Avvocatura, da lui stesso richiesto.

    

Emiliano del Pd e i Cinque stelle hanno cavalcato idee bislacche: decarbonizzare l’Ilva col gas e al contempo fermare il gasdotto Tap

Da giugno quattro rapidi incontri sindacali e nell’ultimo miglio fa pressing su di noi per fare in 24 ore quello che lui ha impedito per 4 mesi, indebolendo il potere contrattuale del sindacato. Se serve, pur di fare un buon accordo, asseconderemo finanche la sua ossessione di poter dire di aver fatto meglio del suo predecessore. Non è la prima volta mi capita. Per fortuna chi conosce bene la posta in gioco di questa vertenza, anche su versanti opposti come noi e Peacelink si rende conto come siamo stati in questi mesi accontentati e beffati entrambi. Sogno una politica in cui, a prescindere dagli schieramenti, chi arriva dopo, ringrazia chi c’era prima e dimostra di aver fatto meglio nei fatti e non nella narrazione mediatica. Sogno una politica che rispetti il sindacato e il suo lavoro difficile di conciliazione di interessi e di mediazione sociale. Sogno una politica che sappia affermare le proprie prerogative sfidando i fischi senza inseguire gli applausi raccontando frottole. Le bugie fanno vincere le elezioni ma distruggono il lavoro di intere generazioni, fanno perdere credibilità al paese, alle istituzioni e alle persone. Mi auguro che questa settimana si chiuda con la possibilità di portare ai lavoratori un buon accordo su cui confrontarsi in assemblea. Mi auguro che questa esperienza sia di insegnamento per il paese e per il governo: le contrapposizioni dove si cercano con banalità i nemici e i vincitori fanno fare passi indietro alla nostra povera Italia, all'ambiente, alla salute, al lavoro, alle imprese, a tutti. 

    

*Bentivogli è segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici, Fim Cisl

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    04 Settembre 2018 - 16:04

    Caro Sig. Bentivogli - Ho apprezzato la sua completa, analitica, congrua ricostruzione. Da vecchio tesserato ed ora pensionato Uil che paga per 13 mesi il suo contributo associativi UILP - € 7,70, e che ha fatto parte dei consigli di fabbrica, devo dirle che la cultura sindacale. in senso lato, ci ha messo tanto del suo nella narrazione che lei ha fatto. Ricordo che la mia impostazione: "Lavoro e impresa privata sono soggetti complementari e non conflittuali. ", aveva tutti contro. Il richiamo a Dante chiarisce il perché.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    04 Settembre 2018 - 12:12

    "E ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi e l'un l'altro rode di quei ch'muro ed una fossa serra" Passano i secoli, noi fermi, immobili, aspettando Godot. Tutto si tiene. Nota scaramantica: ma quel Giuseppe Saragat, non porta mica iella? Fu lui ad inaugurare il ponte Morandi

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