Sergio Marchionne (foto LaPresse)

Il business globalizzato è più forte dei cantori dell'economia “chiusa” e dei tecnofobi

Alberto Brambilla

L'Harley-Davidson smonta la propaganda trumpista. La trade war non è la fine del mondo (come dice Marchionne) se sai come scappare

Roma. Sembrava una offensiva velleitaria quella dell’Unione europea che nel rispondere ai dazi maggiorati di Donald Trump aveva minacciato severe tariffe all’importazione di Harley-Davidson. Come conseguenza lo storico costruttore di motociclette ha deciso di trasferire parte della produzione fuori dagli Stati Uniti prendendo di sorpresa il presidente.

 

Non era scontato che l’iniziativa europea avesse conseguenze di grande portata soprattutto sul piano simbolico. Sul piano pratico le conseguenze sono da valutare. Su quello simbolico, invece, come detto, sono già significative. A dirla in modo estremamente sintetico abbiamo un’iconica azienda manifatturiera, acciaio e motori, storia e cuore del made in Usa, che abbandona gli Stati Uniti e mette l’America al secondo posto. Per Harley l’America non è per niente “first”, per usare lo slogan trumpiano. A cosa è servito usare la propaganda dell’America che viene prima di tutto, degli americani che devono riprendersi il lavoro perduto con il processo rapido di globalizzazione, se poi proprio per via di politiche protezionistiche un’azienda se ne va?

 

Harley è un’azienda globalizzata, che da un po’ non naviga in ottime acque. Aveva una mezza intenzione di andarsene, ma ha trovato la definitiva motivazione aggirando una palese avversità. Potrà tentare di rilanciarsi in un altro continente e magari rinascere.

 

Per l’Amministrazione Trump non è un segnale positivo. Quella di Harley è la prima iniziativa del genere e altri potrebbero seguire il suo esempio. Trump è arrivato alla Casa Bianca capitalizzando il consenso di chi si sentiva messo da parte dalla globalizzazione, ha deciso di proporre una inversione a U per mantenere i posti di lavoro in America nell’industria e nell’agricoltura soprattutto, ma alla fine l’interdipendenza tra le economie si è dimostrata più forte delle intenzioni autarchiche della prima potenza mondiale. Se Harley, come altri, può trovare un rimedio al protezionismo cambiando gli assetti produttivi è perché la globalizzazione non è morta né moribonda. Anzi probabilmente la risposta alle velleità protezionistiche dimostra che la globalizzazione dei commerci e dei consumi si trasforma ma non si arresta. E questo può valere come appunto anche per chi, al contrario di Trump, vive con panico la minaccia dell’innalzamento di barriere tariffarie.

 

La mobilità di Harley dà ragione al ceo di Fiat-Chrysler Automobiles, Sergio Marchionne. Il manager apprezzato da Trump ha detto di capire la posizione difensiva americana “politicamente la capisco” e si è detto cauto sui potenziali impatti. “Non sono la fine del mondo. E’ un problema da gestire: tutto è gestibile”. E le motociclette con l’aquila sullo stemma dimostrano che c’è rimedio anche al trumpismo.

 

Ovviamente però la deviazione da piani industriali pregressi comporta dei costi che altrimenti sarebbero evitabili. Allo stesso modo una guerra commerciale su larga scala non è desiderabile né per le aziende né per i consumatori. La conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) ha di recente pubblicato uno studio in cui sottolinea che le attuali azioni commerciali di contrapposizione tra Stati Uniti e Cina soprattutto porteranno, se esasperate, a una condizione in cui tutti perderanno: le imprese perderanno profitti, taglieranno la forza lavoro, i governi perderanno entrate, i consumatori pagheranno di più per continuare a comprare prodotti prima venduti a minore costo. La ricerca Unctad elabora questo scenario avverso nel caso in cui le tariffe medie salissero da livelli trascurabili al 30 per cento per gli esportatori americani e al 35/40 per cento per quelli europei e cinesi.

 

La prospettiva di una guerra commerciale ovviamente non è rassicurante e in parte gli alti e bassi di Wall Street riflettono una condizione di incertezza. Tuttavia nel rombo di Harley si ode la speranza che le imprese private riescano sempre a trovare dei modi di fuggire a politiche irrazionali e, alla lunga, dannose per tutti.

 

Senza cambiare troppo settore basti osservare la mobilità urbana. Uber ha sofferto battaglie legali e mediatiche che ne hanno colpito la reputazione e operatività. Ha appena vinto il ricorso per riavere la licenza a operare a Londra per altri 15 mesi. Un punto in più per la società californiana che, però, non aveva bisogno di conferme della dignità del suo business. Può mantenere tariffe basse rispetto ai taxi grazie alla forza del suo investitore principale, Softbank, e ha conquistato i consumatori. L’etica, in caso, seguirà insieme alla conquista di altri mercati.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.