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Cosa c’è dietro la strigliata di Trump all’azienda che usa i dazi come “scusa”

Mentre il governo litiga sul futuro della guerra commerciale, l’industria va altrove. Perché il paragone con le tariffe di Reagan non regge

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

26 Giugno 2018 alle 19:38

Cosa c’è dietro la strigliata di Trump all’azienda che usa i dazi come “scusa”

Foto LaPresse

New York. I tweet della prima mattina hanno messo in evidenza una pessima nottata. Donald Trump non ha digerito l’annuncio della Harley-Davidson di trasferire una parte della produzione all’estero per “alleviare il peso dei dazi dell’Unione europea” e il presidente ha esploso in rapida sequenza una mitragliata di cinguettii caustici, già anticipati da un colpo d’avvertimento. Lunedì sera ha strigliato il produttore di motociclette arciamericane per essere stata la prima azienda a sventolare “bandiera bianca”, ma il giorno successivo l’argomento contro l’iconico marchio è diventato più sottile: il presidente sostiene infatti che il meccanismo di dazi e controdazi è soltanto una scusa: “All’inizio dell’anno la Harley-Davidson ha detto che avrebbe spostato la maggior parte della produzione di Kansas City in Thailandia. Questo è successo molto prima che i dazi fossero annunciati. Quindi stanno usando le tariffe la guerra commerciale come una scusa”. Poi ha rivolto una malcelata minaccia all’azienda (“deve sapere che non potrà vendere negli Stati Uniti senza pagare una grossa tassa”), ha ricordato che l’Amministrazione sta studiano un piano per estendere i dazi, finora posti su acciaio, alluminio e alcuni altri beni, anche alle automobili, settore dove “l’Unione europea è stata a lungo avvantaggiata rispetto agli Stati Uniti”, e ha chiuso con la retorica patriottica: “Una Harley-Davidson non dovrebbe mai essere costruita in un altro paese – mai! I loro dipendenti e clienti sono già molto arrabbiati con loro. Se si spostano, sarà l’inizio della fine – si sono rassegnati, chiuderanno! Perderanno l’aura e saranno tassati come mai prima d’ora!”.

 

Nella tirata presidenziale si nasconde un’oncia di verità. La casa motociclistica con sede nel Winsconsin ha dichiarato alla Securities and Exchange Commissio che le barrire doganali sollevate dall’Europa in risposta alle manovre protezioniste di Trump hanno fatto aumentare il prezzo dei loro prodotti esportati dal 6 per cento al 31 per cento – significa che per un motociclista europeo comprare una Harley costerà in media 2.200 dollari più di prima – ma allo stesso tempo ha ammesso che la strategia di delocalizzazione era già in atto prima delle avvisaglie di una guerra commerciale. Le schermaglie tariffarie hanno soltanto accelerato la fuga. Inoltre, la postura protezionista dell’America non spinge l’azienda a postare centri di produzione in Europa: le fabbriche straniere sono infatti in Brasile, India, Australia e Thailandia. Cavalcando il marchio iconico, quintessenza della produzione americana che la sua base elettorale, Trump ha eretto la Harley-Davidson a simbolo dell’industria americana da proteggere dalla sleale concorrenza straniera, ma la realtà del mercato della compagnia va in un’altra direzione: nell’ultimo trimestre le vendite dell’Harley negli Stati Uniti sono calate del 12 per cento, mentre sono cresciute del 6,8 per cento in Europa, medio oriente e Africa e del 7 per cento in America Latina. L’amministratore delegato, Matthew Levatich, dice poi che si stano aprendo “opportunità incredibili nel sud-est asiatico”, e dunque l’azienda tende a spostare la produzione più vicino ai mercati in espansione. Tutto questo non può che far imbufalire il presidente che si è affermato come protettore supremo della sovranità industriale, e ora si trova allineato sulle posizioni dei sindacati dell’Harley e in contrasto con le decisioni dei vertici.

 

Harley-Davidson è stata già al centro di una battaglia protezionista negli anni di Reagan, e gli avvocati dei dazi evoccano spesso quella vicenda per tentare di dimostrare la bontà delle tariffe. Senonché le circostanze sono incredibilmente diverse. Nel 1982, un anno dopo essere stata rilevata da un gruppo di investitori, l’azienda ha fatto pressione sulla Casa Bianca per ottenere dazi per contrastare la concorrenza delle moto giapponesi. A quel punto però l’economia era in recessione, la gente acquistava meno motociclette, e anche Honda, Kawasaki e Yamaha avevano sovrastimato la domanda. Reagan acconsentì ad alzare i dazi di 45 punti percentuali, misura che permise alla Harley-Davidson di mettere in atto un nuovo piano industriale, che è stato il vero fulcro della sua rinascita. La politica protezionista è stata solo un ombrello per proteggersi da un temporale passeggero, tanto che poi sono stati gli stessi vertici dell’azienda a chiedere alla Casa Bianca di sospendere anzitempo le barriere. Oggi la stessa ricetta è un invito alla fuga.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    26 Giugno 2018 - 23:11

    La tirannia dei 1000 caratteri rende difficile il tuttto. Ecco alcuni dati. Una macchina americana che costa 15mila dollari quindi 13.820 euro dopo le spese di trasporto pari a 750 euro,si paga il dazio di importazione del 10% si ottiene 16.027 E. L`imposta per l`importazione e` del 19 % e viene versata sulla base di questo valore. Cio` porta a un totale complessivo di 19.027. Questo per la Germania ma l`imposta per l`importazione puo` arrivare anche al 22% in altri stati. Questo e` lo Status Quo, Trump vuole cambiare e rendere tutto reciproco e paritario. E` lui che vuole la guerra o sono gli altri che desiderano sempre prelevare dal salvadanaio americano? Oggi c`e` l`asse Pechino-Berlino. Se Trump riesce a dimezzare del 50% il deficit commerciale USA ci saranno centinaia di miliardi di merci tedesche e cinesi invendute.Non e` una combinazione che gli Obama,l`ex capo dell`FBI Comey,Chelsea Clinton siano stati "assunti" a peso d`oro da un editore tedesco.

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