Salaborsa è stata inaugurata nel 2004 (Wikimedia)

Le case dei libri non sono di carta - 3

La tessera numero 54 sono io

Paolo Nori

Bologna per me era come se fosse piena di fisarmonica, un posto incantevole, mancava solo una cosa: una biblioteca. Poi hanno aperto la Salaborsa, che sembra un po’ di essere in Piazza Maggiore 

Mi sono trasferito a Bologna, da Parma, sul finire del 1999. Era appena morto mio babbo, ero appena uscito dall’ospedale dove ero stato quasi tre mesi per un’ustione grave, erano appena usciti i miei primi due romanzi, avevo appena venduto il terzo a un grande editore, mi ero appena innamorato di una ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie, praticamente, anche se non ci siamo mai sposati, ufficialmente. Insomma, è stato un anno interessante, il 1999, un anno in cui sono successe delle cose che hanno un po’ cambiato il mio modo di stare al mondo, quell’anno, e avere intorno Bologna, in quei mesi dell’anno, e Francesca, era una cosa così strana che, mi ricordo, lavoravo, scrivevo, presentavo i libri, traducevo, facevo le mie cose come sempre ma mi sembrava come di essere in ferie.

  


“Illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”. E’ la “Biblioteca di Babele” per Borges. Per il Foglio, le biblioteche  sono luoghi da scoprire, sono la storia e la cultura di chi le ha edificate e di chi le vive ogni giorno. Abbiamo affidato ai nostri scrittori un viaggio del cuore alla scoperta delle più belle biblioteche italiane.

Il 13 luglio abbiamo pubblicato “Leggere nella casa di vetro”, di Claudio Giunta.

Il 20 luglio abbiamo pubblicato “Il granaio delle Scienze” di Marco Archetti.


   

Qualche mese fa ho fatto, per mia figlia, un abbonamento a uno di quei servizi che puoi sentire tutta la musica che vuoi e, intanto che c’ero, l’ho fatto anche per me, allora adesso, quando sono in giro in bicicletta, o a correre, invece di sentire la radio, o un podcast, ogni tanto sento della musica.

 


Sono un analfabeta, musicalmente, sono rimasto alle cose che ascoltavo trent’anni fa, quando facevo l’università, Enzo Jannacci e Paolo Conte, prevalentemente, che secondo me sono due dei più grandi poeti italiani del Novecento e del secolo dopo.

 
E stamattina, a ascoltare Conte, mi è venuto in mente un concerto di Conte che avevo visto e sentito dal vivo al Teatro Ducale di Parma, quando facevo l’università, e a un certo punto c’era una canzone, Max, se non ricordo male, che partiva una fisarmonica e il teatro Ducale si riempiva di fisarmonica, era una cosa impressionante, sembrava che quella fisarmonica avesse un effetto fisico, sui legni, sui tessuti, sulle superfici inanimate di quel vecchio teatro dell’oltretorrente. 

 

Ecco, Bologna, i primi mesi che ci ho abitato io, non c’era Paolo Conte, non c’era il suo fisarmonicista, ma Bologna era come se fosse piena di fisarmonica, per me, un posto incantevole, mancava solo una cosa: una biblioteca

 
C’era stata, fino a poco tempo prima, Palazzo Monanari, in via Galliera, ma adesso era chiusa (oppure era aperta ma funzionava a mezzo servizio, non mi ricordo) perché ne avrebbero aperta un’altra in centro, vicino a Piazza Maggiore, dicevano. 

 

In pochi anni sarebbe diventata la biblioteca italiana che distribuiva il maggior numero dei prestiti

 

Mi ricordo solo che, quei primi mesi, i libri in biblioteca io andavo a prenderli a Modena, alla biblioteca Delfini, che è sempre stata una biblioteca molto fornita, di libri italiani contemporanei, all’epoca leggevo prevalentemente letteratura italiana contemporanea.

 
E’ andata avanti così per due anni, la fisarmonica andava e veniva e la biblioteca mancava e i libri italiani contemporanei, quelli che non compravo, andavo a prenderli a Modena fino a che, nel dicembre del 2001, il 13 dicembre, Santa Lucia, ho saputo che avrebbero aperto, nell’ex Sala Borsa, in piazza del Nettuno, la biblioteca che nel giro di pochi anni sarebbe diventata la biblioteca italiana che distribuiva il maggior numero dei prestiti. 

 

Dei signori avevano in mano dei pacchi di CD e DVD e si chiedevano, stupefatti, “Ma ce li danno gratis?”. Sì, gratis

 

Erano in parte del palazzo Comunale, in un edificio che è stato, prima di diventare biblioteca, la posta, la borsa merci e valori, la sede della Cassa di Risparmio, il palazzetto dello sport (ci giocavano a pallacanestro e ci si tenevano incontri di pugilato), e c’è stato perfino, in Salaborsa, il teatro stabile dei burattini. 

 
Quel 13 dicembre del 2001 mi ero messo in fila per fare la tessera (la tessera numero 54) e mi ricordo che c’erano dei signori, in fila con me, che avevano in mano dei pacchi di CD, per ascoltare la musica, e di DVD, per vedere i film, e si chiedevano, stupefatti “Ma ce li danno gratis?”. Sì, ce li danno gratis: CD, DVD, e perfino i libri, a chi li vuole, e a Bologna c’era un sacco di gente che li voleva. 

 

Ce l’ho ancora, la tessera numero 54, anche se non uso più quella per prendere in prestito i libri, dieci anni fa ho perso il portafoglio e mi hanno fatto una tessera nuova, poi ho ritrovato il portafoglio e quella vecchia, la numero 54, l’ho tenuta, è attaccata al mio armadio insieme alla tessera dell’Associazione Boxe Parma dove, tanti anni fa, quando facevo l’università, facevo ginnastica preboxistica, ho fatto un sacco di cose, quando facevo l’università. 

 
Era strana, la biblioteca Salaborsa, i primi tempi, perché i due terzi di quello che adesso è biblioteca erano vuoti, sarebbero stati dati in affitto, dal sindaco di allora (Guazzaloca) a una libreria (ha aperto nel dicembre del 2004), che è una cosa stranissima: entri in biblioteca, dove i libri te li dan gratis, e trovi una libreria, che per i libri voglion dei soldi.

  

Tutte le volte che andavo in Salaborsa, nel dicembre del 2004 e nel 2005, guardavo le casse della libreria, non c’era quasi mai nessuno a comprare dei libri; ha chiuso dopo un anno, la libreria della Salaborsa, adesso quel posto enorme, quell’ex palazzetto dello sport, è tutto biblioteca ed è un posto dove, in questi 22 anni, sono successe un po’ di cose. 

 

Prima è stato la posta, la borsa merci e valori, la sede della Cassa di Risparmio, il palazzetto dello sport

 

Entrando, nella piazza centrale, c’è un pavimento di cristallo attraverso il quale si vedono le sottostanti rovine romane (secondo secolo a. C), che sono visitabili, previa prenotazione; mia figlia, quando aveva forse sette anni, le ha visitate, e io con lei, e abbiamo visto per terra un accendino, giallo, di quelli usa e getta, e lei mi ha chiesto come mai i romani buttavano le cose così, per terra, e io le ho risposto che allora la nettezza urbana non funzionava ancora benissimo, non era ancora stata perfezionata, e il giorno dopo mia figlia mi ha detto che una sua amica, alla quale aveva raccontato della visita, le ha chiesto se poteva visitarle anche lei, le rovine, che le sarebbe piaciuto moltissimo veder l’accendino degli antichi romani. Che, come storia, è un po’ una sciocchezza, ma la cosa che a me piace, della Salaborsa, è che, a parte l’importanza del luogo, sembra un po’ di essere in piazza Maggiore: tutti i giorni, tutti i momenti, succedon queste sciocchezze delle quali è fatta la nostra vita, mi sembra. 

 

Per esempio una volta, sulla porta di un bagno, qualcuno aveva scritto con un pennarello nero la traduzione di un motto dei situazionisti francesi: “Non lavorate mai”. E sotto qualcun altro aveva scritto, sempre con un pennarello nero: “E chi ci ha mai pensato?”. 
Oppure un’altra volta, cercavo un film per mia figlia, stavo guardando i dvd nella sezione ragazzi, mi ha affiancato un signore più o meno della mia età, ha fatto andare l’indice sui dorsi dei DVD e poi ha detto “Ma sono usati. Ma è una vergogna”.
Oppure pochi mesi fa, dietro la porta del bagno al secondo piano ho trovato scritto: “Io sono un uomo malato. Un uomo cattivo, sono”. L’inizio di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij

 

Una ragazza che si chiama Valeria mi ha raccontato che lei abitava in provincia e era venuta a Bologna per un controllo oculistico, e la Salaborsa era stata inaugurata da poco, e si è messa in fila e le han dato un foglio da compilare e lei non aveva una biro e ha chiesto al ragazzo in fila prima di lei di prestarle una biro e lui gliel’ha prestata. 

 
Però, a causa dell’atropina, che è quel collirio che ti danno quando fai i controlli oculistici, lei non riusciva a leggere, allora ha chiesto al ragazzo in fila prima di lei di leggerle per cortesia quello che c’era scritto sul foglio, e lui gliel’ha letto. 

 
Ed eran cose semplicissime, nome, cognome, residenza, telefono. 

 

Abbiamo organizzato una rassegna in cui scrittori e scrittrici si trasformavano in bibliotecari e bibliotecarie 

 

E lei si era resa conto che non avrebbe saputo dove scrivere il nome e il cognome e le altre cose quindi aveva chiesto al ragazzo in fila davanti a lei se poteva per cortesia compilare il foglio per lei e lui le aveva detto di sì e lei gli aveva dettato i suoi dati e lui li aveva scritti e le aveva ridato indietro il foglio e lei aveva pensato che lui, forse, si era chiesto come mai un’analfabeta volesse fare la tessera della Salaborsa, mi ha detto Valeria. 

 
Che però, a pensarci, in Salaborsa un analfabeta potrebbe prendere in prestito cd o dvd non c’è bisogno di essere alfabeti, per trovare utile la Salaborsa. 

 
Io, poi, ho fatto un po’ di cose, in Salaborsa. 

 

Quando la biblioteca ha compiuto dieci anni, nel 2011, abbiamo organizzato una rassegna in cui scrittori e scrittrici si trasformavano in bibliotecari e bibliotecarie, consigliavano agli utenti i libri da prendere in prestito, e ho partecipato anch’io, e ho consigliato, tra gli altri, Daniil Charms, che è uno scrittore russo che mi piace molto che ha scritto molte cose che mi piacciono molto tra le quali la massima: “Quando compri un uccello, guarda se ci sono i denti o se non ci sono. Se ci sono i denti, non è un uccello”, che è un esempio degli utilissimi consigli che si possono trovare negli scaffali della Salaborsa, per dire. 

 

Da qualche anno, in una saletta al primo piano, con degli appassionati di letteratura facciamo una rivista, e la storia del modo in cui la facciamo è entrata nell’ultimo libro che ho pubblicato, che è un romanzo su Dostoevskij che comincia con una domanda: Che senso ha, oggi, leggere Dostoevskij? Io mi rispondo che non lo so, ma poi racconto quel che è successo in quella saletta al primo piano della Salaborsa, dove ci trovavamo, una volta al mese, con un gruppo di appassionati, per fare una rivista. 

 
La rivista si intitolava Niente, era un titolo che ci piaceva molto perché così ci poteva succedere che quelli che abitavano con noi ci avrebbero chiesto “Dove vai?”, e noi avremmo potuto rispondere “Vado a far Niente”; e dei lettori sarebbero andati nella librerie e avrebbero chiesto al libraio «E’ uscito Niente?”, o “Mi dà Niente?”. Tutte cose molto belle. 

 

Solo che poi, ci siamo trovati due o tre mesi, ci siamo accorti che ci eravamo assunti un compito al di sopra delle nostre forze: non eravamo capaci, di fare Niente. 

 
Non so se avete mai provato, ma è difficilissimo, far Niente. E allora abbiamo rinunciato. Solo che le riunioni della rivista, lì in Salaborsa, avremmo voluto che chi fossero ancora, ci mancavano, allora dopo qualche mese ci siamo detti che forse valeva la pena ricominciare cambiando il titolo della rivista. L’abbiamo chiamata Qualcosa. 

 
Che, in fondo, era poi la stessa cosa: “Dove vai?” “A fare Qualcosa” “Mi dà Qualcosa?” “E’ uscito Qualcosa?”. Solo che era diverso perché a fare Qualcosa ci siamo riusciti, ne sono usciti due numeri: fare Qualcosa è significativamente più facile che fare Niente, abbiamo scoperto.  

 

La prima (e ultima, fino adesso) riunione di redazione per il terzo numero di Qualcosa si è tenuta nel gennaio del 2020, poco prima dello scoppio della pandemia, sempre in quella saletta al primo piano della Salaborsa.

 
L’argomento del terzo numero di Qualcosa era: i disastri sentimentali, le storie sentimentali finite male, che tutti ne abbiamo qualcuna. 
E ci siamo trovati lì, in una ventina, a parlare di quei momenti, che per la maggior parte di noi risalivano a venti, trenta o quaranta anni prima, quelle che fanno più male sono le prime, ci siamo trovati a parlare di quei giorni in cui eravamo stati così male che ci sembrava di non essere mai stati peggio, e che non saremmo mai stati peggio in vita nostra. E a me, dopo due ore e mezzo di questo andiamo, è venuto su un sentimento che mi è venuto da pensare, in quella saletta della Salaborsa, “Ma come son stato male bene, quel giorno lì. Ma che meraviglia, essere così vivi”. E mi sono detto che, quando leggo i libri di Dostoevskij, che mi fanno star male (e a me piacciono due cose che fanno piangere, la letteratura russa e le partite del Parma, dico sempre), io sento il sangue che mi scorre nelle vene, mi rendo conto del fatto che sto al mondo: per quello, forse, vale la pena di leggere i libri di Dostoevskij.

 

Come ho detto, la mia vecchia tessera della Salaborsa, quella col numero 54, è attaccata al mio armadio. E’ una tessera inutile, non serve a niente, non posso prendere in prestito dei libri, con lei, è obsoleta, è superata, è da buttare, e perché non la butto?
Non lo so. 

 
Mi ricordo La fondazione, un testo teatrale di Raffaello Baldini, il cui protagonista a un certo punto dice che buttare via tutto quello che non serve a niente non si può, neanche a volerlo: uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? O alla televisione, che guardi i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, il salto in alto, a cosa serve? O quando scende dalla Marecchia, è già notte, vede San Marino e Verucchio che è tutta una luce, e sopra le stelle, delle volte si ferma, e si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve? Ecco lui non butta niente, neanche le vecchie rubriche telefoniche, quei numeri fissi che adesso non servono a parlar con nessuno ma che prima lui non poteva stare due giorni senza chiamarli, eran vitali, per lui, erano la sua vita, erano lui, in un certo senso. E forse, senza farla tanto grossa, quella tessera numero 54 io non la butto via per quello, perché, modestamente, quella tessera lì sono io.

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