Poca sperimentazione e troppa fretta: così rischiamo di perderci qualche fuoriclasse

Vanni Santoni

Libri e parametri di vendibilità. Ma non tutto è perduto

Il Pulitzer 2020 per la narrativa è andato, come noto, a Colson Whitehead per I ragazzi della Nickel, rendendolo il quarto scrittore della storia a vincerlo due volte (il primo lo aveva ottenuto nel 2016 per La ferrovia sotterranea) dopo Tarkington, Faulkner e Updike. Sulla vittoria in sé, c’è poco da dire, essendo I ragazzi della Nickel un romanzo perfetto: serratissimo, prosa controllata ma impeccabile, angosciante ma liberatorio, si concede pure lo sfizio di un colpo di scena finale senza per questo risultare ruffiano. E’ probabilmente il miglior romanzo americano uscito nell’anno (per Doubleday, mentre da noi è uscito per Mondadori dopo che l’autore, fino a pochi anni fa mai fortunato in Italia, è rimbalzato tra Einaudi Stile Libero e Segrate fino a venir rilanciato dalla “indie” SUR); forse, se si guarda solo al risultato e non alle ambizioni, è anche il miglior romanzo dell’autore.

 

Si tratta tuttavia di una vittoria che impone alcune riflessioni. La prima riguarda lo stesso Whitehead, che arriva a questo trionfo con un romanzo che più classico non si può – breve, lineare, realistico e ispirato a una storia vera – dopo un percorso letterario di tutt’altro tipo: il suo esordio, L’intuizionista, era fantascienza forte della lezione postmodernista di Pynchon; i due successivi, Apex nasconde il dolore e Sag Harbor, tornavano alla realtà ma senza rinunciare al tocco pynchoniano e ammiccando al “realismo isterico” dei vari Wallace e Smith; con Zona Uno si era addirittura lanciato in una storia di zombie; e anche La Ferrovia sotterranea, che molti scambiarono per un romanzo storico, a conferma di quanti commentatori leggano solo la “quarta” e le prime venti pagine, dopo l’avvio tradizionale si sviluppava in un’ucronia steampunk. Si capisce allora che il titolo di America’s storyteller – così Time quando gli ha dedicato la copertina –, Whitehead se l’è guadagnato lasciandosi alle spalle i suoi afflati più singolari.

 

La seconda e più rilevante riflessione riguarda invece lo stato della narrativa americana. Che il fronte d’onda del romanzo, dopo decenni di un’egemonia statunitense durata fino a fine anni 90 (Infinite Jest di Wallace è del 1996; Pastorale americana di Roth del ’97 come Underworld di DeLillo e l’ultimo Pynchon veramente grande, Mason&Dixon) si sia spostato in Europa, e in particolare in quella orientale, non è un mistero per nessuno: i nomi da seguire, per chi chiede alla narrativa di strappare territori all’inesistente, sono quelli di un rumeno come Caărtaărescu, di un bulgaro come Gospodinov, di una polacca come Tokarczuk, di un ungherese come Krasznahorkai, di un franco-russo come Volodine. Durante un dibattito all’ultima edizione della kermesse letteraria Firenze RiVista, Martina Testa, traduttrice proprio di Whitehead con La ferrovia sotterranea, nonché direttrice della collana di SUR dedicata alla narrativa di lingua inglese, e già scopritrice, per minimum fax, di svariati nomi della nuova narrativa americana, diede conferma al sospetto di molti: l’influenza crescente delle scuole di scrittura e delle agenzie sull’ingresso alla professione letteraria potrebbe aver portato a una riduzione della sperimentazione, degli outsider, e quindi anche della possibilità di sviluppo di un fuoriclasse, per come chiede agli autori in erba di produrre subito qualcosa che possa interessare un’agenzia, e quindi bloccato all’interno di precisi parametri di vendibilità. La sorgente si è seccata? Non è impossibile: di certo, chi è in piedi da prima e ha potuto sperimentare e imparare (bene) il mestiere, oggi può fare un passo indietro e diventare l’asso pigliatutto.

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