William Faulkner

Rileggere Faulkner sguainando la spada che separa il bene dal male

Simonetta Sciandivasci

Lo scrittore, l’uomo, il razzismo: un saggio che fa discutere

"Quando scriveva, Faulkner diventava migliore di quello che era”. Così si legge in “The saddest word. William Faulkner’s Civil War” che uscirà a novembre negli Stati Uniti, e fa già discutere, tanto s’attaglia alle contestualizzazioni, correzioni, cancellazioni di autori, pensieri, parole, opere delle ultime settimane.

 

L’Atlantic ne ha parlato prima di ogni cosa perché Faulkner, pur essendo uno dei grandi della letteratura americana, è sempre meno letto, e ridiscuterlo può aiutare a farlo scoprire. Quindici anni fa ci aveva pensato Oprah Winfrey, proclamando la “Summer of Faulkner” e consigliando alcuni suoi romanzi, che nel giro di pochissimo finirono in top five su Amazon. Stavolta i risultati saranno più modesti, ma intanto il plauso della critica va all’operazione di vidimazione dell’autore. Perché Michael Gorra, professore di Letteratura inglese allo Smith College e autore dello studio, è chiaro: per lui Faulkner va letto, riletto, studiato, contestato. E va fatto alla maniera millennial, dopo essere stati informati sui limiti dell’uomo (biografici, culturali, etico morali), sui suoi errori di valutazione, posizione, collocazione, eccetera. Il tribunale del riesame della letteratura non assolve mai: o sopprime o assegna la libertà vigilata.

 

Quando Franzen disse che Conrad era troppo imperialista, non s’azzardò a proporsi come propedeutico ai suoi romanzi, mentre Gorra lo fa e va oltre: scrive un libro guida che non è una introduzione all’autore, ma un’integrazione. Dice: abbiamo letto WF per capire la Guerra civile americana, adesso dobbiamo leggere la Guerra civile americana per capire WF. Dice: dobbiamo separare l’uomo dallo scrittore e condannare solo l’uomo. L’esito dello scorporamento, però, è usare la condanna dell’uomo come lente per leggere lo scrittore. Ha senso? E’ legittimo?

 

Quando Trump vinse le elezioni, i romanzi di Faulkner vennero indicati come lettura indispensabile per capire quel voto. Gorra, invece, non vede in Faulkner un narratore, ma una parte del problema: leggerlo significa capire come il razzismo, le discriminazioni, la guerra, il dopoguerra lo avessero condizionato. Per il professore è come se WF fosse protagonista delle sue storie, uno degli “eroi annientati dall’invidia, dall’alcol, dalla solitudine, dai morsi dell’odio” che per Borges abitavano i suoi romanzi e che, per Gorra, lui quasi magnifica, di certo tutela.

 

Faulkner, in verità, non stava dalla parte di nessuno e infatti era odiato tanto dai sudisti quanto dai nordisti, dai conservatori quanto dai progressisti. Scrisse che i bianchi temevano i neri “perché ciò che il nero minaccia non è il sistema sociale del bianco sudista ma un sistema economico basato sull’obsolescenza, sulla disuguaglianza artificiale tra gli uomini”. Scrisse, ancora più indigeribile, che il razzismo non era un’ideologia ma un prodotto dell’animo umano. Per questo non c’è mai, nei suoi romanzi, una distinzione netta, e giudicante, tra razzisti e antirazzisti, ed è qui che Gorra vede lo scandalo, la verità mostruosa che cerca di fasciare affinché non spaventi né contamini i lettori.

 

Allora, Gorra offre non semplicemente un compendio, o un bignami di contestualizzazione, come quello che è stato realizzato per “Via col vento” (un tutorial che viene trasmesso prima del film, di modo che gli spettatori siano allertati e sappiano che quello che stanno per vedere non è un’apologia del razzismo).

 

Gorra vuole dotare la letteratura di Faulkner della stessa unità di misura con la quale lui la valuta e soppesa: la netta distinzione tra bene e male. Un destino fino a ieri inimmaginabile per uno scrittore interessato esclusivamente al “cuore umano in conflitto con sé stesso”. Così disse nel 1950, quando ritirò il Nobel (su insistenza di sua figlia, poiché lui non avrebbe mai voluto presenziare alla cerimonia – secondo alcuni però le sue ritrosie non erano che ricerche d’attenzione, poiché lui era stato un megalomane accentratore, un bugiardo incattivito da una lunga serie di tragedie personali). Disse anche che si rifiutava di credere nella fine dell’uomo. Si fidava di noi, abbastanza da crederci incapaci di estinguerci e capaci di leggerlo senza bisogno di note a margine, e clausole etiche posticipate.

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