La reincarnazione è finita

Maurizio Crippa

L’annuncio del Dalai Lama chiude anche un’èra in occidente: la religiosità new age degli aged of Aquarius

La reincarnazione è finita. Sono bastate due ore di lezione, davanti a studenti basiti o forse estasiati, per smontare un’intera fede, per quanto cugina minore ed esiliata. E a parlare non era un giovane eresiarca in vena di nuovo, ma il XIV Dalai Lama in persona, ufficialmente l’ultimo dei reincarnati. Però ha detto che il sistema tibetano è basato su un “retaggio feudale dominato dai ‘reincarnati’” ma che in realtà il titolo di reincarnato non è mai neppure esistito. Un falso, una specie di donazione di Costantino tibetana. E ha aggiunto che credere in questo sistema feudale (e ultra-naturale) è sbagliato, fidatevi dell’evoluzione del mondo occidentale. E’ come se il Papa abolisse il crocefisso (astenersi battutisti da dark web tradizionalista), molto più di una riforma protestante in casa dell’Illuminato.

  

Intermezzo geopolitico (spoiler). Gli informati sanno benissimo che oltre alla riforma modernista del buddismo e alla cancellazione della figura stessa del Dalai Lama (già annunciata in passato) Tenzin Gyatso, da capo del suo popolo, ha in mente una questione politica e di libertà non soltanto religiosa grave: il rischio molto concreto che a scegliere il suo successore, nel cospicuo mazzo dei pretendenti “reincarnati”, possa essere il governo occupazionista di Pechino. E una volta conquistato il vertice religioso, normalizzare tutto il resto della riottosa regione sarebbe assai più facile. Muoia il Dalai Lama con tutti i filistei, è la risposta dell’ottuagenario interessato. E gli fa onore.

   

Ma tornando in occidente, dove le sorti del Tibet importano francamente a pochi, c’è un’altra catena di significati che le parole di Sua Santità tibetana illuminano. O forse per meglio dire spezzano. La dichiarazione tranchant del Dalai Lama è la pietra tombale su un’altra religione che sulla scommessa di non morire mai – o al massimo di dolcemente finire in un proprio paradiso artificiale – ci aveva fatto gran conto. Una chiesa generazionale e di gran moda alle nostre longitudini: la religiosità variamente orientaleggiante, filosoficamente new age, insufflata di spiritualismi poggiati sulla dieta macrobiotica e lo yoga come arte di manutenzione del sé senza manco bisogno della motocicletta. Più la pace un po’ alla buona, e tutte le ere dell’Acquario messe insieme. Quella fede da baby boomer in libera uscita dall’occidente che hanno visto nel Reincarnato, così friendly, così saggio, la quattordicesima strada per raggiungere il Nirvana prima di cena, come direbbe oggi Jonathan Safran Foer. Senza doversi frantumare la vita con pratiche ascetiche. Di questa fede prêt-à-porter il Dalai Lama col suo buddismo easy è stata l’icona globale. Tenzin Gyatso è stato per decenni il santo nel supermercato delle religioni che ha dominato quattro decenni, e che è stata la vera spiritualità della globalizzazione. Ma ora niente più reincarnazione come versione più comoda della vita eterna, e bisogna mandare al macero anche un profluvio di film hollywodiani e persino uno di Bertolucci. Del resto adesso va molto meno di moda anche il Nirvana, nel nuovo mondo assai meno universalista e pacificato servono religioni più guardinghe. Ora vanno di moda i rosari. Tenzin Gyatso, annunciando che la reincarnazione è finita, ha detto anche che è finita la ricreazione spirituale degli aged of Aquarius: se volete comprarvi a buon prezzo una parvenza di immortalità, provate con uno di quei profili che assicurano, pagando, che da un vostro account post mortem partiranno per sempre dei like agli amici. Noi qui, in Tibet, abbiamo chiuso.

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  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"