Game of reincarnation

In Tibet rispunta il venerato Panchen Lama. La lotta a coltellate tra buddisti e regime cinese

10 Settembre 2015 alle 06:18

Game of reincarnation

Il Dalai Lama (foto LaPresse)

Milano. Prima vengono le illuminazioni mistiche, poi le dispute teologiche. Infine i tradimenti politici e le coltellate: se incarnare un buddha vivente non è mai stato facile, negli ultimi decenni qualcosa è andato terribilmente storto. Ne sa qualcosa Gedhun Choekyi Nyima, scomparso dalla sua casa in Tibet nel 1995 all’età di sei anni, appena tre giorni dopo la pronuncia del Dalai Lama che lo identificava come l’undicesima reincarnazione del Panchen Lama. Da quel maggio di venti anni fa le notizie sul “bambino d’oro” che rappresenta la seconda figura più importante del buddismo tibetano sono state fornite col contagocce. L’ultima risale a domenica scorsa, quando un responsabile per gli affari religiosi del Partito comunista cinese ha risposto a una domanda della Reuters: “Il Panchen Lama al quale si riferisce è stato educato a vivere una vita normale e non vuole essere disturbato. Il processo di riconoscimento della sua reincarnazione era privo di autorizzazioni, e pertanto va considerato illegale e non valido”.
Quando un partito ufficialmente ateo applica il suo linguaggio burocratico a questioni mistiche millenarie, il surrealismo è assicurato. E di spunti suggestivi la questione tibetana ne offre già a volontà. Dopo che i funzionari del Partito presero in consegna Gedhun per rieducarlo e “sottrarlo alle forze separatiste del Dalai Lama”, la Cina si è affrettata a nominare un nuovo Panchen. Il governo di Pechino si considera legittimato a decidere chi si reincarna in chi attraverso una procedura impiegata fin dal 1700 dai monaci più vicini all’imperatore, che restringevano il campo a una rosa di tre candidati e poi estraevano a sorte il nome del nuovo buddha vivente da un’urna d’oro. Un rituale in forte contraddizione con quello praticato dai monaci più ortodossi, secondo i quali la reincarnazione di un illuminato si individua attraverso sogni, presagi e indizi lasciati dal lama precedente. Per questo agli occhi della maggioranza dei tibetani il nuovo Panchen Lama è un fantoccio di Pechino.

 

Ma dietro a questo “Game of Reincarnation” si nasconde una lotta per le investiture che da 50 anni vede contrapposte Pechino e Dharamsala, sede del Dalai Lama e del governo tibetano in esilio. In palio ci sono equilibri geopolitici, aree d’influenza e, in ultima analisi, il controllo della fede di milioni di buddisti in tutto il mondo. Quando nella contesa non si possono impiegare diatribe teologiche, si combatte a colpi di operazioni coperte e calunnie: eliminato il Panchen Lama fedele agli esuli, nella seconda metà degli anni 90 il problema di Pechino si chiama Karmapa Lama. Se nel buddismo tibetano ci fosse una vera gerarchia il Karmapa sarebbe una sorta di terzo al comando, ma quando la Cina tenta di conquistarlo alla sua causa scatta il fiasco: il monaco 14enne fugge alla fine del ’99, e nel gennaio 2000 compare a Dharamsala per riunirsi al Dalai Lama dopo mesi di viaggio in incognito sui sentieri segreti tra Tibet, Nepal e Cina. Da allora, nonostante la protezione del Dalai Lama, il Karmapa è stato al centro di una ragnatela di sospetti e insinuazioni di altri monaci e di esponenti del governo indiano, che lo hanno dipinto come un infiltrato cinese coinvolgendolo anche in uno scandalo a base di malversazioni da centinaia di milioni di dollari, dal quale è stato scagionato nel 2011.

 

[**Video_box_2**]Il “Gioco delle Reincarnazioni” può assumere risvolti ancora più oscuri. Nel 1996 il Dalai Lama scomunica il culto del Dorje Shugden, una sorta di demone protettore del benessere materiale. Tra le righe si legge una vaga accusa di scisma finanziato da ambienti tibetani vicini a Pechino, ma i monaci che avrebbero scoperto la congiura non sopravvivranno a lungo: una mattina del febbraio successivo il preside della scuola di Retorica Lobsang Gyatso e due suoi discepoli vengono trovati assassinati nelle loro celle di Dharamsala. I cadaveri, racconta Raimondo Bultrini nel libro “Il demone e il Dalai Lama”, sono stati pugnalati con novanta coltellate secondo un rituale segreto del Dorje. La polizia indiana segue le tracce degli assassini fino al confine con la Cina, ma Pechino non ha mai concesso l’estradizione.

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