Il totalitarismo dei buoni

Mattia Ferraresi

Bret Easton Ellis è tornato. Parla del liberalismo autoritario e del “fascismo gay”, di superiorità morale e distruzione dell’arte. Un regime ha preso il potere, dice, e non è quello dei populisti cattivi, ma dei millennial infantili. Intervista allo scrittore americano

Nel suo ultimo libro, White, presto in uscita in Italia per Einaudi, Bret Easton Ellis parla di autoritarismo, di fascismo, di totalitarismo, di censura, di superiorità morale, di ossessione da controllo, di pressioni dirette e indirette per conformarsi al canone ideologico del momento. A volte sembra di avere fra le mani le pagine di un samizdat sfuggite chissà come ai controlli della polizia politica, ma incastonate dentro un immaginario hollywoodiano e ultra-pop, più Tom Wolfe che Solzenicyn.

  

Il regime che il romanziere americano denuncia non è quello dei costruttori di muri e dei truci promotori di un presunto clima da anni Trenta. E’ quello degli altri, della resistenza progressista, del liberalismo bacchettone che si atteggia a vittima delle pulsioni barbariche e del clima d’odio. L’obiettivo polemico è il regime dei buoni, e White è una cronaca dall’inferno delle loro buone intenzioni.

  

Un mondo in cui il talento fondamentale dell’attore è quello di fare tutto ciò che è necessario per piacere al pubblico

Ed è lacerante e repulsiva almeno quanto certe scene di American Psycho o Glamorama, e infatti per l’autore questo libro non è una parentesi saggistica fra opere di fiction, ma la continuazione del suo lavoro di romanziere con un altro registro. Ellis gode di una posizione vantaggiosa per avanzare osservazioni altrimenti indicibili. Per un codificato meccanismo dell’egemonia culturale, certe idee diventano presentabili se a esprimerle è qualcuno che gli arbitri del dibattito si trovano in difficoltà a squalificare: lo scrittore gay, la femminista pentita, il prete progressista e così via. Anche questo è un portato della identity politics che lo fa imbestialire: chi esprime un’idea è più importante dell’idea stessa.

   

Una delle idee di Ellis è che questo regime ha preso il potere trasformandoci tutti in attori. In un mondo pieno di palchi digitali – i social media e non solo – tutti recitano una parte, dove il talento fondamentale dell’attore è quello di fare tutto ciò che è necessario per piacere al pubblico; il quale a sua volta chiede che la performance sia perfettamente conforme ai precetti ideologici che già abbraccia e che segnano il confine fra l’accettabile e l’inaccettabile, fra la civiltà e la barbarie. Tutto il resto è oppressione, violenza (al pari di quella fisica) e intelligenza con il nemico, roba meritevole di boicottaggio e censura nella forma del de-platforming, la tecnica preferita dalla cosiddetta cancel culture. Se il regista Erroll Morris fa un documentario-intervista con Steve Bannon, con l’ambizione di capirlo e non appena di crocifiggerlo, l’opera non deve essere distribuita; se uno scrittore ben inserito nella società hollywoodiana va a cena con amici conservatori e dà conto delle loro legittime posizioni con una serie di tweet, va condannato per il solo fatto di averli ascoltati; se Kanye West elogia Donald Trump avrà certamente sbroccato, serve un trattamento sanitario obbligatorio, la camicia di forza, la revoca della legge Basaglia.

   

Tra i motivi del cortocircuito, i social, “con i quali tutti si sono convinti di avere una voce speciale. Le barriere sono state distrutte”

In uno dei passaggi più graffianti, Ellis scrive: “Pare che siamo entrati precariamente in una specie di totalitarismo che detesta la libertà di parola e punisce le persone se rivelano il loro vero io”. In un’intervista concessa al Foglio, lo scrittore spiega: “Ho scritto di una specie di totalitarismo, non del totalitarismo nel suo senso storico. E ho scelto di usare questo termine perché è così che mi sento: sotto controllo di un regime. Oggi ci sono una serie di regole che un artista deve seguire, e se non le segue viene cancellato o messo a tacere. Tutto deve essere coordinato da una certa sensibilità. Questo meccanismo si vede nelle case editrici già oggi. Ci sono editor che scandagliano i manoscritti alla ricerca di elementi che potrebbero offendere i lettori, che potrebbero farli arrabbiare, li evidenziano e si discute su cosa fare. Sta succedendo per davvero, in questo momento. I guardiani della cultura dominante stanno attivamente cancellando le opinioni degli artisti perché non sono d’accordo con loro oppure perché non sono in linea con l’‘ideologia progressista’ del momento, che fra l’altro molte persone rifiutano”, dice Ellis, che nel libro dà una definizione succinta del contenuto di questa ideologia progressista: un pensiero che “propone inclusività universale eccetto per quelli che osano fare domande”. Chi s’azzarda “è in qualche modo fottuto”.

   

L’apparente paradosso è che la costrizione ideologica su larga scala avviene nella patria della libertà, nel regno che ha sacralizzato l’individuo e il suo diritto di essere se stesso, secondo la formula retorica cara alle soubrette di tutte le latitudini. Qui Ellis ravvisa una sterzata nella cultura americana: “Questa è una forma totalitaria recente, che non ho mai sperimentato nella mia vita prima. La libertà di espressione e di opinione è stata sempre esaltata qui, ma non è più così. E non riesco a capire perché non c’è una reazione a quello di cui tutti sembrano lamentarsi a parole”. Formula alcune ipotesi intorno ai motivi del cortocircuito: “La risposta ovvia è l’avvento dei social, con i quali tutti si sono convinti di avere una voce speciale. Le barriere sono state distrutte, tutti si sono convinti di essere grandi scrittori e che le loro opinioni contassero quanto quelle di tutti gli altri. Abbiamo assistito al collasso di un sistema in cui c’erano dei gatekeepers, c’erano degli scrittori che erano effettivamente scrittori, perché avevano delle cose da dire e sapevano scriverle. 

  


La vocazione liberal al potere. Una posizione ispirata alla difesa della libertà è diventata “un distorto movimento autoritario della superiorità morale”. Con cui Ellis non vuole avere nulla a che fare


  

I social media hanno distrutto questo sistema. Durante il corso della mia vita tutti sono stati liberi di esprimersi come volevano, tendenzialmente. Quello che vedo adesso è un’altra cosa: una parte sta cercando di distruggere un’altra, impedendole di esprimersi liberamente. Questo non succedeva prima, quando la libertà di espressione sembrava ancora definire il mood della nostra cultura e non c’erano sciocchezze tipo la cultural appropriation, oppure l’idea che uno scrittore non potesse scrivere certe cose o un attore interpretare certi ruoli. Uno potrebbe dire che anche questa è libertà di espressione, ma a spese di chi? A spese di altre persone”.

 

Lo scrittore attacca il “fascismo gay” che impone conformismo e fa strame delle associazioni che hanno santificato “l’elfo gay”, che vota diligentemente a sinistra, non si azzarda a prendere in considerazione ciò che viene dal mondo conservatore, specialmente da quello di impronta cristiana

Anche le battaglie progressiste per i diritti degli omosessuali, questione che sta certamente a cuore a Ellis, finiscono nel tritacarne delle sue critiche. Lo scrittore attacca il “fascismo gay” che impone conformismo e ferreo allineamento all’interno della comunità, fa strame delle associazioni che hanno santificato “l’elfo gay”, figura magica e mansueta che non contraddice, non fa domande complicate, non viola gli ordini di scuderia, si presenta come vittima, brandisce valori liberal, vota diligentemente a sinistra, non si azzarda a prendere in considerazione ciò che viene dal mondo conservatore, specialmente da quello di impronta cristiana, e si commuove guardando Moonlight, film che definisce “innocuo”, che nella gerarchia degli aggettivi di Ellis è superiore forse soltanto a “solare” e “inclusivo”. “Molti movimenti progressisti sono diventati rigidi e autoritari quanto le istituzioni che contrastavano”, sentenzia Ellis.

  

La critica particolare va inserita in un più composito attacco al liberalismo, o a ciò a cui oggi è stato ridotto. Era una posizione ispirata alla difesa della libertà che si è trasformata “in un distorto movimento autoritario della superiorità morale con cui non voglio avere nulla a che fare”. Osservando i social justice warrior di Berkeley – patria del free speech degli anni Sessanta – che con argomentazioni fatte di spranghe e molotov hanno impedito al provocatore populista Milo Yiannopoulos e ad altri personaggi disallineati di parlare nel campus, ha commentato: “Avevo di fronte un nuovo tipo di liberalismo, che era pronto a censurare persone e a punire voci, ostacolare opinioni e bloccare punti di vista”. E’ una delle questioni più dibattute in questa epoca di recrudescenze illiberali: il liberalismo ha sempre avuto nascosta in pancia una vena autoritaria oppure siamo di fronte a un tradimento, a una mutazione genetica? “Questa situazione rivela una cosa: la gente vuole il potere. Punto”, dice Ellis al Foglio. “Non è che una parte sia meglio dell’altra: tutti vogliono il potere. Le basi del liberalismo sono state altre per molti decenni, anche se è possibile che queste forze oscure fossero in agguato da molto tempo sotto la sua facciata. In America liberalismo è stato un termine per lungo tempo opposto a quello che stava dall’altra parte dello spettro politico, il conservatorismo o, negli anni Ottanta, il reaganismo. Ma in tempi di disperazione le persone si rivelano per quello che sono veramente, e gli ultimi tre anni di disperazione politica hanno rivelato il vero volto dei liberal, che vogliono soltanto il potere. E’ una pulsione innata negli esseri umani, certo, ma il modo in cui questo si sta sviluppando è terribile. Siamo testimoni di un momento agghiacciante. Vorrei che ci fosse più desiderio di capire cosa c’è dall’altro lato della barricata politica. Il problema è: dove andrà a schiantarsi tutto questo? Non ne ho idea. Io mi sono sempre sentito un liberal e mi sono sempre schierato con loro, ma adesso questa parte sta degenerando in qualcosa di catastrofico, e non capisco perché nessuno abbia messo ancora un freno a tutto questo”.

  

Il passaggio forse più ispirato e profondo di “White” è quello in cui Ellis collega questa specie di totalitarismo alla perdita o alla strumentalizzazione dell’arte. “Una cultura che non sa cosa farsene, dell’arte, significa che non sa come interpretarla, non ha il senso della metafora, prende tutto alla lettera”

Il passaggio forse più ispirato e profondo di White è quello in cui Ellis collega questa specie di totalitarismo alla perdita o alla strumentalizzazione dell’arte. Scrive proprio così: “Questo è quello che succede a una cultura quando non le interessa più l’arte”. In altre parti dell’intervista Ellis è più reattivo, sembra che mentre parla al telefono salti sulla sedia – ammesso che sia seduto – nella sua casa di Los Angeles, ma su questo tema rimane un attimo in silenzio. Riflette. “Ho pensato a lungo a questo passaggio prima di scriverlo – spiega – e ci penso ancora. Una cultura a cui non interessa l’arte. Penso che sia vero, nella sostanza. Ma penso anche che sia una cultura che non sa cosa farsene dell’arte. Perciò si è allineata a una serie di regole che pretendono di fissare cosa l’arte dovrebbe essere, cosa dovrebbe includere o escludere, quali valori dovrebbe rappresentare. L’arte è subordinata all’ideologia. Una cultura che non sa cosa farsene, dell’arte, significa che non sa come interpretarla, non ha il senso della metafora, prende tutto alla lettera. Questo si vede nel casting del cinema, ad esempio. Un attore oggi non può interpretare un personaggio che non è già nella vita reale. Stiamo entrando in una strana fase letteralista che è chiaramente anti-artistica, perché l’arte non è letterale, non è fatta di regole, è sognante, fantastica, metaforica. Stiamo perdendo la capacità di leggere un libro, di guardare un film, di ascoltare una canzone senza tutte queste associazioni ideologiche. Forse il mio ragazzo, Todd, che ha 25 anni meno di me, se ne frega di tutto questo e per lui è tutto normale, ma per me no. Non dico che questo clima sia apocalittico o che non si possa vivere, ma è disgustoso, e mi disturba profondamente che una generazione di artisti sia stata formata secondo questi precetti. Forse tutto questo si dissolverà e le cose torneranno al loro posto. Forse. Non lo so”.

 

Questo clima sta impedendo la produzione di arte significativa, magari attraverso meccanismi di autocensura? “Certamente l’autocensura è incoraggiata. Certo, è complicato, perché le regole del gioco non sono scritte, non ci sono leggi che limitano l’espressione. Se ci fossero la gente sarebbe infuriata. La questione è più sottile. Alcuni sceneggiatori di Hbo che hanno creato Game of Thrones volevano scrivere una serie basata sull’idea che la schiavitù non ci fosse mai stata, in America, immaginando come sarebbe stato il paese senza questa macchia. Improvvisamente tutti nei media hanno iniziato a dire che erano dei razzisti e che lo show, che non era nemmeno stato scritto, doveva essere boicottato. A quel punto dipende tutto da Hbo, sono le corporation che devono prendere posizione e decidere se credono in uno show dal punto di vista artistico oppure ascoltano la folla inferocita e accettano di cancellare la serie. Questo tipo di decisioni vengono prese tutti i giorni in America. La cultura corporate è parte della ragione per cui queste cose succedono: gli artisti aderiscono alle regole delle aziende, e poiché le regole sono aumentate e si sono intensificate a dismisura, questo ha condizionato in modo in cui viene prodotta l’arte, il modo in cui vengono scritti e premiati i libri. Un paio di settimane fa ho visto un film intitolato Good Boys, una commedia costruita sulle avventure di due amici dodicenni. A uno dei ragazzi chiedono di elencare alcune cose che gli piacciono: lui dice che ama le regole. Mi sono reso conto che le persone vogliono regole, vogliono confini, vogliono qualcuno che dica loro cosa fare, e c’è un elemento generazionale secondo me in questo: la generazione X non era così”.

  

Altro tema ricorrente è quello della vittimizzazione, un processo culturale pervasivo che ha a sua volta una particolare coloritura generazionale (molte cose, per Ellis, portano questo tratto). Per i millennial e la generazione Z eroe e vittima sono figure perfettamente sovrapponibili. L’eroe è tale nella misura in cui è oppresso. Lo scrittore la chiama la “cultura del vittimismo competitivo” e si articola in uno schiamazzare costante: “Io sono più vittima di te! No, io sono più vittima di te!”.

   


Dove arriva la “cultura del vittimismo competitivo”: “Stabiliamo chi è più vittima di tutti e diamogli più voce”. Lo schema dell’anti trumpismo: chi non è un attivista è un collaborazionista. Vivere in una bolla, l’ossessione dei millennial: “Se incontrano un’opinione diversa dalla loro si sentono violentati”


  

“Da questo – spiega Ellis – è nata l’intersectionality, che in pratica significa: stabiliamo chi è più vittima di tutti e diamogli più voce. Se sei una handicappata transgender latina allora hai diritto a essere più rappresentata degli altri. Gli uomini bianchi non dovrebbero avere voce. Mi sono chiesto a lungo qual è l’origine di questo meccanismo perverso. Una risposta è che forse i millennial sono cresciuti in un mondo post-ideologico, un mondo in cui tutte le grandi narrazioni, gli ideali per cui si poteva immaginare di dare la vita erano stati già decostruiti e spazzati via. Che cosa rimaneva? Soltanto degli individui fragili e isolati con il loro bisogno di essere compiaciuti, il loro distorto bisogno di essere amati, presto ridotto a una vuota sete di like. Forse la vittimizzazione è stata la strada più semplice per ottenere l’illusione di essere amati”.

 

Una parte di “White” è dedicata alla dialettica fra Impero e post-Impero. “Un sacco di ottima letteratura, musica, cinema e arte sono stati prodotti nell’Impero. Il post-Impero è il punto di collasso di tutto questo. E’ il momento in cui è stata rifiutata l’idea di produrre qualunque forma di espressione di sé in un certo modo”

Una parte di White è dedicata alla dialettica fra Impero e post-Impero, due temperie o umori della cultura americana che non sono di facile identificazione e che non si sono succedute in una sequenza netta. Scrive Ellis: “Se l’Impero erano gli Eagles, il Veuve Cliquot, Reagan, Il Padrino e Robert Redford, allora il post-Impero è American Idol, l’acqua al cocco, il Tea Party, The Human Centipede, Shia LeBeouf. Con il diminuire delle aspettative in ogni ambito, c’è stato un rifiuto dell’eredità dell’Establishment, un rifiuto di inchinarsi a un sistema che non funzionava, a atteggiamenti da outsider sono diventati mainstream – atteggiamenti definiti dall’assenza di patinatura, da una mentalità do-it-yourself, dall’impulso di indossare il pigiama in pubblico. E’ stato un breve momento che non è mai fiorito completamente. Ha avuto un’esistenza momentanea e poi, come tutto il resto, è stato annacquato e si è richiuso, e il post-Impero è stato assorbito nella cultura corporate. Eppure il post-Impero non è interamente scomparso, e le sue tracce sono sparse ovunque”. Nell’Impero, spiega Ellis nella conversazione, “regnava la convinzione che l’arte e la capacità creativa fossero estremamente importanti e c’era anche una posa che le accompagnava. Molte persone hanno violato questo codice, si sono ribellate a questo gioco, ma in generale era una mentalità incoraggiata nel periodo di grande prosperità che ha seguito la Seconda guerra mondiale. L’11 settembre 2001 è stato certamente il punto di rottura, il momento in cui si è spezzata l’idea che l’America fosse la nazione più ricca, più produttiva e più capace di sfornare arte, letteratura, musica. Eravamo i migliori. Dopo l’attacco alle Torri gemelle c’è stato un cambiamento nell’atteggiamento, nella sensibilità, perché la gente non riusciva più a reggere la responsabilità di quella posa, e parlo di posa perché era diventata un’etichetta, una maschera che tutti erano costretti a indossare. Diciamolo tranquillamente: un sacco di ottima letteratura, musica, cinema e arte sono stati prodotti nell’Impero. Il post-Impero è il punto di collasso di tutto questo. E’ il momento in cui è stata rifiutata l’idea di produrre qualunque forma di espressione di sé in un certo modo. Il post-Impero è stata una crepa nella facciata. In questo contesto alcuni personaggi della cultura si sono davvero ribellati alle regole, e sembrava che fosse l’inizio di una nuova fase. E invece poi la cultura corporate ha riconquistato tutto, o quasi”. Chi è il personaggio più emblematico, l’incarnazione del post-Impero? Donald Trump. E qual è la manifestazione più chiara della mentalità dell’Impero? La reazione isterica dei media e dell’establishment politico e culturale a Donald Trump.

  

E’ curioso: il nome del presidente degli Stati Uniti è venuto fuori per la prima volta dopo 43 minuti dall’inizio dell’intervista. Eppure aleggiava fin dall’inizio. Questo lo scambio:

  

“La frustrazione, l’alienazione e il vuoto che hai raccontato in American Psycho hanno creato le condizioni per l’elezione di Trump?”.

  

“Certo”.

  

“Potresti dire qualcosa in più su questo?”.

  

“No”.

  

  

Ellis conosce il meccanismo. In America hanno usato White per mettergli in testa il cappellino Make America Great Again. Lo hanno portato a esempio dell’artista che non detesta Trump con ardore sufficiente da convincere il pubblico che non è un alleato segreto del presidente. Non ha preso parte alla resistenza, si è smarcato dal coro dell’indignazione permanente, ha bastonato i De Niro e gli Springsteen che hanno perso la trebisonda, asservendo i loro talenti a una battaglia ideologica che definisce “infantile”, e una volta ha perfino fatto un apprezzamento alla musica country. Un amico, costernato, lo ha rimproverato: “Come ti può piacere la musica country quando questi sono tutti contro di noi? Lo capisci? Sono contro di noi, Bret. Contro i nostri valori”. Nello schema, chi non è un attivista è un collaborazionista. Ne ha rilasciate a decine di interviste in cui quando si è arrivati a Trump il discorso è precipitato, e per pigrizia o salivazione pavloviana i titolisti non hanno resistito a scritturarlo nella parte del trumpiano mascherato (nota per il titolista di questo articolo: evitare il cliché).

 

All’apparire di Trump, dunque, si ritrae. Poi ci ripensa, e qualcosa dice: “Hai ragione a collegare quello che scrivevo in American Psycho con la situazione di oggi. Trump è l’esito assurdo di una traiettoria sulla quale probabilmente eravamo avviati già da molto tempo. E’ un’inevitabilità, un sintomo. La gente pensa che io sia troppo morbido con Trump, dice che non sono critico abbastanza, ma io Trump l’ho superato proprio quando scrivevo American Psycho. Non permetterò a me stesso di essere arrabbiato quanto è arrabbiato il mio ragazzo. Si può reagire eccessivamente oppure vivere senza ansie: ognuno fa la scelta che vuole, poi vediamo chi vive meglio. Cosa facciamo, gli resistiamo finché non lo cacciamo dalla Casa Bianca? Ma per favore”.

 

A proposito di ansie, qualche giorno fa un’opinionista liberal del New York Times, Michelle Goldberg, ha scritto en passant in un suo articolo che soffre di insonnia dal giorno delle elezioni nel 2016. Di fronte a questo dettaglio, Ellis salta sulla sedia (sempre ammesso che fosse seduto), e non si ritrae più: “E’ assurdo! E’ una pazzia. Solo una persona fuori di testa può scrivere una cosa del genere. Il New York Times è completamente assurdo, e dà spazio a persone che scrivono cose folli, tipo che la vista di un cappellino rosso mette l’angoscia. Sono dei bambini, ecco cosa sono. Devono crescere. Tutti i liberal sono stati umanamente devastati da Trump, ed è una cosa infantile e imbarazzante. Leggo il Times tutti i giorni e straluno gli occhi continuamente mentre lo leggo, specialmente gli editoriali. Lasciamo che continuino a resistere, e vediamo cosa succede”.

 

“Il New York Times è completamente assurdo, e dà spazio a persone che scrivono cose folli, tipo che la vista di un cappellino rosso mette l’angoscia. Sono dei bambini, ecco cosa sono. Devono crescere. Tutti i liberal sono stati umanamente devastati da Trump, ed è una cosa infantile e imbarazzante”

Non è che il preludio a un giudizio impietoso sulla condizione dei media in America, cosa strana per uno che è stato, un tempo, un avido consumatore di news. “Sono diventato sospettoso verso i media nel 2015 – dice Ellis – per il modo in cui è stata raccontata la campagna elettorale. Credo che se i giornalisti avessero raccontato onestamente la realtà, Trump non avrebbe vinto. Ma anche il modo in cui viene trattato il mondo dello spettacolo è sconfortante: i media aderiscono a una ideologia approvata che non ha nulla a che fare con l’arte. Leggo almeno il Times tutti i giorni, ma ne ricavo solo frustrazione. Mi diverto a far vedere al mio ragazzo: vedi questo titolo? Ecco, se leggi l’articolo scoprirai che il dodicesimo paragrafo smentisce completamente la tesi presentata nel titolo. I titoli sono diventati brevi editoriali scollegati dai testi. Gli articoli non sono fake news, ma sono inevitabilmente viziati. Il mio ragazzo era completamente preso dal movimento di resistenza a Trump ed era immerso nel mondo del giornalismo di sinistra. Il suo dio era Rachel Maddow. Ma anche lui si sta rendendo conto che tutto in realtà è opinione e ideologia. Legge molte più fonti di me, segue il dibattito sui social, i commentatori su YouTube eccetera. Io invece non so se voglio altre informazioni. Guardo i media mainstream e noto che quello che dicono mi interessa sempre meno. Mi sono liberato, in un certo senso. Uso Twitter per accedere alle notizie ma stando attento a coltivare un parco di opinioni che non sia soltanto dentro la mia bolla. Seguo voci diverse. Non vivo in una bolla, nella vita come nei social, e non vivo in una bolla perché quella è l’ossessione dei millennial, che se incontrano un’opinione diversa dalla loro si sentono violentati”.

 

Colpisce, leggendo White, la presenza di molti amici. Compaiono cene, discussioni, litigi, disaccordi e riappacificazioni, opinioni diverse che si scontrano e persone che si ascoltano, trasmettendo l’impressione che Ellis, che pure vive in uno degli ambienti ideologicamente più insulari del sistema solare, Hollywood, non sia circondato soltanto da proiezioni del proprio self e da compagni di tribù. Non è una cosa di poco conto, e forse fa anche un po’ post-Impero. “Mi ritengo una persona solitaria, ma è vero, ho sempre avuto amici con cui ero completamente in disaccordo, gente che aveva una visione del mondo diversa dalla mia. Ho imparato molto, ho anche cambiato spesso idea. Come i miei romanzi, anche questo libro è popolato di gente bianca e privilegiata che vuole che il mondo si adegui ai suoi desideri. Ma credo che queste persone vadano ascoltate. L’altro giorno c’era qui un amico del mio ragazzo che la pensa all’opposto di lui su tutto. E’ un conservatore, ebreo, pro-Israele, fan di Trump con un sacco di armi da fuoco nell’armadio. Ho notato innanzitutto che i due erano in grado di parlare anche di ciò su cui non erano d’accordo, e questo è un primo dato interessante. Ma ho notato anche che questo mio amico era più disposto ad ascoltare l’interlocutore di quanto lo fosse Todd. Era calmo, razionale, mentre Todd lo interrompeva spesso, come se fosse in preda al panico. L’isteria è ormai la norma nelle conversazioni”.

 

Ci sono almeno due modi di leggere White. Uno è prenderlo come la stramba lamentazione di un provocatore che si balocca con la pratica trita di épater la bourgeoisie in cambio di un po’ di rumore. L’altro modo è leggerlo come una critica alla condizione contemporanea che tocca nervi scoperti e contraddizioni latenti di un impianto di pensiero vacillante. Uno lo tratta come saggio d’occasione, curvo sul qui e ora; l’altro lo vede come una scheggia conficcata in uno snodo storico. Uno è destinato al consumo, l’altro alla lettura. Il primo è il pamphlet di un polemista talentuoso, il secondo un libro di Bret Easton Ellis.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.