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Quel che resta del genio folle di Dino Campana

Sfuggire alla propria natura è l’impresa che il poeta tenterà di realizzare per tutta la vita. Senza mai riuscirci

22 Settembre 2019 alle 06:17

Quel che resta del genio folle di Dino Campana

Dino Campana nacque a Marradi il 20 agosto del 1885 e morì a Scandicci il 1° marzo del 1932 - Illustrazione Il Foglio (tutti i diritti riservati)

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfi rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

Invenzione o realtà? Genialità o semplice follia? Dietro di sé, Dino Campana ha lasciato quesiti, dubbi che mai troveranno risposta certa, come mai nessuno potrà darci una parola ultima sulla durata dei suoi viaggi sbandati, addirittura se siano effettivamente esistiti, o se tutto, ma proprio tutto, non sia stato altro che un parto della sua mente schizoide.

 

Partiamo dai dati certi. Da una madre anaffettiva, Francesca detta Fanny, anche lei debole di mente, che lo mise al mondo nel 1885 presso Marradi, paesino tra Romagna e Toscana. Una stella oscura e distante, questo sarà Fanny nella vita di Dino, una madre che riverserà il proprio amore tutto su Manlio, fratello minore del poeta, e su un Dio adorato ben oltre i confini della normalità.

 

Alla madre si contrappone un padre fin troppo buono, per non dire debole, succube della malattia progressiva della moglie: Giovanni. Maestro di scuola elementare. Figura impalpabile rispetto alla verve patologica di Fanny.

 

A queste premesse familiari, Dino risponde con un’infanzia felice, normale, solo attorno all’adolescenza, come spesso accade, cominciano a manifestarsi i primi segni della malattia mentale. Il giovane Campana, almeno inizialmente, cerca di non darla vinta ai suoi nervi, tenta di vivere come ogni altro ragazzo del suo tempo. Si iscrive all’Università di Bologna, chimica, poi entra alla scuola ufficiali di Ravenna per avviarsi alla carriera militare.

 

Ma, in breve, i suoi progetti di una vita normale vengono travolti dalla pazzia. Dal corso ufficiali viene congedato, né riesce a seguire stabilmente gli studi. Da qui prende vita il suo errare di città in città, anche se sarebbe più corretto leggere i suoi spostamenti come il tentativo disperato di un giovane uomo che vorrebbe lasciarsi alle spalle la malattia che cova nella sua testa.

 

Sfuggire alla propria natura è l’impresa che Campana tenterà di realizzare per tutta la vita. Senza mai riuscirci.

 

Il primo ricovero in manicomio è del 1905. Dino riesce a fuggire, in questo modo non fa altro che aggravare la sua posizione agli occhi della legge, che vede in quelli come lui una fonte di fastidi da risolvere solo attraverso l’internamento, in manicomio o in prigione. La famiglia interviene in suo favore, per toglierlo dai guai, ma anche per levarselo dalla vista, lo spedisce in Argentina.

 

I viaggi di Campana hanno la sostanza impalpabile dei sogni, o delle allucinazioni peggiori. C’è chi ne disconosce la stessa esistenza, mentre altri si ostinano a rinchiuderli nel tempo lineare dei sani di mente. Niente di tutto questo. I viaggi di Dino sono verticali, oscuri come la sua mente, disegnano rotte illeggibili.

 

Solo una sostanza fa breccia nella psiche di Campana, e non cura, semmai il contrario. La poesia entra ufficialmente nella vita di Dino attorno al 1912, grazie all’ennesimo tentativo di normalità che si concede e al sogno mai sopito di laurearsi. A Bologna ha modo di frequentare alcuni scrittori della sua età e di produrre le prime poesie. Dalla poesia arriverà il trauma, assolutamente reale, tangibile, che sprofonderà definitivamente la mente di Campana. Nel ’13 consegna nelle mani di Ardengo Soffici, assieme a Giovanni Papini il responsabile della rivista Lacerba e di tanta letteratura dell’epoca, il suo manoscritto. Il suo libro di poesie. S’intitola “Il più lungo giorno”. Campana ha l’ingenuità dei bambini appena venuti al mondo: quello che consegna a Lacerba è l’unica copia del manoscritto che possieda. Un bambino in mezzo a un covo di lupi, animali della letteratura che non colgono l’innocenza di chi hanno di fronte.

 

Il manoscritto viene letto e bocciato, ma quel che più è grave, perso. Campana tenta di riprendersi ciò che è suo, vorrebbe uccidere Soffici, che considera la sua maledizione. Quando capisce che non rivedrà mai le sue poesie, il suo amato libro, decide di riscriverlo facendo leva solo sulla sua memoria, quello che nasce da questo lavoro rabbioso, febbrile, è una pietra miliare della nostra poesia.

 

E’ “I canti orfici”.

 

Qualche critico inizia ad accorgersi di questo poeta pazzo che sa imprigionare nelle parole il succo dell’esistenza, altri, molti altri, non sanno cogliere la grandezza della sua poesia, abituati a una letteratura borghese ed esangue.

 

Ma la poesia non gli restituisce di certo la salute mentale. La fuga di Campana continua senza sosta, oramai il mostro radicato nel suo teschio ha un nome preciso. Ebefrenia. Una forma di schizofrenia molto grave. Sibilla Aleramo arriva come un magnifico colpo di grazia, lei e Dino si avviteranno per un tempo breve quanto intenso. Un amore impossibile, che brucia il poco di salute mentale rimasta a Campana. Morirà in manicomio, nel 1932. Lascia dietro di sé uno dei libri che tutti, proprio tutti, dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.

 

Dino, ne è valsa la pena.

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