Cento colpi di Dibba

Michele Masneri

Dal bestseller pornosoft di Melissa P. alla saggistica sovranista, Elido Fazi è l’incontenibile interprete della generazione Roma nord

Colpi di spazzola e sovranismo. Vampiri e Gore Vidal; spremute di umanità e Keats. Solo a lui, Elido Fazi, riesce di tenere insieme tutto. Si aggirava, l’editore anzi The Publisher, come rinato, la settimana scorsa alla Cinquina dello Strega, aria da revenant, pizzetto un po’ imbiancato, all’alba dei sessantasette anni, tra i finger food di quello strano posto che è la “sala tempio di Adriano”, dove per una volta si è tenuto il rito della semifinale del premio letterario, al posto della casa Bellonci in restauro. Si aggirava, in quest’ultima incarnazione di sé, prima editore rarefatto poi avanguardista del riflusso pop col romanzo di Melissa P.; poi finito nel cono d’ombra di un’editoria e una città stravolta; ora invece rinvigorito dalla nuova spinta sovranista, grazie alla curatela affidata al Dibba (Alessandro Di Battista come è noto si occuperà per qualche tempo della sua collana di saggistica “Le terre”). Autobiografia della tipografia.

 

Voleva vedere l’effetto che fa, Elido Fazi (accento sulla e), in una cornice come si vuole splendida, e perfetta per lui: ex tempio di imperatori divinizzati, ex dogana vaticana, ex borsa valori, ora sede della camera di commercio, fuori colonne corinzie, dentro interni in pelle, a tenere insieme dunque tutte le sue anime (anche de li mortacci sua, perché in tanti lo odiano, Elido, un po’ genio un po’ filibustiere, questo il commento generale che si ottiene, indagando).

  

Nel 1994, mentre qualcun altro fondava partiti, lui metteva su la casa editrice con le sue iniziali e le copertine bianche e nere

Nel 1994, mentre qualcun altro fondava partiti, lui mette su la sua Fazi Editore, che con le sue iniziali e le copertine bianche e nere segna un’epoca, nella Roma pre-giubilare, “una Roma e un’Italia molto diverse da quelle attuali”, ricorda al Foglio Simone Caltabellota, editor superstar della Fazi degli inizi, colui che rilanciò John Fante e scoprì Melissa P. Negli stessi anni a Roma nascono anche Minimum Fax e Fandango e c’è un clima “di possibilità”, dice, non solo editoriale. Nella Roma non ancora forestizzata e presidiata da gabbiani giganti su ziggurat di monnezza risplendono le librerie, pure quella aperta tutta la notte a via Veneto (oggi al suo posto c’è una profumeria). In quella Roma lì, la Roma rutelliana che cresce, che dà lezioni persino a Milano, Fazi, già manager, in forza addirittura all’Economist a Londra e gestore di una “Business international”, società di convegnistica, esportata a Roma, decide di mettere su, anzi giù, una casa editrice, che sorge in via Isonzo, zona Pinciano-Trieste, al pianterreno: nella stessa palazzina, sopra, la Business International che fa soldi. Sotto, la casa editrice, per la gloria.

 

Nella doppia natura condominiale c’è già tutto Fazi, manager ed editore, master in Economia e passione per Keats. Ossessionato, proprio: ne ha tradotto il poema epico “La caduta di Iperione”, e ha scritto e pubblicato “L’amore della luna”, sull’ultimo anno del poeta romantico che visse e morì, a Roma, sempre Roma: qui son conservati i riccioli nel museo a piazza di Spagna, e le spoglie al cimitero più chic del mondo, a Testaccio.

 

Altro contributo agli anni Novanta: “pubblica John Fante, per la prima volta nella collana dei classici, non più considerato come uno scrittore emigrato italoamericano. Con una prefazione di Sandro Veronesi”, racconta Caltabellota. Poi ristampa Auden e Orazio. “Voleva essere una specie di Adelphi romana”, racconta al Foglio Emanuele Trevi, che con Fazi collaborò proprio agli inizi.

 

Ma il botto e i soldi veri li fa con Melissa P. , e lì “avviene la prima mutazione”, dice Trevi. Da Adelphi a Melissa Panarello, adolescente, sicula, autrice di “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”, bestseller pornosoft da tre milioni di copie, che fa decollare definitivamente la Fazi diventata improvvisamente avamposto del largo consumo pop. I salotti, “Porta a Porta”, le copertine di Sette. “Lei all’epoca aveva sedici anni; il manoscritto fu mandato a una quarantina di case editrici, la prendemmo solo noi”, dice Caltabellota, scopritore o intuitore di quel talento.

 

Il rapporto con Melissa P., che gli dà il successo e i soldi. Quello con il figlio Thomas, amico di Dibba e sovranista di sinistra

 A un certo punto Melissa si fidanza pure col figlio, Thomas Fazi, dando vita a un leggendario ménage dalle parti di piazza Vittorio in una casa comprata coi diritti di quel libro (Thomas entra in casa editrice giovanissimo proprio come “ufficio diritti” di Melissa Panariello, tale è l’importanza della giovane scrittrice per la giovane casa editrice). Con Thomas fanno anche un tour in Sudamerica, racconta un editor del tempo: “Dove lei era fortissima, in Argentina era prima in classifica”. Poi finisce malissimo: si lasciano, e scatta pure la lite col quasi-suocero, che si trascina per anni, mai più sanata. “Che Melissa non sappia scrivere è un fatto certo! Documentabile!”, dice il quasi-suocero editore a Luca Telese sul Fatto nel 2011. “Un romanzetto pornografico in terza persona”, ancora. Melissa rivendica royalties mai ottenute, anche quelle sul film, “Melissa P.”, regia non indimenticabile di Luca Guadagnino del 2005. Il quasi-suocero la addita come femmina “luciferina” che ha attentato alle virtù del rampollo (ma nel 2006, all’epoca dei trionfi, “Io le voglio molto bene”, diceva, e “adesso, quando leggo una critica negativa, ci sto male”). Si perde il conto delle cause e delle repliche e controrepliche. Oggi Melissa è pacificata, continua a scrivere, e “non voglio più spendere una parola in vita mia su Fazi”, dice al Foglio, mentre Thomas è diventato sovranista (ognuno reagisce come può).

  

La scrittrice Melissa Panariello (Foto prese da Facebook)


  

Thomas è infatti molto impegnato in saggi sulla moneta, esponente del sovranismo di sinistra (“La parola ‘sovranismo’ è qualcosa che riconosce l’importanza della sovranità e nel caso dei sovranisti di sinistra, la sovranità popolare e democratica”, ha detto in un’intervista. “Fa storicamente parte del pensiero di sinistra”). Thomas, il primo dei due figli di Elido, è anche il collegamento col Dibba, il Dibba scrittore, il dibba esploratore sudamericano, e oggi anche editor che si occuperà di scovare, per sei mesi (è un editor co.co.co.), saggi per la collana “Le terre”, e in particolare su temi come “geopolitica (conflitti Yemen, Usa-Iran, Israele-Palestina)”, “reddito universale”, “quarta rivoluzione industriale”; “blockchain” e “tanti altri”, elencati in un già leggendario post su Facebook.

 

“Di Battista è amico dei miei figli. Francesco, da quest’anno amministratore delegato, e Thomas”, ha detto Fazi, the Publisher. “Tra loro parlano tanto anche di libri. Lui è un lettore competente, e conosce bene diversi titoli della collana. Da qui l’idea della collaborazione”, ha detto a Antonio Prudenzano sul illibraio.it. Del resto Thomas Fazi e il Dibba si vedono spesso a Roma, come per la presentazione, a Testaccio, del libro uscito – proprio per Fazi – di un economista senegalese, Ndongo Samba Sylla, e della giornalista fracese Fanny Pigeaud, “L’ arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco Cfa”, dove il franco Cfa è ossessione del Dibba, che ne aveva parlato anche in tv: la moneta “coloniale” utilizzata da una decina di Stati africani e che secondo Di Battista sarebbe causa delle migrazioni.

 

La collaborazione col Chatwin grillino è l’ultimo episodio nella soap di Elido. Dibba dal Sudamerica alla casa editrice

Il sovranismo familista, dice chi lo conosce, è l’ultima incarnazione di Elido Fazi: un po’ cazzaro, un po’ avventuroso, un po’ visionario. Con l’idea fissa di far entrare giovani in casa editrice come fece appunto dagli inizi, Caltabellota e prima Emanuele Trevi e poi Vincenzo Ostuni alla saggistica. Delegando, strologando. E tenendo famiglia: come oggi ha affidato all’altro figlio, il più piccolo, Francesco, il comando dell’azienda. O come fece con una giovane editor come Alice Di Stefano, che sposò, e di cui pubblicò un romanzo che si intitola “Publisher” e naturalmente è il romanzo di Elido su Elido, pubblicato da Elido: completamente biografico, c’è tutta la sua vita, l’infanzia marchigiana, lo studentato povero a San Lorenzo, le stagioni da bagnino da Guerrino Er Marinaro, stabilimento di Ostia, la Dyane che si compra e, grazie all’adulterio scoperto di una fidanzata, la decisione di andarsene all’estero. E il fiuto o talento nello scoprire sempre fenomeni nuovi – come fu con la saga dei vampiri teenager di Twilight, che Fazi pubblicò facendo sfracelli nella seconda metà degli anni Duemila, o con la riscoperta del romanzo Stoner (altri sfracelli).

 

Chissà che bestseller tirerà fuori il Dibba, adesso. La collaborazione col Chatwin di Roma nord è l’ultimo episodio nella soap di Elido, a cui va dato atto, dice Trevi, “di essere comunque molto originale, in un mondo intellettuale dal pensiero conformista. E certo anche se credere in Beppe Grillo oggi mi pare un fatto incomprensibile per qualcuno che abbia compiuto la maggiore età, preferisco considerarlo un atto dadaista, molto da Fazi”, dice lo scrittore.

 

Dadaismo a orologeria. Come quando mise al lavoro, appena dopo l’11 settembre, una speciale task force notturna per sfornare un pamphlet-biografia su Osama Bin Laden, che puntualmente viene buttato sul mercato in due settimane ed entra in classifica. L’11 settembre è un altro momento di svolta per Elido, che si scopre antiamericano, un po’ complottista. Pubblica per primo al mondo il tardo Gore Vidal saggista, con quel libro “La fine della libertà”, che uscirà in inglese solo l’anno seguente, e trasformerà Vidal da autore di polverosa nicchia in personaggione quasi mainstream in Italia. “Che c’è di male ad essere antiamericano?”, dirà Elido. “Mica è vietato”. Il sodalizio con Vidal, che presiederà pure alle nozze di Fazi in sedia a rotelle, ed è pubblicato proprio nella collana “Le terre” che oggi è diretta dal Dibba (pare una nemesi allo snobismo vidaliano) “fu un’intuizione diretta di Fazi”, dice Simone Caltabellota.

 

“Fazi riuscì ad accaparrarsi Vidal perché fu l’unico a trattarlo come lo scrittore avrebbe voluto, cioè da divo planetario”, racconta al Foglio Valentina Pigmei, ex collaboratrice della casa editrice. “Gli mandava il taxi a prenderlo a Ravello nella sua famosa casa, per portarlo a Roma. E a Roma Vidal scendeva soltanto all’hotel d’Inghilterra, dietro piazza di Spagna. Ricordo ancora una nota spese di 1.400 euro dal bar dell’hotel, per gli scotch”, ricorda Pigmei che a quel punto fece una specie di vertenza sindacale, “meno taxi per Vidal!”, scrisse in un cartello appeso in redazione, chiedendo aumenti salariali per i dipendenti. “Editore talentuoso”, dice un primario agente letterario al Foglio. “Paga quando vuole e spesso non vuole”. Anche in “Publisher” ci sono notazioni sul comportamento dell’editore coi dipendenti, che prevede “defenestrazioni violente”, “turnover estremo”.

 

“Alla base un’indubbia capacità di fare soldi senza faticare che, unita a una parallela voglia di comandare senza lavorare, gli permetteva ora di gestire ben due società con innegabile talento e disinvoltura”, si legge sempre nel romanzo coniugale. E poi “un lato bipolare”, dice un altro che ci ha lavorato: “Come quando nel 2009 vende il 35 per cento al colosso Gems, e poi se lo ricompra nel 2013, proprio in concomitanza con l’uscita del romanzo su di lui pubblicato da sé medesimo e scritto dalla nuova direttrice editoriale, sua moglie”. “Molto autoritario, irascibile, e tutto sommato ha costruito un bel catalogo, nonostante rocambolesche vicende” (sempre l’agente). “Litiga con tutti, e però mantiene la fedeltà alle amicizie e agli autori, come quando ha pubblicato anche recentemente i diari di Valentino Zeichen” (Trevi).

 

 Organizzare feste "come non ne faceva nessuno, almeno nel mondo tristanzolo dell'editoria romana". Ma a Vidal non piaceva la casa

“Il suo modello iniziale”, dice ancora Trevi, “fu quello di Alberto Castelvecchi, che gli trasmise anche l’arte tipografica”. “Ma a differenza sua Fazi sa anche fare i soldi”. Un Castelvecchi meno punk, insomma, con un tocco romantico e un tocco di business international. I soldi, comunque, oltre che per i drink di Vidal, vanno – sempre in quei gloriosi anni novanta romani – nelle feste, altro capitolo fondamentale nella saga fazista. “Feste come non ne faceva nessuno, almeno nel mondo tristanzuolo dell’editoria romana”, racconta chi ci andava. “Catering sontuosi, camerieri in uniforme nella enorme terrazza di Roma nord, dalle parti di via Cortina d’Ampezzo. “Potevi incontrare Zeichen, Vidal appunto, Sgarbi, e Isabella Santacroce che qualche volta rimaneva completamente nuda”. L’aria di Roma nord, quella che ha cresciuto anche il Dibba, ha così spirato sulle lettere romane e italiane, soffiandone il gusto degli anni Novanta (ma quella casa a Vidal non piaceva, “inadatta a ricevere”, così lontana dal centro, sentenziò).

 

Politicamente Fazi “è sempre stato di sinistra”, dice un ex collaboratore, e a Sabelli Fioretti nel 2006 presentò un immaginario governo Fazi con “Zeichen agli Esteri. Giulietto Chiesa agli Interni. All’Economia Rossella Sensi. Alle Pari opportunità Alessandra Borghese. Premier Claudio Magris”. Questo governo illuminato spiega molto del personaggio: Zeichen, poeta baraccato, era un suo idolo, a lui sarebbero stati destinati i denari della causa contro Melissa P. Alessandra Borghese principessa-socialite, e la Sensi era presidente della Roma ai tempi della stirpe petrolifera. E però Melissa: “E’ un Berlusconi venuto male. Cuore a sinistra e il portafoglio a destra. Ora, per assenza di cuore, tutto a destra”.

 

Ma quella di Fazi è una grande chiesa (nella collana “Le Terre”, quella del Dibba, a un certo punto pubblicò pure Gianfranco Fini, insieme a Michel Onfray), pragmatica ed ecumenica, che rimane ancor oggi a via Isonzo 42, (“ma col successo dei suoi libri i locali si scambiarono, la casa editrice conquistò il primo piano e la società di convegnistica finì al piano terra”, racconta un ex dipendente, e ciò avviene sempre nel fatale 2003 di Melissa quando “gli utili avevano superato le più fervide aspettative”, si legge sempre in “Publisher”), oltre a fruttare a Fazi il fondamentale premio “Marchigiano dell’anno”. E si sa che a Roma i marchigiani han fatto la storia, da Papa Pio IX Mastai Ferretti, il più longevo pontefice di Santa Romana Chiesa, al detto “sei falso come un marchigiano!”: e in fondo Elido incarna forse tutte queste virtù, il cazzeggio immanente e il vitalismo aggressivo della Roma che cambia ma resta sempre uguale. E chissà cosa ne sarà di questa nuova versione sovranista, mentre si aggira per lo Strega in questo strano contenitore che è tempio e borsa valori: un luogo che sembra inventato apposta per contenere Elido, l’incontenibile.

Di più su questi argomenti: