Quanta appagante fatica c'è dietro a ogni parola

Marco Archetti

Dare una festa e invitare tutte le parole che amo e che mi hanno spiegato il mondo

Due chili e mezzo di vocabolario Zingarelli e quanta fatica ti tocca, quanto lavoro dietro a ogni parola. Quanto lavoro silenzioso. Quanto lavoro di misteriosi contrappesi, di scrupolosa microchirurgia e di cognizione delle ombre. Quante scalate sui costoni del già detto e del già sentito alla ricerca del sentiero vergine. Quanto lavoro dietro a una parola perché risuoni, perché non sia sorda e non sia muta. Quanto lavoro perché sia vuota come una zucca ma nemmeno stipata al punto da esaurire, in un solo respiro, tutti i suoi significati.

 

Quanto spartito da escogitare perché una parola sia figlia o madre senza prevaricare né farsi prevaricare, quanti rapporti dialettici da studiare, quanti equilibri da non squilibrare, quanta igiene mentale ed estetica della frase da perseguire e preservare. Quanta frontiera umana da sfidare, quanto viaggio imprevedibile da sapere, al contrario, prevedere, e quanta sabbia del deserto da stivare, quanta acqua del mare da svuotare a cucchiaini, quanto cielo sopra la testa da contemplare evitando di andare a sbattere contro il palo di un’evidenza davanti al tuo stesso naso – quante figure da cretino sempre in agguato. Quanto lavoro dietro a una parola impetuosa per raffreddarla il giusto. Quanto lavoro dietro a una parola feroce per quietarla ma poi non tanto. Quanto lavoro per mettere il sale sulla coda a tutte ’ste benedette parole, quanto trafficare in sfumature. Quanto lavoro anche per dimenticarsi quelle lette in tutti i libri dei Maestri, senza però fare come se non fossero mai esistite. Quanto lavoro dietro a una parola disperata perché pianga e gridi senza mai piangere e gridare. Quanto lavoro al buio, quanto frugare insonne, quanto soqquadro da trovarobato al servizio di una parola in ghingheri per azzeccarle il vestito che tolga il fiato a tutte le altre parole. Quanto lavoro per dissimulare il lavoro dell’eterno dilettante che sei. E quante parole che sbrendolano. Quante parole che barcollano. Quante parole che ingannano. Quanto lavoro per inventarsi una naturalezza, quanta premeditazione per trovare la spontaneità. Quanti retini per farfalle, quante esche per le trote, quante fruste per la rabbia. Quanto lavoro per mitigare impulsi irrevocabili e per non tirar via così, alla bell’e meglio, con la pezza da Arlecchino di un’attenuante, ed essere come si dovrebbe sempre essere: fulminei e rapaci, consanguinei e capaci, incollati al mondo ma sempre un passo in qua. Quanto lavoro dietro a una parola perché il tuo lavoro non vada a vuoto.

 

Quanta insonnia e quante aspre lezioni su di te, sulla sproporzione che ti irride, sulla maestria fallibile del topolino che doma l’elefante. Quanto lavoro che bisogna fare perché sì, perché è semplicemente il tuo lavoro, il lavoro di chi voglia essere fino in fondo uno scrittore, il lavoro di chi fa il suo e si rifiuti di scribacchiare, di pensacchiare, di vivacchiare, di fare il grafomane, il piromane, il cretinetti sotto contratto col selfie tuittarolo in canna. Quanto lavoro per meritarsi il fallimento e per guadagnarsi la più cieca delle ostinazioni, la più difettosa delle felicità, il meno gratificante dei trionfi. Quanto lavoro da fare, quanto mondo da comprendere, quanta inaccessibile verità delle cose da supplicare in ginocchio anche se poi – e questo è Boris Pasternak – “le cicogne sono passate”.

 

Quanto lavoro di sincerità dietro a ogni menzogna, quanta fatica dietro a ogni fluidità, quante montagne spostate solo per far volare una farfalla. Quanto lavoro per trovare una parola: la parola giusta, una parola che non dica balle, che non confonda il nero con il bianco, una parola che sia nel pieno delle forze, una parola che valga per tutti, una parola universale o, almeno, collettiva. Per trovare parole come non se ne fanno più, parole lavorate con sapienza, parole non in svendita, parole non a vanvera, parole che solo il lavoro di chi lavora può offrire, cioè le parole di un poeta, le parole di uno scrittore, le parole di un filosofo, le parole di chi sa quello che costano e valgono. Parole che aspetto sempre e da sempre, aerostatiche e sublimi, capaci di sollevarmi anche solo un millimetro da tutto questo, da questa spazzatura delle parole, delle parole da sagra, delle parole ribaltate, svuotate e socializzate, delle parole buttate nel tombino delle parole. Dare una festa e invitare tutte le mie parole giuste, le parole che mi hanno spiegato il mondo, che mi hanno tenuto compagnia, che mi hanno reso partecipe davvero di un significato. Dir loro che le amo e tenerle sempre con me. Essere io, quella festa. L’inverno, fuori, passerà.

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