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Solo il piano No Euro può frenare Salvini dalla rottura con i grillini

Lo dicono le città, lo ricordano gli imprenditori, lo segnalano gli elettori. Il grillismo ha fallito non per aver tradito i suoi ideali ma per averli applicati. Cosa potrebbe trattenere Salvini dal lasciare una banda di incompetenti allo sbaraglio

24 Giugno 2019 alle 08:13

Solo il piano No Euro può frenare Salvini dalla rottura con i grillini

foto LaPresse

Alle ultime elezioni europee, il Movimento 5 stelle, nelle due grandi città amministrate oggi, ovvero Torino e Roma, ha visto crollare i suoi consensi in modo significativo e nel giro di tre anni il partito fondato da Beppe Grillo, guidato da Luigi Di Maio, governato da Davide Casaleggio, illuminato da Alessandro Di Battista è passato dall’essere il primo partito, nelle città di Chiara Appendino e Virginia Raggi, all’essere il terzo partito. Alle ultime elezioni comunali, quelle concluse con il ballottaggio di due settimane fa, il Movimento 5 stelle ha confermato una tendenza molto interessante già mostrata con una certa continuità negli ultimi anni. In tutte le città in cui si è votato alle ultime comunali, il Movimento 5 stelle non ha confermato nessun sindaco, ha perso Livorno ed è arrivato solo a un ballottaggio (Campobasso). La storia non è nuova e almeno fino a oggi non esiste una sola città in cui il Movimento 5 stelle abbia governato e in cui un suo sindaco sia stato rieletto. In verità le eccezioni ci sono ma sono eccezioni interessanti: nel 2017 due sindaci eletti alle elezioni precedenti con il simbolo del Movimento 5 stelle sono stati rieletti. Ma entrambi i sindaci sono stati rieletti anche perché nel giro di cinque anni hanno mandato a quel paese il Movimento 5 stelle e si sono messi in proprio (è il caso di Parma, con Federico Pizzarotti, e di Comacchio, con Marco Fabbri, entrambi espulsi dal movimento e forse non casualmente rieletti al secondo mandato).

 

In Italia, grosso modo, la situazione non è diversa. Nel giro di quattordici mesi, come avrete visto, il Movimento 5 stelle è passato dal 32,68 per cento, del marzo 2018, al 17,06 per cento, del maggio 2019, perdendo quindici punti in un lampo e perdendo nel giro di un anno più o meno quello che il Pd di Renzi perse nel giro di quattro anni. In appena un anno al governo, il Movimento 5 stelle si è messo contro il dipartimento di stato americano, l’Amministrazione americana, il presidente della Repubblica francese, la quasi totalità degli imprenditori italiani. Ha appoggiato la rivolta a colpi di ruspe di un movimento sovversivo contro uno dei paesi fondatori dell’Europa, ha tentato senza successo di rallentare la costruzione di una linea ad alta velocità, ha provato a promuovere un impeachment contro il presidente della Repubblica, ha utilizzato i fondi di Industria 4.0 per finanziare i debiti dei comuni, ha allungato i tempi dei processi, ha legittimato i trojan per intercettare deputati violando l’articolo 68 della Costituzione, ha reso più difficile la vita agli imprenditori rendendo i contratti di lavoro meno flessibili, ha spaventato gli investitori stranieri, ha eletto parlamentari sulla base di un contratto che vìola la Costituzione imponendo agli eletti di rappresentare il paese con un vincolo di mandato, ha contribuito ad affossare la crescita italiana, ha spostato l’asse delle alleanze del nostro paese più vicino al triangolo Russia-Cina-Turchia che al triangolo Francia-Stati Uniti-Germania.

 

Alessandro Di Battista, uno dei pezzi più pregiati dell’argenteria grillina, e ho detto tutto, sostiene, e lo ha detto in diverse interviste concesse nel corso della sua ben retribuita parentesi in Italia, che il problema del Movimento 5 stelle, nel suo primo anno di governo, sia stato quello di essere stati troppo per bene, di non aver comunicato come sarebbe stato opportuno fare, di essersi creati troppi nemici a causa della evidente, secondo Dibba, superiorità morale e antropologica del proprio movimento. A un anno e passa dalla nascita del governo a trazione grillina bisognerebbe però avere l’onestà (tà-tà) di mettere da parte le teorie di Dibba, mettere da parte le tesi di chi considera possibile l’esistenza di un altro grillismo rispetto a quello visto in questo anno (il grillismo moderato è come Mark Caltagirone) e riconoscere quello che è oggi il tratto distintivo più importante della traiettoria del Movimento 5 stelle. In sintesi: dove i grillini sono passati, nelle città, nei ministeri, nei luoghi di potere, hanno fatto solo danni, e gli elettori, ovunque i grillini sono passati, se ne sono accorti e hanno iniziato a punirli con una buona costanza e una discreta continuità. Il grillismo ha fallito e sta fallendo non perché ha tradito le sue idee originarie ma perché, applicando le sue idee, ha contribuito a indebolire il nostro stato di diritto, le nostre istituzioni, la nostra democrazia rappresentativa, la nostra economia, la nostra credibilità. Il problema del grillismo, il suo punto di debolezza, non è ciò che non ha fatto ma è ciò che ha fatto, che ha portato l’Italia nella condizione difficile in cui si trova oggi. Senza alleati in Europa, senza investitori disposti a spendere soldi per l’Italia, con una crescita al ribasso, un debito al rialzo, un deficit impazzito, un tessuto imprenditoriale scoraggiato, un numero indefinito di italiani che ha scelto di spostare verso l’estero il proprio patrimonio e un paese che riesce a tenere a distanza la crisi finanziaria solo grazie al lavoro del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. In un anno, l’Italia, e gli italiani, hanno capito con una certa velocità, osservando i disastri di Roma, le difficoltà di Torino, la dannosità dei ministri grillini, che il pericolo numero uno, per la settima economia più importante del mondo, è quello di essere governati non da una simpatica banda di onesti ma da una incredibile banda di incompetenti allo sbaraglio.

 

Da mesi, l’Italia, con i suoi partner tradizionali e storici (non ultima l’America), ogni giorno offre un segnale a Matteo Salvini, colui che a torto o a ragione oggi viene considerato come l’unica alternativa al virus grillino, che va nella direzione di liberare il paese dal grillismo, anche a costo di dare fiducia al Truce. I segnali sono chiari, le motivazioni sono evidenti, lo stato del paese è quello che è, e non basta un rimpasto per rimettere le cose a posto – e non ci vuole molto a capire che l’Italia non tornerà a muoversi fino a quando un movimento ostaggio dei No terrà in mano i ministeri dai quali si può bloccare l’Italia; ministeri come quello dell’Ambiente, ministeri come quello delle Infrastrutture, ministeri come quello del Lavoro. Non c’è una sola ragione per cui Matteo Salvini non dovrebbe rompere con il Movimento 5 stelle. E per questo se il leader della Lega deciderà di non rompere con i grillini occorre sospettare che la ragione non sia legata alla paura di andare a votare ma alla volontà di nascondere qualcosa, di considerare il Movimento 5 stelle come l’unico partito utile a raggiungere un obiettivo preciso. “Il sistema parallelo di pagamenti che avevo proposto in Grecia serviva a creare un nuovo spazio fiscale e a rendere più civile l’unione monetaria. Il sistema italiano, attraverso l’utilizzo dei minibot, costituisce il primo passo verso una valuta parallela che può portare alla fine dell’Eurozona”. Le parole che trovate qui tra virgolette sono quelle scritte qualche giorno fa su Project Syndicate da Yanis Varoufakis. E se lo dice lui, come avrebbe detto il vecchio saggio, buona camicia a tutti.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    24 Giugno 2019 - 12:12

    Andando al sodo. Il nodo autentico è: conviene in termini economici/politici alla Germania, Francia, Olanda, paesi nordici e ora anche alla Spagna, per non parlare dei “mercati”, fare dell’Italia una seconda Grecia? Quando sono in ballo enormi, trasversali, quantità di sterco del diavolo, gli idealismi passano in secondo piano. Come le chiacchiere. Salvini ha posto il problema. Come finirà non lo sappiamo ancora. Dovrebbe prevalere il Re della politica: il compromesso. Oppure un armistizio. Mica facile, dato il “clima mediatico” che opposti interessi hanno creato. Però, mai dire mai.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    24 Giugno 2019 - 11:11

    Eppure non è complicato. Questa diffusa tentazione di apparire buoni, umanitari, solidali, questa ipocrita pretesa di essere i migliori, gli onesti, sono la risultante del “non saper cosa fare e anche del non volerlo fare poiché il nemico politico ne potrebbe avere qualche vantaggio”. Non è un inedito, ma l’informazione in tempo reale e i suoi interessi di audience e vendite hanno accentuato grandemente, diffuso e alimentato l’andazzo. L’insaziabilità della lotta per il potere ha fatto il resto. Rifarsi a presupposti imperativi morali è la ingannevole, deviante, ciliegina sulla torta: infatti ogni parte sbandiera gli imperativi suoi. Ne consegue che gli stessi concetti di bene e di male, di giusto e ingiusto diventino opinioni di parte. Assurdo ma tant’è, il convento non passa altro. Cambiare menù? Campa cavallo. Ah, se le chiacchiere facessero farina!

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