La Grecia al voto chiede alternanza e promesse mantenute

Paola Peduzzi

Atene riscopre il bello della normalità, dopo le maratone populiste

Milano. La Grecia che vuole normalizzarsi ha perso il fascino della rivoluzione e ad Atene l’aria elettorale è rarefatta: pochi manifesti, pochi comizi, gli occhi rivolti verso la costa, dove ci sono i cantieri simbolo delle privatizzazioni senza le gru, enormi promesse di ripartenza ancora da mantenere. C’è soprattutto l’Hellinikon, che di tutti i progetti è il più maestoso e il più chiacchierato, perché sarà anche un’eccellenza urbanistica a livello europeo, e la Grecia cerca primati che non siano quelli dell’indebitamento o della dipendenza da investimenti stranieri politicamente complessi. Ma ora quel che sarà il Central Park d’Europa con un multicentro da sogno e 75 mila persone da impiegare è fermo, così i greci vogliono darsi una nuova occasione, una ripartenza moderata: anzi, normale. È così, con tanta voglia di non vedere occhi rovesciati all’indietro quando si dice “Grecia”, che sta volgendo al termine la stagione di Alexis Tsipras, l’attuale premier che, secondo i sondaggi, non sarà riconfermato al voto di domani: lo sostituirà Kyriakos Mitsotakis, conservatore liberale di Nuova democrazia, il simbolo del ritorno alla normalità.

 

Non soltanto perché Mitsotakis riporta le dinastie greche al potere – una normalità non particolarmente affascinante – ma anche e soprattutto perché reintroduce il senso dell’alternanza politica che pareva morto dopo che Syriza, il partito di Tsipras, aveva stravolto ogni cosa: la sinistra (annientata e sostituita), le alleanze (Tsipras ha formato un governo rossonero, con i nazionalisti) e anche il ruolo dell’opposizione. Per una volta, la Grecia parla di sollievo: i populismi finiscono, pure se è stato lo stesso Tsipras ad anestetizzare il proprio radicalismo, secondo quella regola che stiamo scoprendo anche in Italia, cioè che si ottiene qualcosa di concreto in Europa con ragionevolezza e negoziati. La retorica della rottura, dell’arrembaggio del popolo contro l’élite fa vincere al massimo un referendum ma poi non si ricostruisce un paese. 

 

Questa consapevolezza è quel che ci fa guardare la Grecia con uno sguardo molto diverso rispetto al passato: noi siamo oggi quel che la Grecia era nel 2015. E no, non l’avremmo mai detto quattro anni fa, nell’estate in cui la Grexit quasi ci travolgeva tutti, che sarebbe finita così. Nel luglio del 2015, Tsipras era al potere da qualche mese e non voleva accettare le regole europee, che erano diventate soltanto “imposizioni”. L’Europa non ci vuole aiutare, diceva Tsipras, gli europei vogliono vederci fallire, si riempiono la bocca di democrazia e poi si comportano da autoritari o peggio (la Merkel coi baffetti di Hitler, per dire). L’oltranzismo di Tsipras fu scandito da notti insonni, ministri in maglietta accasciati durante i voti parlamentari e annunci all’alba – la prima grande maratona populista dell’Europa contemporanea. I conti non tornavano mai, ma fino all’ultimo Tsipras non lo disse ai greci: vinse il referendum e poi accettò di rispettare le regole dell’Europa, ogni altra alternativa non era più conveniente. La trasformazione repentina ha avuto un costo politico e personale alto per il premier, ma infine la Grecia è uscita dal bailout, ha ritrovato la sua autonomia e anche il suo ruolo in Europa.

 

Oggi la campagna elettorale, a quattro anni dalla grande paura, ha un che di unico nell’Europa degli urli e degli eccessi: si parla dei 42 progetti di privatizzazione da portare avanti, del debito ancora molto alto da ridurre, della disoccupazione giovanile, dei migranti (sui quali la Grecia ha ottenuto molto più dell’Italia: collaborando), della crisi demografica. Tsipras promette una migliore redistribuzione delle risorse – la nuova sinistra socialdemocratica – e Mitsotakis promette riforme liberali e privatizzazioni – la destra tradizionale, questa sconosciuta. Di uscire dall’Europa non parla più nessuno, la Grexit è un brutto sogno da dimenticare assieme alle promesse “stravaganti” che molti imputano oggi a Tsipras. Sul precipizio non si era poi divertito nessuno, anche se pareva una gran rivoluzione tutto quel buon senso popolare al comando. Così la normalità al confine sud dell’Europa ha finito per avere questo nuovo sapore di alternanza e di regole da rispettare: strano a dirsi, ma fa quasi invidia.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi