Cielo, la regina!

Marina Valensise

Una donna velata e una tragedia degli equivoci al servizio del belcanto: “La straniera” di Bellini, trionfo di due secoli fa, al Maggio Fiorentino

Una passione romantica in stile gotico medievale: l’opera, quarto titolo del compositore catanese, torna dopo una lunga assenza

Torna dopo lunghissima assenza “La straniera” di Vincenzo Bellini. Torna eccezionalmente la storia inverosimile della passione romantica in stile gotico medievale, con tre recite (domani, domenica, l’ultima) al Festival del Maggio Musicale Fiorentino, arrivato all’82esima edizione con un ricchissimo programma di musica, opera e danza sino a fine giugno. Dopo una bella stagione che fra l’altro ha riportato alla ribalta “Il barbiere di Siviglia” nell’interpretazione applauditissima dell’istrionico Bruno Taddia, diretto da Michele Gamba con la regia di Damiano Michieletto, e “La clemenza di Tito” diretta da Federico Maria Sardelli, con la regia di Willy Decker, il soprintendente Cristiano Chiarot e il direttore musicale Fabio Luisi perseguono il revival filologico accanto alla sperimentazione. E infatti hanno aperto il Festival con il “Lear” di Aribert Reimann; hanno commissionato una nuova opera al giovane Vittorio Montalti, che debutta sabato 25 con “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, ispirata al saggio di Carlo M. Cipolla, su libretto di Giuliano Compagno. E in questi giorni è la volta della quarta opera di Bellini, composta nell’autunno 1828 per il Teatro alla Scala: una rarità, riproposta nella regia minimalista di Mateo Zoni, con le luci suggestive di Daniele Ciprì, i costumi di Stefano Ciammitti, le voci di Salome Jicia (piena, rotonda, solo alla fine un po’ tesa), Dario Schmunck, Serban Vasile, Laura Verrecchia, sotto la direzione impeccabile di Luisi che ha lavorato di bulino per quanto riguarda le sonorità, e senza rinunciare ad alcuni punti di scatto e di nervo dell’orchestra, non ha mai coperto i cantanti rendendo l’orchestra stessa protagonista.

 

Il soprintendente Cristiano Chiarot e il direttore musicale Fabio Luisi perseguono il revival filologico accanto alla sperimentazione

La storia, perfettamente inverosimile come richiede il melodramma è quella dell’amore tragico tra un lui ossessivo, promesso sposo di un’altra, e una lei riluttante, perché prigioniera di un avverso destino. Tra i due si interpone un buono, amico di lui e fratello di lei, in veste di ostacolatore. La scena si svolge in Bretagna nel Medioevo. Una Straniera velata e nerovestita si aggira con aria di fattucchiera sulle rive del lago di Montolino. Trattasi, spiega l’antefatto, di Agnese di Pomerania, sposa del re di Francia Filippo Augusto, scomunicato per aver ripudiato la prima moglie Isemberga, e perciò costretto a esiliare la seconda in Bretagna. Incuriosito, Arturo di Ravenstel, il tenore Dario Schmunck, si innamora perdutamente della Straniera, sebbene fidanzato con Isoletta, la figlia del signore di Montolino. Costei si confida con l’amico del suo promesso, Valdeburgo, altro cavaliere nerovestito, il quale ignora che la Straniera è sua sorella. La scoperta, per lui e per noi, avviene con un abbraccio tra i due sotto gli occhi di Arturo, che nel frattempo si è dichiarato alla Straniera, detta Alaïde, la quale, quantunque sensibile, impone allo spasimante di sposare Isoletta e di dimenticare lei, perseguitata da implacabile destino. Così, quando Arturo la scopre fra le braccia di Valdeburgo impazzisce di gelosia. Non presta ascolto alla spiegazione dell’amico, e appena viene a sapere che i due stanno per fuggire insieme, lo sfida a duello e lo ferisce, facendolo cadere nel lago. Alaïde accorre. Rivela ad Arturo di essere la sorella di Valdeburgo. Arturo si getta in acqua per salvarlo, e lei si inginocchia sulla riva del lago, macchiandosi di sangue. Si sveste del lungo peplo nero peloso e appare in un abito mongolfiera nude look di plastica rosso sangue, per essere subito accusata di omicidio e gettata in prigione. Di fronte al tribunale, sempre avvolta nella mongolfiera e in catene di gomma rosso sangue, rifiuta di rivelare il suo nome e si dichiara innocente. A quel punto, arriva Arturo che si dichiara colpevole. La Straniera viene ritenuta sua complice. La condanna a morte sta per cadere quando, nuovo colpo di scena, ricompare Valdeburgo, che non era morto ma solo scampato all’annegamento. I due vengono scagionati e liberati. Arturo insegue Valdeburgo nella foresta, supplicandolo di perdonarlo e di fargli rivedere Alaïde. L’amico lo perdona, ma non gli permette di rivedere la sorella, a meno che non rinunci a lei e sposi Isoletta. Arturo giura, ma chiede che Alaïde assista al suo matrimonio per sostenerlo. Tutto è pronto per le nozze, quando Isoletta passa repentinamente dalla gioia alla tristezza vedendo che Arturo tergiversa, e cambia idea. A quel punto, Alaïde li prende per mano per condurli all’altare, scoppiando poi in singhiozzi. Arturo, disperato, abbandona l’altare per ritornare da lei, quando arriva la notizia della morte di Isemberga, moglie del re. Alaïde diventa la regina di Francia e per Arturo tutto è perduto…

 

L’ansia di ripetere il successo del “Pirata”, la prima opera scritta per la Scala. Bellini, ventisettenne, era arrivato da un anno a Milano

Bellini ebbe l’idea della “Straniera” da Francesco Florimo, l’amico del cuore e suo alterego, “Florimetto, Stupidino, Calabresino”, al quale scriveva ogni due giorni per informarlo delle sue vicende teatrali e sentimentali, e chiedergli consiglio. Calabrese, originario di San Giorgio Morgeto, Florimo, il compagno di studi, era rimasto a Napoli diventando il bibliotecario di San Pietro in Majella. Fu lui a proporgli di mettere in musica quella commedia vista a teatro nel 1826 e tratta dal romanzo di un bonapartista molto rampante, e oggi del tutto dimenticato, il visconte d’Arlincourt. Bellini ne parlò al librettista Felice Romani che subito accettò di riunire “le migliori situazioni del romanzo” e cioè: arrivo di Arturo a Montolino, incontro con la Straniera, la scoperta di Valdeburgo, duello, processo, imeneo e morte. Bisognava scremare, sfrondare, semplificare. Bellini era da tempo alla ricerca di un soggetto con cui doppiare il successo del “Pirata”, la prima opera composta per la Scala e trionfalmente accolta. Per quel ventisettenne catanese, sbarcato da un anno a Milano grazie ai maneggi di Domenico Barbaja, l’impresario che controllava anche il San Carlo di Napoli e il Kärnertortheater di Vienna, era una scelta obbligata. Aveva passato tutto l’inverno ad aspettare la nuova scrittura. Dopo l’altro strepitoso successo in primavera a Genova di “Bianca e Fernando”, sua seconda opera, aveva rifiutato di farsi scritturare da Torino, perché “la compagnia era troppo debole” e lui era attentissimo non solo a scegliere i cantanti, ma a scrivere per loro. Aveva sperato in una commissione dalla Fenice di Venezia e intanto si era fatto tormentare dai dubbi, dall’ansia per le recite del “Pirata” a Napoli, con notizie altalenanti sul fiasco della Comelli e sulla prestazione di Rubini, il famoso tenore sul quale non avrebbe potuto contare per la nuova opera perché impegnato al San Carlo. E bisogna rileggere i suoi “Carteggi”, pubblicati due anni fa da Olschki a cura di Graziella Seminara, romanzo vivente del melodramma italiano ai primi dell’Ottocento, per ritrovare tutta la gamma dell’inquietudine vissuta dal catanese in quell’interminabile inverno del 1828 a Milano: “L’ozio mi annoia, il rischio mi confonde, lo stare molto tempo a non scrivere mi dispiace: perché sono costernato in un mare di dubbii e non so a che appigliarmi”, scriveva all’amico Florimo il 9 giugno 1828. Per “non perdere l’opinione di Milano”, bisognava non solo bissare il successo del “Pirata”, ma rilanciare con un’opera nuova, sorprendente, inattesa. Solo così si poteva sgominare la concorrenza e neutralizzare i tanti nemici che pure mostravano sorrisi compiacenti: “Tutti i miei amici, non dubbii come Melzi, mi dicono un’altro (sic) ‘Pirata’ non lo farò più”. Bellini era preoccupatissimo, angosciato e molto sospettoso. “Il mondo è cattivo” scriverà a Florimo il 16 agosto 1828 invitandolo a darsi da fare per favorire i suoi piani presso l’irascibile Barbaja: “L’uomo non accorto ne resta sempre di sotto; per ciò senza mai offendere le leggi d’educazione virtuosa, pensa sempre a te, ossia pensiamo sempre ai nostri interessi, (…) non sentire ciò che ti dicono, fà, opera, impegna, metti sossopra tutto per riuscire a ciò che tendiamo”.

 

Finalmente, Barbaja dopo non poche scaramucce e scene di gelosie, l’11 giugno gli propone varie scritture. Bellini sceglie la Scala per il Carnevale. “Questa scrittura, caro mio Florimo, è un dado che prendo e giuoco molto, ma se arrivo a incontrare la seconda opera a Milano più saremo contenti della gloria e della fortuna”. Tratta l’ingaggio e riesce a strappare mille ducati, “pare che ho fatto un piccolo salto” confessa a Florimo “perché per due opere nell’ultima mia scrittura ho avuto cinquecento ducati, e per la prima cento cinquanta”. Sempre attento al soldo, e pronto a difendere il proprio valore in un sistema che non tutela il diritto d’autore, Bellini è soddisfatto. In attesa di Romani da Genova, ha pure il tempo di riferire a Florimo i suoi “novelli amori” e in particolare quello per “una bella donnina, già maritata, in età di venticinque anni”, alias Giuditta Turina, con cui pensa di salvarsi “da una passione con una zitella, che mi potrebbe portare una catena eterna”. Finalmente Romani arriva, approva “La straniera”, ma lo mette sul chi vive: “Senza un bravo tenore per la parte di Arturo sarà una faccenda seria”. Ora Rubini è indisponibile e Bellini è nel panico: “Il soggetto se verrebbe Rubini mi darebbe la speranza di quasi esser certo della riuscita, poiché è abbondante di situazioni, e tutte nuove, e grandiose, ma senza Rubini io sono precipitato”. Da qui i rimproveri a Florimo, che s’era consigliato con l’infido Cottrau per impegnare Barbaja a svincolarlo, e l’invito a stare accorto. “Se tu ogni tanto ti potresti ricordare di Macchiavelli, pure noi senza aver bisogno di iniquità, possiamo intraprendere delle grandi imprese”. Il fatto è che senza il cast, Bellini non può iniziare a scrivere, e la nuova opera rischia di slittare. Il primo settembre, si chiude lo spiraglio aperto da Florimo: “Cottrau mi fulminizza: levati di speranza d’avere Rubini, poiché è affatto impossibile che Barbaja lo tolga a Napoli”, scrive Bellini all’amico. “Caro Florimo, la tua anima è d’angelo e non credere di misurare l’altrui alla tua: bada che tutto è doppiezza, e la frode ha più sembianze di verità, che la verità stessa…”, insiste ammonendolo a diffidare dagli amici. “Tu sempre mi frizzi, e mi rinfacci, per averti detto una volta che ancora sei collegiale, e forse se avrai l’occasione di girare un poco il mondo vedrai che non avea tanto torto. Ricordati d’essere de’ Scettici, che così non prenderai abbagli: pensa sempre al male, che poco errerai”.

 

“Mi hanno fatto sortire due volte nel primo atto, e cinque nel secondo, cosa che mai si è vista, da che esiste il teatro della Scala”

Intanto, Romani consegna l’introduzione col primo coro. Bellini ha già in mente le note di regia, il lago che ingombra tutto il teatro, da un lato il castello illuminato, il coro che esce su due barchette parate in oro, con dentro i tenori, e altre barchette con le sole donne, seguite dai bassi. “La situazione della scena è nuovissima, e per Milano farà furore, poiché è del gusto del pubblico, poiché ama sempre delle novità in tutta la sua estenzione (sic), e io tremo nel pensare che devo farmi uscire da corpo un’opera dopo ‘Il pirata’ in Milano”, scrive a Florimo il 10 settembre. Tutto procede al meglio, il casting è a posto, col tenore Reina nel ruolo di Arturo, “voce maschia, sempre intonata, da Befà sotto le righe, al la sopra le righe tutta di petto, e nei falsi sino al mi acuto, ha dell’agilità e canta spianato, ed è disposto a studiare come un cane”, Tamburrini in quello di Valdeburgo, la Lalande per la Straniera, la Unger Isoletta. Ma la disgrazia è in agguato. Il 20 settembre Romani si ammala: “Fiera febbre e infiammazione alla vescica, 24 sanguisuche e quattro salassi”, comunica Bellini a Florimo. Passano i giorni, tramonta l’idea della prima a Santo Stefano, cresce l’ansia di Bellini: “Io mi stò in una tremenda agonia, temendo sempre che m’assegnino un’altro poeta (sic)”. Per fortuna, a distrarlo c’è lo sboccio dell’amore per la Turina, con la seduzione in casa sua, descritta in dettaglio a Florimo nella stessa lettera del 27 settembre, fra finte, false partenze, promesse e grandi sogni di conquistata libertà dal matrimonio. Finalmente Romani guarisce e consegna altre parti del libretto. Bellini legge, semplifica, taglia, condensa. Manda i versi rifatti del duetto del primo atto al fido Florimo, trascrive per lui il coro dei cacciatori, e poi il terzetto e il finale, in attesa di eventuali cambiamenti. E mai lacuna fu più incolmabile delle risposte di Florimo andate perse, mentre le lettere di Bellini a lui sono state non solo salvate, ma emendate, riscritte e a volte persino reinventate di sana pianta. Alla fine, “La straniera” è pronta col suo genere di canto declamato e la struttura che rifugge dalla forma chiusa, fatta com’è di poche arie, spesso presaghe di quelle della “Sonnambula” e della “Norma”, ma con grandi squarci drammaturgici in lunghe scene che alternano ariosi e recitativi accompagnati. Di fatto, solo l’aria del gran finale corrisponde alla forma tradizionale, con la cavatina, tempo di mezzo e cabaletta. Per il resto le forme sono aperte, tant’è che Richard Wagner, che pure non fu mai tenero col melodramma italiano, mostrerà apprezzamento per il durchcomponiert di Bellini.

  

Dopo appena due settimane di prove, “La straniera” debutta sabato 14 febbraio 1829 alla Scala. Ed è un trionfo. “Non trovo termini come descrivergli l’incontro, il quale non si può chiamare furore, andare alle stelle, fanatismo, entusiasmo, ecc.”, scrive Bellini allo zio Ferlito, “gli assicuro che nessuno di questi termini basta per esprimere il piacere che destò: tutta la musica, la quale ha fatto gridare tutto il pubblico da matto.Tutti sono stati storditi, perché credeano che io non potessi fare un’altro ‘Pirata’, e l’aver trovato questa di gran lunga superiore, l’ha tutti sbalorditi di maniera che mi hanno fatto sortire due volte nel primo atto, e cinque nel secondo, cosa che mai si è vista, da che esiste il teatro della Scala”. Bellini può ben tirare un sospiro di sollievo. “Ha sorpassato ‘Il pirata’ di non poco”, scrive l’indomani della prima a Romani. “La cosa è andata come mai non l’abbiamo immaginata. Abbiamo toccato il cielo col dito. Il libro è d’una poesia, e d’un effetto di colpo di scena, da non potersi ideare di più, e specialmente le scene di Tamburrini al giudizio e della Lalande al Tempio, sono così divine che in teatro s’urlava, e tutte le signore sventolavano i loro falzoletti pel giubilo”.