I gemelli del copione

Marina Valensise

Dalla periferia romana alla Berlinale. Poeti, sceneggiatori e registi, i Fratelli D’Innocenzo sono l’ultima sorpresa del cinema italiano

Scrivono a mano su un quadernone Pigna e disegnano in continuazione i Fratelli D’Innocenzo, l’ultima sorpresa del cinema italiano: “Disegnare è la distrazione più bella che c’è: è come fuma’, solo che noi non fumiamo”. Collaboratori di Matteo Garrone alla sceneggiatura di “Dogman”, poeti in proprio, lanciati da Elisabetta Sgarbi con “Mia madre è un’arma”, hanno vinto il Nastro d’argento per l’esordio come registi e sceneggiatori di “La terra dell’abbastanza”, un film perfetto e di rara intensità sull’amicizia fatale tra due ragazzi di periferia (Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti) che si fanno risucchiare dalla criminalità organizzata, prodotto dalla Pepito di Agostino Saccà con Rai Cinema, e candidato a vari David di Donatello.

 

 

Sono nati nel 1988, terzogeniti di un pescatore-giardiniere e di una casalinga che avevano già due figli adolescenti e la casa piena di libri

L’incontro casuale con Garrone. La collaborazione alla sceneggiatura di “Dogman”. Il successo della “Terra dell’abbastanza”

Sono nati gemelli, un 14 luglio, nel 1988 a Tor Bella Monaca, estrema periferia romana fuori dal Raccordo anulare, in una famiglia “dalle opportunità economiche risibili”, terzogeniti di un pescatore-giardiniere e di una casalinga che avevano già due figli adolescenti e la casa piena di libri. Sono pressoché identici, alti, magri, occhi sfuggenti, barba nera, capelli neri lisci, unti, spettinati, dita sottili, ma sostengono di non essere monozigoti, e di aver avuto due diverse placente. “Dentro però siamo molto differenti”, dichiarano in un pomeriggio di primavera negli uffici della Pepito, in una traversa alberata di viale Mazzini, dove hanno appena concluso il casting di “Le favolacce”, il nuovo film che inizieranno a girare in luglio a Roma e provincia. Una storia corale di cui non possono parlare, e che sarà seguita da un western al femminile, girato in vari dialetti e ambientato a fine Ottocento fra gli immigrati italiani in America, il cui copione è molto piaciuto a Paul Thomas Anderson. E si capisce che Damiano è più estroverso, mentre Fabio, dallo sguardo interrogativo, sembra più riservato. Dicono di aver sempre vissuto insieme, stessa scuola, stessa classe, stessi amici, ma mai vestiti uguali. “I nostri genitori non erano feticisti, non c’era in loro questa componente folcloristica della presa per il culo”. In compenso, sin da piccoli giocavano, si menavano, mentivano sempre in due, finché, per una questione di donne, non si sono separati, e infatti Fabio oggi vive all’Esquilino e Damiano al Salario: “Ognuno deve costruire un certo tipo di vaccino contro le proprie debolezze” spiega Fabio. “Insieme è più facile, perché ognuno è l’antidoto dell’altro, ma bisogna anche capi’ come sopravvivere agli errori individuali”.

 

Parlano in due come se fossero sincronizzati, una frase uno, una frase l’altro. E parlano nello stesso romanesco smozzicato e sorgivo, pieno di apocopi, troncamenti, elisioni, anche se pensano in un italiano finissimo, acceso dall’ironia e dalla tenerezza che spesso scivola nella presa in giro di se stessi. “L’ironia in alcuni contesti è l’unica forma di sopravvivenza” dice Fabio mettendo le mani avanti, “siamo anche musoni, ma abbiamo uno sguardo molto disilluso e piuttosto cinico”. Damiano invece sfuma: “Non è così”. Ma l’altro insiste: “Io che so’ Fabio, credo che noi da quando avevamo 10 anni prendevamo per il culo la nostra povertà coi fumetti: c’era nostro padre, la nostra famiglia disgraziatissima con pochissimi soldi, ma usciva fuori un black humour molto compassionevole. Tutti noi siamo parte della commedia, anche inconsapevolmente, perché più si è inconsapevoli più è divertente. E’ un altro modo di vedere la tragedia, le due cose del resto viaggiano in parallelo”. E infatti la tragedia che nella “Terra dell’abbastanza” dà inizio alla storia di Mirko e Manolo si ribalta in un colpo di fortuna, o almeno così viene vista dal padre di Manolo. “Più che umorismo sottile, è un fatalismo nero che può essere anche divertente”. Ma quando domandi se è una forma innata, o una scelta ponderata, Damiano si schermisce: “Noi siamo molto caustici, ma sempre molto inclusivi con le cose con cui scherziamo. Non siamo estraniati dalla presa per il culo, anche a livello macabro, abbiamo un rapporto con la morte estremamente ilàre (sic, con tanti saluti alla sdrucciola di provenienza latina, nda). Dopo molti lutti in famiglia, alcuni strazianti per dinamica e consequenzialità, coi morti c’è venuta la scorza. Abbiamo iniziato a prenne pe’ culo la vita, come mori’, schiattare, termine che implica ’na risatina. Nel momento di maggior panico io dico ‘al massimo schiatto e va bene così’. Ci prendiamo molto poco sul serio, e su certe cose molto sul serio. Siamo molto vanitosi, proprio perché non abbiamo nessun motivo per esserlo”.

 

E infatti raccontano senza complessi la fuga da Tor Bella Monaca per sottrarsi alla morsa della malavita. Raccontano gli anni di peregrinazione sul litorale laziale, Anzio, Nettuno, Torvajanica, seguendo il padre, pescatore, negoziante di pesce e giardiniere, la loro prima nave scuola: “Lui parlava con le piante, noi coi cespugliatori. Il suo era un lavoro fino, di testa, il nostro, bassa manovalanza, lavapiatti, giardinieri, traslocatori, compito di mani non di cervello”. Perfetti autodidatti, diplomati all’alberghiero, è in casa che “guidati dalla noia indistruttibile di Tor Bella Monaca” hanno scoperto i primi rudimenti dell’arte. I genitori, “le persone artisticamente più colte che conosco” dice Fabio, leggevano entrambi e leggevano di tutto, John Fante e Bukowski, Topolino e Ibsen, Kafka e Pasolini, Dostoevskij e Tennessee Williams, Marguerite Duras e Calvino, e loro due dietro, voraci e insaziabili. “Non abbiamo fatto scuole di cinema. Non abbiamo la testa assidua per sta’ in un posto e subire mensilmente un giudizio di determinate sfere. Io non ci credo, anche positivo non l’avrei accettato, l’avrei trovato molto simile a un’offesa valida sottopelle. Non siamo mai stati delle cime nello studio. Non credevo alle risposte dei libri, anche nei riassunti oggettivi cerchiamo sempre la contraddizione, mettiamo tutto in discussione”, avverte Damiano. E Fabio: “Non riusciamo a figurarci una scuola che si pone come premessa a insegna’ l’arte. Il Centro sperimentale è un’ottima scuola, più per professionismo legato alla tecnica, per fotografi, montatori, scenografi. Ma la scrittura e la regia sono un atto estremamente creativo, e nessuno te pò di’, nun te pò indirizza’ verso ’na direzione o n’artra. Insegnare la creatività è ’na contraddizione. E’ necessario che resti un’attività isolata, un fattore quasi autistico, perché è complicatissimo che il dialogo con se stessi, che promette di spiegare il mondo e di spiegarsi a se stessi, passi attraverso una grammatica e delle regolette”. E infatti “sarebbe un’eresia, un controsenso”, aggiunge Damiano invocando l’autorità di un grande: “Orson Welles diceva che pe’ impara’ la tecnica basta un giorno. Ce metti n’attimo a capi’ come s’accende la macchina da presa. L’unica cosa tecnica è nun fa’ casca’ la macchina pe’ tera. Ma come creare una scena, come fare respirare un racconto sono cose istintive, suscettibili di mille variabili puramente soggettive”.

 

E così per spiegare come sono arrivati alla loro arte, i gemelli D’Innocenzo vanno subito al dunque: “Se parli dell’arte che ce fa’ campa’, è stata la somma di tre bravure: disegno, scrittura, fotografia, per arrivare a una bravura più tozza, ma per noi non c’è stata mai una scelta”, dice Damiano. “Ci siamo ritrovati a scrive’, disegna’, fotografa’. Il cinema lo potemo fare pure noi, abbiamo pensato: comporre un’inquadratura, decidere cosa mettere e cosa escludere, sapere scegliere, quello fa il regista. Abbiamo provato a bussare a un sacco di porte e abbiamo avuto una sinfonia di no. So’ stati anni bellissimi e anche giustamente di scorribande screanzate. La gente va pe’ discoteche e noi pe’ produzioni a battere le porte, a dire, fatece scrive’, volutamente consapevoli che avrebbe portato a più no che sì”. Le scorribande screanzate iniziano a 19 anni, ma prima di arrivare al primo sì, i Fratelli D’Innocenzo ne vedranno di tutti i colori. “Eravamo ragazzini e vendemmo un copione in America. Fu una vera truffa, prendemmo zero lire, con un contratto in inglese firmato in dieci minuti davanti a un caffè a Re di Roma, senza manco leggerlo. Cedemmo i diritti a un produttore italo-americano con base in Florida e vari partner subentrati dopo che ci tagliarono completamente fuori. Siamo rimasti a spia’ dall’Italia cosa succedeva in America. Il risultato fu ‘Two Days’, un film bruttissimo”, ricorda Fabio, senza rancore. “Venne pure doppiato e un lunedì mattina lo vedemmo alla Rai, commentando al telefono ilàri (sic, e addio per sempre alla sdrucciola, nda) quello che vedevamo”, ricorda Damiano. Quella truffa però fu una lezione: non bastava scrivere un copione per realizzare un film. “Anche il miglior testo, e non ho la vanagloria di dire che quello era incredibile, è comunque sia liberamente interpretabile a seconda della sensibilità di chi lo legge o lo mette in scena”, ragiona Fabio. “E gli americani, che non so’ furbi a semplificare tutti i concetti, hanno una masticazione degli ingredienti un po’ troppo frettolosa, spesso anche riduttiva, e quindi a meno che nun ce sta’ Robert Altman a gira’ ’sto film, fanno riduzioni cinematografiche alcune volte scolastiche e elementari… Fu allora che abbiamo capito che un pezzo di carta non significa niente. La scrittura vera la fai col mezzo cinematografico: un film insomma lo devi scrive’ e porta’ sul set e conclude quello che inizi scrivendo”.

 

Raccontano senza complessi la fuga da Tor Bella Monaca per sottrarsi alla morsa della malavita. Autodidatti voraci e insaziabili

Un copione venduto in America da ragazzini, “una vera truffa”. Da allora una ventina di sceneggiature e una cinquantina di soggetti

Da allora hanno scritto un altro film e un altro ancora, in tutto una ventina di sceneggiature e una cinquantina di soggetti e trattamenti. Per vari anni hanno fatto anche i ghost writer. Di chi? “Nun se po’ di’, ce so’ le clausole. Non è che nun me fido… tanta gente, anche importante, è un lavoro che è sempre esistito, mò molto de meno”. Dopo quattro o cinque anni, però, hanno preteso di avere anche la loro firma. E così, per “Dogman” di Matteo Garrone, risulta la parziale collaborazione dei Fratelli D’Innocenzo. “E’ stato un lavoro di squadra. Era un copione che Matteo si portava dietro da cinque anni, noi siamo arrivati all’ultima stesura, non possiamo attribuirci nessun merito, se non di aver collaborato alla stesura finale. E’ un’esperienza formativa, uno degli apprendimenti più redditizi, per noi”. Dicono che da Garrone hanno imparato “una cosa stupenda”, e cioè “la militanza col lavoro, il dover essere tutti i giorni lì da un dato orario all’altro, la minuzia della stanchezza”. Hanno imparato che il cinema è molto più un’attività fisica che intellettuale. Come uno sport? “Come la cucina, sì” dice Fabio, forse pensando al fratello chef che oggi ha 48 anni.

 

L’incontro con Garrone è stato la svolta e oggi lo raccontano come la scena madre di un film, il film della loro vita. “L’abbiamo conosciuto per caso”, ricorda Damiano, “una sera in un ristorante, fra Termini e il Quartiere nomentano, ce passo col 360, cucina tipo brasiliana, ’na cacata, che poi hanno chiuso. Io arrivo, ero da solo. Non c’era manco più mio fratello. Succede che io stavo co’ due ragazze, ce vado, pensavo fosse ’na pizzeria, e invece no. Apro il portafoglio non c’ho ’na lira. ‘Fabio porca troja vie’ qui coi sordi’. Fabio stava già tipo a dormi’. Venne coi soldi e dopo un po’ entra Garrone. Io non credo in Dio, ma in un’altra forma di spiritualità e se Fabio non fosse venuto, sono sicuro che Garrone non sarebbe mai entrato da quella cazzo di porta. Sapevo che non potevo paga’ er conto, ma non sarebbe successo nulla. E’ arrivato Fabio, e dopo venti minuti è entrato Garrone. Ci siamo alzati e siamo andati ad abbracciarlo. La cucina era chiusa, si fece cucinare un pezzo di pollo. Mentre finiva di mangiare lo guardavamo, prima stavamo a mangia’ noi e lui ci guardava. Era come uno specchio”. Garrone se li studia ed è subito conquistato: “Voi potreste fare gli italo-americani, perché c’avete le occhiaie”, racconta Fabio. “Abbiamo parlato tutta la sera, di teatro, lo abbiamo seguito in un locale dove stava andando, è stato tutto molto istintivo, lui non ci conosceva, ma l’indomani ci ha invitato a casa sua. Gli portammo il copione di ‘Terra dell’abbastanza’, che avevamo scritto a 23 anni. Era il nostro biglietto da visita. Sapevamo che forse non l’avrebbe nemmeno letto, ma per noi era importante entrare a casa sua con la dimostrazione del nostro talento. Non so manco se l’ha letto, ma il film gli è piaciuto tantissimo”.

 

Altro colpo di fortuna, una sera col loro agente Jean Paul Bosco incontrano Agostino Saccà all’ingresso del Teatro Parioli. L’ex direttore generale della Rai, sapendo che avevano scritto il copione di “Dogman” con Garrone, propone subito un appuntamento. Due settimane dopo, i Fratelli D’Innocenzo si presentano al suo ufficio della Pepito, gli consegnano la sceneggiatura della “Terra” e gli raccontano il film. “Una cosa terribile da fa’”, commenta Fabio: “Se uno avesse le capacità verbali di comunicare con altre persone, non farebbe lo scrittore”. Ma allora non vale il detto “chi scrive bene racconta bene”? “Nel nostro caso no, ma si migliora col tempo”, risponde Damiano. “Saccà lesse il copione, il giorno dopo ci chiama. Il film si fa. Quattro mesi dopo eravamo sul set a Ponte di Nona”. Il film esce in sala a Roma in poche copie nell’estate 2017, mentre si giocano i Mondiali di calcio, ed è un successo: Berlinale, miglior esordio ai Nastri d’argento, quattro candidature ai David. “Inutile prenderci in giro, ma sono sempre carezze di cui hai bisogno, ma devi anche non imprigrirtene”. L’abbiamo fatto a 27 anni. Orson Wells a 27 anni fece ‘Quarto potere’…”.

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