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Arriva in Italia “Semele”, l’opera-oratorio di Händel

Sexy e sublime. Un vaudeville tra gli dèi che sconcertò il pubblico della Londra settecentesca

6 Maggio 2019 alle 11:06

Arriva in Italia “Semele”, l’opera-oratorio di Händel

Carlo Vistoli con Lucile Richardot nell'ultima recita di “Semele” al Palau de la Música Catalana di Barcellona (foto @Antoni Bofill)

Georg Friedrich Händel viveva a Dublino da quasi due anni quando, nell’estate del 1743, compose la partitura di Semele, “his sexiest opera” come dicono gli esperti, melodramma leggero, ma in forma di oratorio, scritto e cantato rigorosamente in inglese, su un testo rimaneggiato da Newburgh Hamilton dal libretto che William Congreve scrisse nel 1707 per John Eccles, ispirandosi alle Metamorfosi di Ovidio. Riesumata più di quarant’anni fa, con una registrazione memorabile, da Sir John Eliot Gardiner, uno dei musicisti più inventivi del mondo, Semele arriva adesso in Italia, ultima tappa del programma itinerante di concerti dell’English Baroque Soloists e del Monteverdi Choir, prestigiosi ensemble fondati cinquant’anni orsono dallo stesso Gardiner e artefici con lui della rinascita della musica antica grazie all’interpretazione filologica e all’uso di strumenti d’epoca.

 

Così, dopo il trionfale passaggio a Parigi, a Barcellona e Londra, il capolavoro di Händel verrà eseguito a Milano, lunedì 6 maggio, al Teatro alla Scala, per una serata di beneficenza a favore della Fondazione Opera San Francesco per i poveri, arrivata a sessant’anni di attività. E mercoledì 8 maggio lo si potrà ascoltare a Roma, ospite dell’Accademia di Santa Cecilia all’Auditorium Parco della Musica. Evento memorabile, la recita sarà in versione integrale (registrazione in vista per Soli Deo Gloria, marchio indipendente fondato nel 2004 per pubblicare l’integrale delle Cantate di Bach, realizzata sei anni dopo in 51 cd); e avverrà in forma semiscenica con la regia di Thomas Guthrie. A cantare (coro e solisti tutti rigorosamente senza partitura, in tenuta da sera i comuni mortali, e in abiti colorati gli dèi), ci sarà un cast da urlo: nel ruolo di Semele il soprano Louise Adler, famosa per timbro, virtuosismo e doti di attrice; in quello di Giove il giovane tenore Hugo Hymas; il magnifico basso italiano Gianluca Buratto ha il doppio ruolo di Cadmo e del dio Sommus; il mezzosoprano francese Lucile Richardot, pure lei doppia parte, sarà Giunone e Ino, e il controtenore Carlo Vistoli canterà Athamas, promesso sposo tradito da Semele, ma riscattato dall’amore di Ino, che impalmerà al posto della sorella, sua mancata sposa, folgorata nell’amplesso con Giove.

 

Lunedì alla Scala, mercoledì al Parco della musica a Roma le ultime tappe di un programma itinerante di concerti in Europa

Pur avendo la forma di un oratorio, vista l’abbondanza di cori (dieci in tutto) e il libretto in inglese, la Semele di Händel è una vera opera lirica, in tre atti (anziché due come richiede l’oratorio classico) e su un tema profano liberamente attinto dalla mitologia classica. Al centro del dramma c’è la storia di un tradimento, anzi di un adulterio impossibile tra Giove, il dio dell’Olimpo, che appare tra fuoco e fiamme in forma di fulmine, e Semele, nipote di Europa già rapita dallo stesso, figlia di Cadmo re di Tebe, e di Armonia nata da Venere (sì sono proprio quelli delle Nozze descritte da Roberto Calasso, nel suo besteller Adelphi del 1988). Innamorata di Giove, Semele molla su due piedi il fidanzato Atamante davanti all’altare nuziale, nel tempio di Giunone, e cede alla sua passione. Giove irrompe sulla cerimonia con un tuono, e la trasporta in volo sul suo letto di piacere nell’Olimpo. La cosa provoca la gelosia di Giunone, moglie tradita, che escogita un piano tremendo. Anziché prendere le sembianze della vecchia balia di Semele, come succede nella favola di Ovidio, assume quelle della sorella Ino (“sia perché Ino è legata alla trama dall’amore per Atamante”, avverte nell’introduzione il librettista, “sia perché il personaggio è proporzionato alla dignità delle altre figure rappresentate. Motivo questo consentito in una vicenda completamente fittizia, che viene rappresentata sotto il titolo di opera, “where greater absurdities are every day excused”. Così, banditi ogni realismo e ogni ansia di verosimiglianza romanzesca, Giunone si presenta nei panni di Ino davanti al talamo della rivale per irretirla nelle sue stesse manie di grandezza: chieda a Giove di amarla nella sua natura divina… Semele non aspetta altro. Donna e mortale, trema e sospira ogni volta che Giove se ne va, conscia della sua natura inferiore, si lascia invadere dal timore. Anche lei, insomma, aspira all’immortalità. Giove l’ha capito benissimo e cerca di svicolare: “Too well I read her meaning, / but must not understand her: aiming at immortality / with dangerous ambition (Troppo bene leggo il suo pensiero, / ma non devo ascoltarla / anela all’immortalità / con pericolosa ambizione)… I must with speed amuse her / lest she too much explain. It gives the lover double pain / who hears his nymph complain, / and hearing must refuse her (Devo rapido distrarla, / perché non parli troppo. Dà all’amante doppia pena / chi ascolta dolersi la sua donna, / e ascoltandola, deve rifiutare)”.

 

Spettacolo in forma semiscenica. Grande cast vocale. Sul podio, a dirigere i “suoi” complessi inglesi, Sir John Eliot Gardiner

Quando però, con l’aiuto del dio Sonno, entra in gioco Giunone, ecco che il sortilegio si compie, nonostante le cautele di Giove, che tenta di resistere al desiderio dell’amante per evitare il peggio. Ma Semele insiste, minaccia, gli tiene il broncio: “No, no, I’ll take no less, / than all in full excess! / Your oath it may alarm you. / Yet haste and prepare, / for I’ll know what you are / with all powers arm you”. Così il poveretto, dio dell’Olimpo, si arrende e finisce per stringerla come un fulmine possente, causandone la morte, anche se Semele rinasce come la fenice dalle proprie ceneri, generando Dioniso, il dio più forte dell’amore e nemico di ogni pena mortale.

  

LA SCHEDA: Carlo Vistoli, un controtenore dal barocco a Sciarrino

Non è la prima volta che Carlo Vistoli, il giovane e richiestissimo controtenore che abbiamo visto nell’Orfeo ed Euridice di Gluck con la regia di Robert Carsen all’Opera di Roma, canta un oratorio in inglese, e nemmeno la prima volta che canta diretto da Sir John Eliot Gardiner. Due anni fa ha portato in tournée tre opere di Claudio Monteverdi e di recente ha registrato Il ritorno di Ulisse in patria per l’etichetta Soli Deo Glori. Ma è la prima volta che canta Semele di Händel, con l’English Baroque Soloists e il Monteverdi Choir, fondati dallo stesso Gardiner. “E’ un’opera a tutti gli effetti. Händel riprende le caratteristiche dell’oratorio, e cioè la presenza di molti cori, e la lingua inglese, ma sceglie una trama profana mitologica, che l’avvicina allo stile dell’opera”. Vistoli canterà nel ruolo di Athamas, il fidanzato di Semele, tradito per Giove, ma riscattato dall’amore di Ino, la di lei sorella con cui si sposerà. “E’ un ruolo drammaturgicamente non così approfondito e infatti io canto solo all’inizio, ma non nel secondo atto quando Giove porta Semele in cielo, e poi alla fine. Il mio è un personaggio un po’ strano, per il quale Händel compose belle arie. E anche interessante, perché il suo ruolo non venne scritto per la voce di un castrato, come l’Orfeo di Gluck, ma proprio per un controtenore dell’epoca, Daniel Sullivan. Dunque permette di scoprirne la vocalità, un po’ più grave rispetto alla tessitura dei castrati”. Quanto a lavorare con Gardiner non è solo un’esperienza unica. “Per me è un onore, un sogno che si avvera”, dice Vistoli, che sin da ragazzino grazie a lui ha scoperto l’opera barocca. “E lavorare con i suoi solisti e i suoi coristi su un’opera in inglese, con tutti gli sforzi necessari per arrivare a una pronuncia pulita e a un fraseggio perfetto, è stato straordinario”. In tempi di Brexit, allora, l’apertura di Gardiner riconforta. “L’English Baroque Soloists è formata da inglesi ma è un’orchestra internazionale, il primo violoncello, Marco Frezzato, è un italiano, così come il cembalista, Paolo Zanzu: entrambi suonano sia come solisti sia in vari altri prestigiosi ensemble. E aver scelto per il ruolo di basso Gianluca Buratto è una riprova di apertura”. Con Zanzu e Frezzato, Vistoli farà il suo primo concerto da solista a Parigi nel maggio 2020: “Canterò alla Salle Grévin cantate da camera e arie d’opera di Händel, Vivaldi, Porpora e Scarlatti”. A settembre, canterà un’opera contemporanea al Teatro Malibran di Venezia, Luci mie traditrici di Salvatore Sciarrino, prodotta dalla Fenice, e in novembre a Shanghai sarà di nuovo Atamante nella Semele con la Shanghai Symphony Orchestra diretta da Long Yu. “In Cina, e pure in Giappone, c’è una grande attenzione per la musica barocca: ho già cantato due volte e ci torno volentieri”. (m.v. - foto @Gianandrea Uggetti)

  

Quest’opera fantastica, dove il mito scivola nel vaudeville, e la catarsi cede al moralismo cristiano, fu per il Caro Sassone, immenso compositore nato prussiano e naturalizzato inglese, una sorta di divertissement, anche se l’intento era serissimo perché si trattava di aggirare con l’oratorio in volgare il rifiuto dell’opera italiana, offrendo al pubblico uno spettacolo di facile masticazione. Lo scrisse nel giro di un mese, dal 3 giugno al 4 luglio 1743, tra un prima e un dopo di due opere potentissime: il Sansone, oratorio eroico tratto dal poema biblico di John Milton e iniziato una settimana dopo il Messiah, e il Te Deum di Dettingen, terminato in quello stesso luglio del 1743 per festeggiare la vittoria del duca di Cumberland sui francesi. Händel era fuggito a Dublino, dopo essersi ritrovato di fronte a una sala vuota, per il suo ultimo concerto a Londra.

 

Pur minato dalla fatica per sostenere il suo teatro, a Dublino Händel compose alcuni dei suoi capolavori. Il fiasco di “Semele”

Non aveva ancora sessant’anni, da quasi trenta si era trasferito alla corte inglese, ma era un uomo stanco, scoraggiato, sfiancato dalla polemica contro l’opera italiana di cui era stato artefice indefesso, prostrato dall’ostilità che gli era piovuta addosso da quando il nuovo re Giorgio II, in odio al padre Giorgio I di Hannover, che era stato il suo protettore, aveva deciso di fargli intorno terra bruciata, fondando un’opera rivale alla sua e, a viva richiesta dei castrati Farinelli e Senesino, chiamando a dirigerla il napoletano Niccolò Porpora. Händel, che era sì un tipo amabile, ma pure tosto, “ricco di forza e di buona volontà” scriverà l’amico e mentore Johann Mattheson, accettò la sfida. Partì per l’Italia, che conosceva benissimo, per reclutare nuovi cantanti, e affrontò il duello col napoletano al quale poi si aggiunse il tedesco Hasse.

 

Lotta impari. La situazione degenerò nel 1734, quando la principessa Anna, ultima sua protettrice, partì per l’Olanda a seguito del marito principe d’Orange. In balia dei nemici, Händel venne abbandonato dai suoi amici. Il suo socio del teatro dell’Haymarket, da lui fondato quindici anni prima, affittò la sala alla compagnia rivale, costringendolo a spostarsi al Covent Garden, all’epoca “una sorta di music hall, dove l’opera lirica conviveva con balletti, pantomime e arlecchinate”, come scriverà il futuro premio Nobel Romain Rolland nel 1910 (il suo Händel esiste in italiano nelle edizioni Castelvecchi, 2015).

 

Al centro del dramma c’è un tradimento, un adulterio impossibile tra Giove e Semele. Che suscita la tremenda gelosia di Giunone

Da prussiano coriaceo, Händel però non si diede per vinto. Sin da ragazzo era riuscito a tenere testa al padre, ricco chirurgo di Halle, passato al servizio del duca di Sassonia e deciso a ostacolare in ogni modo la vocazione musicale del figlio, sino a imporgli di studiare diritto, tanto avversava il mestiere di musici e saltimbanchi. Né poteva tirarsi indietro ora che era un uomo maturo e un grandissimo compositore che aveva conosciuto l’apice della gloria, dopo una formazione completa e molto eclettica e i vari anni di tirocinio in Italia, a Firenze, Venezia, Roma e Napoli, dove divenne intimo degli Scarlatti, amico di Corelli, Pasquini e Benedetto Marcello, frequentatore dell’Arcadia, compositore per il cardinale Ottoboni, ed entrò nelle grazie di Agostino Steffani, personaggio oggi del tutto sconosciuto e invece mitologico per le sue molte vite di abate, cantante, compositore di musica da camera vocale (famose le cantate e i duetti), nonché consigliere segreto dell’Elettore palatino, vicario apostolico di Papa Clemente XI, e Kapellmeister alla corte di Hannover dove si prese Händel per successore.

 

Dunque, approdato al Covent Garden, Händel decise di cimentarsi con l’opéra-ballet alla francese. Ma la sfortuna continuava a dargli il tormento: l’ostilità dei nazionalisti lo spinse a rinunciare al genere, perdendo per di più tutti i suoi risparmi nel fallimento del teatro. Continuò a scrivere melodrammi e soprattutto oratori, per superare l’insofferenza del pubblico nei confronti dell’opera italiana, col suo “exotic and irrational entertainement” come l’aveva bollato da Samuel Johnson, mentre John Gay con la Beggar’s Opera del 1728 ne aveva fatto una satira feroce.

 

Minato dalla fatica e dagli sforzi continui per sostenere il suo teatro, nella primavera 1737 ebbe una paralisi e cadde in depressione. Inseguito dai creditori, si salvò curandosi alle terme di Aquisgrana, e scese di nuovo in campo. Scrisse il Salmo funebre per la morte della regina, che fu un successo, terminò il Saul, dramma epico, che invece non venne mai capito, e compose altre opere meravigliose che però non bastavano a ripianare i debiti. Fu così che nel 1741 accettò l’invito a Dublino e “per offrire a quella generosa nazione qualcosa di nuovo”, pur essendo sull’orlo dell’abisso, trovò la forza per comporre il Messiah, l’altro immenso capolavoro eseguito per la prima volta nell’aprile 1741 con grande successo. La prima della Semele, che avvenne tre anni dopo al Covent Garden, il 10 febbraio 1744 con tre repliche fino al 22, fu invece un fiasco. Nonostante il ruolo della protagonista tagliato su misura per la “Signora Francesina”, alias Elisabeth Duparc, soprano francese ma di scuola italiana, arruolata a Londra dall’Opera dei nobili nel 1736 e approdata due anni dopo alla rivale compagnia di Händel, e famosa per i virtuosismi e l’intensità drammatica con cui si produsse nel sublime “O sleep” del secondo atto e nell’ultimo monologo del terzo, l’opera ricevette mitigata accoglienza, fra le lodi alla musica e la disapprovazione del tema salace in periodo di quaresima. In dicembre, Händel rimise mano alla partitura. Ma nemmeno tre anni dopo la sua morte, quando fu riproposta nel 1762 al Covent Garden con molti tagli, incontrò il favore del pubblico. Nonostante l’edizione integrale del 1788, e l’edizione Chrysander del 1860, bisognava aspettare la rinascita contemporanea della musica barocca promossa fra gli altri da Sir John Eliot Gardiner e dai suoi musici e dai suoi coristi, per rendere giustizia a Händel e al primo capolavoro dell’opera inglese.

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