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Appunti sul Machiavelli visto da Funiciello

Un consigliere non lotta per la verità ma aiuta il potere a entrare nel male nel modo giusto

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

7 Settembre 2019 alle 06:00

Appunti sul Machiavelli visto da Funiciello

Paul Klee, Castello e Sole

Sono un ammiratore di Antonio Funiciello, che ha scritto sul metodo Machiavelli un libro non solo ricco e documentato, anche intelligente e di ottima resa stilistica, ma la sua idea di un consigliere del principe coraggioso e amico intransigente della verità mi sembra astratta. Bella idea e molto contemporanea, come tutto ciò che è astratto, cioè definito nell’indefinito, per esempio una tavola geometrica, labirintica e colorata, di Paul Klee. Loda per esempio Tommaso Moro, e vorrei vedere, ma per la ragione sbagliata, secondo me. Moro coraggiosamente pagò, dice, il suo amore senza se e senza ma per la verità, cioè la non conformità al diritto canonico di un nuovo matrimonio di Enrico VIII, appunto un’astrazione, sebbene moralmente perfetta. In realtà Moro era monarchico e cattolico papista, e perse la testa in due sensi: gli fu tagliata, cosa che ci addolora da secoli, ma solo perché l’aveva già persa rifiutando di avallare l’atto di supremazia su cui è fondato il destino moderno dell’Inghilterra, da Elisabetta a Cromwell a Churchill a Boris Johnson (si parva licet eccetera). Le teste cadono, sono sempre cadute, e anche quella del successore di Moro, che l’aveva processato barbaricamente, cadde per mano del mandante regale; però certi consigli sono gravidi di conseguenze, partoriscono, danno vita al concepito, altri sono sterili, abortivi.

 

La verità non c’entra, la realtà sì, c’entra. La verità è poetica: nessun uomo è un’isola, una zolla di terra lavata via è come la perdita per l’Europa di un promontorio, un uomo che muore sminuisce quelli che restano, quello che resta, scriveva il metafisico John Donne anticipando e versificando la Brexit e la morte per acqua nel Mediterraneo. La verità politica non è poetica se non in un senso molto strano e sofisticato. Moro scelse tra due fedeltà, il suo era un grande e mirabile problema di coscienza, non un intrigo politico. L’imbroglio è il 52 per cento al referendum, l’orientamento delle Midlands, dare o non dare le elezioni anticipate a un bullo, e la verità del potere, insieme al suo coraggio, per un consigliere è una sola: evitare quel che va evitato, costi quel che costi. Il Cristo, di cui Funiciello parla come del primo adunatore di consigliori, gli apostoli, lo aveva spiegato: lui è la via, la verità, la vita. Attenzione ai termini e alla loro successione in sequenza. La verità è messa in mezzo dalla via, cioè i mezzi, e dalla vita, cioè una realtà inafferrabile, che solo il consacrato, l’Unto, poteva prendere tra le sue mani incarnate e divine, e rendere eterna.

       

Il consigliatore o consigliere o consigliori è lo stesso per tutti, per il Re per il ministro repubblicano per il capo della cosca. Deve aiutarlo a entrare nel male, punto. Nel modo giusto, nel momento opportuno, con la persuasione democratica e con la misura di forza che si riveli indispensabile alla bisogna. Che poi da questo ingresso possa sortire un che di bene, ecco un mistero averitativo, vitale, effettuale, machiavellico, che vale sempre la pena di indagare. Il consigliere è il nemico della coscienza, che è sempre personale anche quando sia rettamente formata: il consigliere è la coscienza di un altro, una contraddizione in termini. E quell’altro non è nemmeno un uomo, un individuo, è un viluppo di fatti, di necessità e di libertà, cioè di arbitrio. Arbitrio è parola carica di cattive intenzioni ma è solo l’altra faccia, quella politica, della libertà. Funiciello ama e cita Michel Foucault, che completa un quadro in cui primeggia anche il caro amico Arturo Parisi, altrettanto astratto ma meno sulfureo. 

  

Foucault ha giocato molto con le parole e le formule, in particolare sul tema della verità del potere e del potere della verità, ma con la sua saggistica, le ricerche e la vita, compresa la morte, ha testimoniato inconfutabilmente che il potere, il desiderio, l’appetito, la volontà di potenza sono superiori in violenza e in gerarchia a qualunque governo, compreso il governo di sé stessi. 

           

Finisco invitando a leggere il libro di Funiciello senza pregiudizi teorici, affidandosi al bello della sua ricostruzione ma tenendo contro del brutto, cosa che lui stesso fa quando infine papale papale racconta quanta corruzione è stata necessaria, a Lincoln e ai suoi consiglieri, per abolire la schiavitù (il film di Spielberg aveva dato un succoso acconto della faccenda). E finisco di nuovo parlando di due amici. Michele Magno ci ha scritto ieri di lasciarlo in pace con la sua sconfitta di votosubitista, a lui il “teorema Giuseppi” fa un po’ senso, lo si capisce: lo rassicuro, l’abbraccio della solitudine non riguarda solo il blasone della sua coscienza infelice, anche la mia allegria per la perdita di un Truce è temperata dalla malinconia, e infatti mi metto in ferie per una decina di giorni dopo un agosto vittorioso ma pesante. Adriano Sofri ha invece ieri temperato la malinconia con l’allegria dello scampato al naufragio degli altri, e lo ha fatto come lui è, con saggezza e in nome della coscienza divisa. Mi associo a un amico che per me è paradigma della moralità politica, in un paese che ne manca un po’. Mi associo, ma in nome di una spericolata, e ho detto “spericolata” e non “coraggiosa”, sottocultura da consigliori. Speriamo che alla fine non ci taglino a tutti la testa.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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