Lo scorno degli intellettuali

Andrea Minuz

Mai che i politici facciano quello che raccomandano. Urge riposizionamento. Per l’esilio è ancora presto

La Lega non si è mai posta il problema della cultura. Il M5s, passata la sbornia iniziale per Dario Fo, viaggia ormai su altri binari

I moderati in Italia sono allo sbando. Non s’intravede una rotta, una guida, un partito che li rappresenti, qualcuno che sappia ascoltare il loro grido di dolore. Eppure c’è chi sta peggio. Dalle elezioni escono vincitori due partiti che più di altri in questi anni hanno ostentato un netto, vigoroso disprezzo per gli intellettuali. Cosa faranno ora? Dove e come ricollocarsi? In un paese costretto a una mirabolante sintesi tra nuovo leghismo, tardoberlusconismo e un grillismo ormai “tendenzialmente di sinistra”, come dice sempre Michele Emiliano da Floris, il riposizionamento di pensatori, columnist di prestigio e variegati personaggi della cultura che si erano dati un gran da fare per liberarci da Berlusconi prima e da Renzi poi non sarà affatto facile. La Lega di Salvini, va da sé, non si è mai posta il problema della cultura. Il M5s, passata una sbornia iniziale per Dario Fo, pezzi sparsi di cinema italiano e Fiorella Mannoia, viaggia ormai su altri binari. Casomai si lavora sul vivaio interno. Per esempio, Alessandro Di Battista, lanciatissimo con la sua nuova impresa in Guatemala, già in quota Mondadori, già reporter per il Fatto quotidiano, potrebbe essere un ottimo Roberto Saviano della democrazia diretta. “Sarebbe bello vedere che libri hanno in casa Salvini e Di Maio”, diceva pochi giorni fa Giampiero Mughini. Nel frattempo, Matteo Salvini si immortalava su Instagram con il libro di Paolo Cognetti, “Le otto montagne”, non si capisce se per via del Premio Strega o delle montagne o entrambe le cose ma ribadendo comunque che i libri ormai si tengono su Instagram, occupano meno spazio.

  

Si vola e si legge. Buona serata Amici!

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Da che parte stare nel “mondo nuovo in cui siamo entrati”, come lo ha prontamente definito Denis Verdini? Quando c’è il cambio di fase? Dove indirizzare il grande sdegno e la lotta? Nel dubbio c’è ancora chi continua a prendersela con Renzi. Altri temono di dover riprendere quel discorso sulla “cultura di destra” sventolata all’epoca della “svolta di Fiuggi” in alternativa all’egemonia del vecchio secolo ma prima ancora di capire cosa ci fosse dentro (Carducci? Tolkien? Evola? Pier Francesco Pingitore?) Ma procediamo con ordine.

   

Tanto per cominciare avevamo ancora da smaltire una generazione cresciuta nella Fgci che subito bisogna affrontare il problema del ricollocamento dei renziani. Massimo Recalcati non ha fatto in tempo a fondare la “scuola di partito Pier Paolo Pasolini” che gli è franato addosso il Pd. Pochi giorni prima ci aveva spiegato le ragioni psicosomatiche dell’ennesimo finale di partita: “Ormai il berlusconismo appare come un chiaro residuo (immortale?) del discorso della pubblicità, dell’azione porta a porta dell’imbonitore, del pasticciere di cui narra Platone nel Sofista” (il “pasticciere sofista” è il prequel di quello “trotskista” di Nanni Moretti); Baricco è tornato a occuparsi della scuola Holden, ma con un’apertura ai Cinque stelle per ragioni di “territorio” e dunque seminari sullo storytelling politico gestiti dai ghostwriter della sindaca Chiara Appendino; Pif preme per una nuova Leopolda con Di Maio e Casaleggio. Di quel progetto di “partito pensante e non pesante” lanciato al Lingotto al momento è rimasto solo Brunori Sas, citato da Renzi alla convention del Pd in un’ultima, disperata apertura al Pigneto. Lo vedremo tra poco su RaiTre in un programma ideato all’epoca della gestione Bignardi, un “vero e proprio ritratto generazionale che ci aiuterà a tracciare il profilo di una società liquida in costante mutamento”. Ne abbiamo bisogno.

  

Dove indirizzare il grande sdegno e la lotta? Nel dubbio c’è ancora chi continua a prendersela con Renzi. Quel che resta della Leopolda

Nel frattempo, sul pianeta MicroMega si sperimentano scenari alternativi a una realtà che da trent’anni, incomprensibilmente, si ostina a non adeguarsi agli editoriali di Flores d’Arcais. La grande stagione dei movimenti, degli appelli e dei girotondi è finalmente sfociata dalle parti di Salvini-premier, dunque brainstorming forsennato per capire come è potuto succedere, dov’è che la realtà ha sbagliato di nuovo, rilanciare subito la controffensiva. Arriva anche Selvaggia Lucarelli che lascia Rolling Stone e con Massimo Gramellini discute dei “cambiamenti della posta del cuore da quando è in formato elettronico”. Com’è noto, dalle parti di MicroMega si considera “immonda”, qualsiasi ipotesi di governo con Lega o Forza Italia, insomma qualsiasi governo che rispecchi il voto, e si tifa ancora fortissimo per un Pd a Cinque stelle. “Mattarella”, dice Flores d’Arcais, “deve affidare il governo a una personalità fuori dai partiti”, ovvero a Zagrebelsky, a Tomaso Montanari o Piercamillo Davigo, “uomini di diversa estrazione politica, ma accomunati da un profondo senso dello Stato e della Giustizia” (scenari che ci fanno sembrare ragionevole un governo Salvini-CasaPound). Di fronte a questa ipotesi, dice Flores d’Arcais, “il Pd non potrebbe dire no”. Poi, stremato da un serrato botta e risposta con Travaglio lungo sei pagine, stanco di spiegare al Pd, a noi, e all’Italia quello che bisognerebbe fare, Flores d’Arcais si rifugia nella canonica citazione da Brecht: “Se il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un altro popolo”, o come direbbe ancora meglio Fassino, “se questo popolo vuole fare politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Gli appelli si moltiplicano ma continuano a cadere nel vuoto. Un tonfo muto, sordo, indifferente. Il discorso di Roberto Fico ha scosso l’anima antifascista, riacceso le speranze per un accordo che non è più solo possibile ma “necessario”. Eppure niente. A nulla sono serviti l’allarme-video lanciato da Pif, gli editoriali di Travaglio, i numeri monografici di MicroMega, i summit di Barbara Spinelli e Curzio Maltese, le indicazioni di Massimo Cacciari (“l’unica cosa ragionevole per il Pd è dare il via libera a un governo monocolore dei Cinque stelle”), del professor Pasquino che consiglia ai Cinque stelle di “leggere Bobbio” per tenersi pronti, di Salvatore Settis e persino Sandro Ruotolo: “Il primo dovere è evitare di consegnare il paese a Matteo Salvini”.

   

Perché qui non ci sono strategie ma “doveri”, questioni “etiche”, responsabilità “morali”. Tutti gli imperativi categorici si infrangono però contro un muro di gomma, s’inabissano nel silenzio. L’intellettuale si ritira solo, sconsolato e inascoltato nelle sue stanze. Prima del voto c’era stato anche l’appello del “mondo della cultura per votare Potere al popolo”, un testo firmato da Vauro, Citto Maselli, Moni Ovadia, Enrico Ghezzi, e poi una sfilza di “designer/attivista”, “scrittore Lgbt”, “videomaker”, “poeta”, “artista visuale”, tutti uniti per “la costruzione di una sinistra basata sulla connessione tra diversi soggetti del conflitto e culture critiche”, per fermare “la barbarie neoliberista, la mercificazione della cultura e tutte le ingiustizie”, per la “salvaguardia del patrimonio ambientale e il ripudio della guerra”. Niente da fare anche qui. Persino Capalbio, ultimo, residuale laboratorio per progettare una società senza classi è finita in mano a Salvini che tra l’altro non perde mai occasione per schifarla nei talk-show. Siamo dalle parti della sindrome di Stoccolma. La piccola Atene della Maremma sarà restituita ai cinghiali, ricollocata su sagre gastronomiche, gare dei trattori e concerti estivi della band di Gianluigi Paragone, “Gli Skassakasta”. Addio vacanze intelligenti. Resta il famigerato, indistruttibile, “dobbiamo tornare nelle periferie”, “tra gli ultimi”, “nel disagio”, come dice Veltroni. Ma, siamo seri, per quanto si può andare avanti con un mantra così?

  

Il “Manifesto di interesse nazionale” di Fusaro, impalcatura intellettuale perfetta per la trattativa Di Maio-Salvini

D’altro canto, è ancora troppo presto per giocarsi la carta dell’esilio, come quando si abbandonava in massa un’Italia governata da Berlusconi. A un certo punto, pareva non restasse più nessuno. Dovevano andarsene Tabucchi, Vincenzo Consolo, Umberto Eco, Battiato, Saviano, moltissimi altri. Il regime c’era eccome, solo che era un regime che non confinava e allora ci si auto-esiliava da soli. Adesso però è diverso. Col reddito di cittadinanza potremmo assistere a un formidabile rientro di cervelli. Siamo dentro una pausa carica di aspettative. Prima di cambiare schema di gioco, l’intellettuale deve ripassare in rassegna il vasto oceano delle idee di lotta e di governo. Solo che, a ben vedere, il paese si è espresso anche sulla questione pensatori-di-riferimento. Di fronte a un possibile asse Salvini-Di Maio, non può che toccare a lui. E’ fatalmente giunta l’ora della mozione Fusaro, l’“allievo indipendente di Marx e Hegel” che auspica “un fronte unico degli oppositori al globalismo capitalista, difensori della sovranità nazionale, dei diritti del lavoro e della ferma opposizione allo sradicamento capitalistico”.

 

I nostri dipartimenti di Filosofia sono pieni di aspiranti Fusaro, funamboli del birignao accademico più oscuro e irrazionale

Già quest’estate, David Allegranti scriveva che Diego Fusaro è “l’intellettuale perfetto per un’alleanza grillo-salvinista in attesa che la sinistra anti Pd capisca da che parte stare”. Visto che nel frattempo l’ha capito, ora tocca a lui. Mentre tutti ci perdevamo dietro la questione populista, Fusaro metteva a punto un manifesto teorico-filosofico esemplare per l’Italia di Salvini e Di Maio con pezzi “no global” sparsi tra CasaPound, Leu e Potere al Popolo. Il logo del “Manifesto di interesse nazionale” (si chiama così) ricorda la grafica di Avvenire, le felpe di Salvini e le frecce tricolori. Sfilano citazioni da Gramsci, Gentile, Petrarca, Gioberti. Altro che cazzeggio postmoderno, pensiero debole e “cultural studies”. Qui si torna sui tomi rilegati in pelle. Il percorso è chiaro: “Né mondialisti, né nazionalisti”, insomma una specie di “terza via” del populismo riposizionata su “valori di destra e idee di sinistra”. Il “Manifesto di interesse nazionale” è l’impalcatura intellettuale perfetta per la trattativa Di Maio-Salvini, magari con appoggio esterno di Liberi e uguali: “radicamento, patria, onore, lealtà, trascendenza, famiglia, eticità” e poi “emancipazione, diritti sociali, eguale libertà materiale e formale, dignità del lavoro, socialismo democratico nella produzione e nella distribuzione”. C’è la difesa esaltata dello statalismo più sfrenato, euforico, sovrastrutturale, in un arco di interessi che va dal diritto alla pausa-caffè al contratto a tempo indeterminato per sette generazioni. Perché “lo Stato sovrano nazionale figura oggi come l’ultimo fortilizio in grado di difendere i beni comuni e i pur perfettibili spazi democratici esistenti”.

   

Ora, Fusaro è quello che è. Siamo d’accordo. In un mondo più giusto, equilibrato o anche solo trent’anni fa, l’avremmo applaudito a “Quelli della notte”, spaparanzato sul divano tra Andy Luotto e Marisa Laurito a sparare cazzate parafilosofiche sull’“ovvio” e “l’ottuso”, mentre adesso è lì che pubblica con Einaudi e Bompiani. Però se sospendiamo per un attimo lo sbigottimento, se ci concentriamo sul complicato, avvilente esercizio di prenderlo sul serio, si dovrà ammettere che l’operazione non solo funziona, ma che uno che inveisce contro il “monoteismo del mercato”, lo “sradicamento neoliberista”, la “dittatura dell’inglese”, l’ideologia gender, la perfida Albione e il “black Friday” su Amazon è il filosofo ideale e idealista dell’Italia del No. Ce la prendiamo sempre con “scienze della comunicazione” quando si tratta di sfottere gli eletti M5s, ma si dimentica che i nostri dipartimenti di Filosofia sono pieni di aspiranti Fusaro, funamboli del birignao accademico più oscuro e irrazionale, antimoderni, anticapitalisti, marxisti-trascendentali, contro le merci, l’inglese, il “mercato”, gran sacerdoti del cazzeggio metafisico e del “pensare altrimenti”, come dice Fusaro, ermeneutico come gli ultimi dischi di Battisti.

   

Se entriamo in quest’ottica, anche il “Manifesto di interesse nazionale” va preso sul serio. Unito al voto del 4 marzo o ancora prima al referendum del 4 dicembre, esprime un’inquietante sintonia coi tempi e almeno metà elettorato. In quel delirio di arcaismo e post-strutturalismo c’è tutto ciò che di indistruttibile, intramontabile, immutabile abita nell’ideologia italiana. La parodia che Fusaro ha scelto di impersonare racconta meglio di molti saggi il tracollo dell’autorevolezza degli intellettuali e l’equivoco su cui (soprattutto da noi) si fonda la supremazia totalizzante della cultura umanistica. Ma allo stesso tempo lascia risuonare l’intramontabile bisogno di passato, o come dice il poeta, “quel gusto un po’ amaro di cose perdute”. Ecco che le sirene dell’idealismo, la sfiducia nella liberaldemocrazia, l’amore per il parlare oscuro, il terrore della modernità e una straripante ossessione per la “purezza” che nel nostro paese ha una storia politica equamente divisa tra Pci e Movimento Sociale, entrambi immacolati e “diversi” perché non toccati dall’immonda corruzione del potere, ritornano a punirci non già nella forma di severi editoriali su Rinascita, ma nella travolgente supercazzola di Diego Fusaro. Ancora non sappiamo se Salvini e Di Maio governeranno insieme, ma in un’Italia divisa tra sovranismo e reddito di cittadinanza, lui è già pronto a riesumare il fantasma dell’intellettuale organico.

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