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Il giustizialismo uccide ancora. Indagine sul suicidio di Loris Borghi

Indagato per abuso d’ufficio, l’ex rettore dell’Università di Parma non ha retto al circuito mediatico-giudiziario

4 Aprile 2018 alle 06:17

Il giustizialismo uccide ancora. Indagine sul suicidio di Loris Borghi

Loris Borghi

Loris Borghi si è congedato dal mondo all’età di 69 anni, dopo una vita dominata, per sua stessa ammissione, da un unico grande amore, l’Università. “Anto, io sto per uccidermi. Prendi le chiavi di casa, troverai un foglio sul tavolo. E’ l’ultimo favore che ti chiedo”. Lo scorso 14 marzo alle ore quindici e diciannove minuti l’ex rettore dell’ateneo di Parma invia un messaggio ad Antonio Nouvenne, suo amico e braccio destro da oltre quindici anni. “Ho capito che non c’era un istante da perdere – racconta al Foglio il gastroenterologo quarantenne, allievo di Borghi – Sono salito in macchina e ho raggiunto il suo appartamento. Ho trovato una lettera d’addio con le sue ultime volontà e le informazioni per chi lo avrebbe cercato. Mi sono precipitato là, anche se non sapevo bene dove andare. Ero al telefono con i carabinieri quando l’ho visto”. Aveva il braccio destro squarciato da una ferita inferta da un grosso coltello. “Ho fatto quello che potevo, ho tentato di tamponare i flutti di sangue, gli ho praticato la respirazione bocca a bocca, a un certo punto sembrava che potesse riprendere conoscenza. Quando è sopraggiunta l’équipe del 118, lui era spirato”.

 

Il doloroso epilogo di Loris Borghi ha tutte le caratteristiche di una tragedia che si poteva evitare, se solo la buriana giustizialista non avesse emanato nei confronti di quest’uomo una condanna preventiva.

 

“Una vita umana si è spezzata, e non per cause accidentali o naturali – sono le parole rilasciate dall’attuale rettore dell’Università di Para, Paolo Andrei, in una nota pubblicata poche ore dopo la morte di Borghi – Tra le ragioni che hanno portato a questo gesto estremo c’è stato sicuramente anche il senso di abbandono che lo ha pervaso a seguito dell’indifferenza dei molti che, dopo le sue dimissioni dalla carica di rettore, lo hanno dimenticato e talvolta oltraggiato. Tutto ciò deve farci riflettere, deve fare riflettere ciascuno di noi, perché interpella la nostra coscienza individuale e collettiva”. Raggiunto dal Foglio, Andrei rifiuta formule di circostanza e muove un atto d’accusa all’intera comunità parmigiana, non solo accademica: “Lo scorso maggio Borghi aveva scelto di dimettersi dopo aver appreso dalla stampa di un’indagine a suo carico per abuso d’ufficio. Era una vicenda obiettivamente marginale, da mettere in conto per chiunque ricopra un incarico di responsabilità che ti porta ogni giorno ad apporre una firma su decine di fogli. Borghi non era accusato di aver rubato né ucciso, provavo a incoraggiarlo evidenziando la fumosità delle accuse, ma lui era letteralmente prostrato. Soffriva la pressione della stampa locale e un senso generale di abbandono. Gran parte della comunità accademica, alla quale aveva dedicato la sua intera esistenza, lo aveva già condannato. Salvo rare eccezioni, le persone avevano preso a manifestargli diffidenza e sospetto. E’ un atteggiamento che si manifesta sovente verso chi è destinatario di un avviso di garanzia. Spero che sia fonte di riflessione per ciascuno di noi”. Fa sentire la sua voce anche il sindaco della città, Federico Pizzarotti, che con l’ateneo guidato da Borghi aveva stabilito una proficua collaborazione sebbene il professore non fosse sospettabile di simpatie grilline (“Negli anni mi hanno attribuito l’intero arco costituzionale”, amava scherzare con i suoi): “Voglio ricordarti – recita il messaggio di cordoglio del primo cittadino – con alcune foto delle tante iniziative organizzate insieme. La tua forza era irresistibile, se avevi un’idea trascinavi tutti nella sua realizzazione, e non era possibile dirti di no. Quanto devi avere sofferto per le parole che ti sono state rivolte a fronte di giudizi sommari sui giornali e nei corridoi dell’ateneo. Mi spiace non aver saputo della tua condizione e dei demoni che ti tormentavano, non sempre è facile essere duri e impermeabili a critiche e mezzi sguardi. Io lo capisco bene, non è facile essere sbattuti in prima pagina. Non è facile lasciarsi scivolare occhiate e sussurri cui spesso non si ha voglia di replicare con altrettanta forza. Serve avere una serenità interiore, valvole di sfogo, qualche sano vaff… e avere chiare le priorità della vita, altrimenti questo sistema ti può schiacciare”.

 

Erano due le vicende giudiziarie che avevano “schiacciato” il professore, entrambe arrivate a mezzo stampa. Lo scorso 15 maggio, all’indomani della notizia della seconda indagine, sempre per abuso d’ufficio, Borghi aveva deciso di rassegnare le dimissioni con decorrenza immediata. “Avrei potuto addurre motivi di salute, visto che è di dominio pubblico il mio recente infarto del miocardio – scriveva l’ex rettore in una lettera pubblica annunciando il passo indietro – Ma non lo farò. Non lo farò perché ho sempre insegnato ai miei allievi la passione per l’Università, per la medicina, per le professioni, per l’uomo e per l’etica. Non lo farò perché sono sempre stato un uomo radicato ai princìpi del pubblico, della condivisione e della trasparenza. Non lo farò perché nel tourbillon di infamia e violenza delle ultime settimane c’è bisogno di chiarezza e verità. La vera motivazione è che sono scese ombre su chi rappresenta l’Università e l’Università non può attendere se e quando tali ombre si dilegueranno”.

 

L’inchiesta Pasimafi scuote dalle fondamenta la placida quotidianità del microcosmo parmigiano. Le indiscrezioni sulla stampa locale disegnano un presunto intreccio tra medici e case farmaceutiche a colpi di mazzette. L’inchiesta della procura di Parma, con i pm Giuseppe Amara e Paola Dal Monte, si chiude con 87 indagati e 16 aziende nel mirino. Il deus ex machina dell’associazione per delinquere finalizzata a corruzione e riciclaggio sarebbe Guido Fanelli, luminare della terapia del dolore e direttore della Seconda Anestesia del Maggiore, per cinque mesi ai domiciliari. Borghi è completamente estraneo al troncone principale del fascicolo dell’inchiesta, che lo lambisce soltanto per un’ipotesi di abuso d’ufficio. In particolare, secondo gli inquirenti, l’allora rettore avrebbe pilotato il concorso di Massimo Allegri, ricercatore e pupillo di Fanelli, trasferito in pianta stabile all’Università di Parma. Gli elementi probatori a carico di Borghi verterebbero su alcune intercettazioni telefoniche. Nel giugno 2015 il rettore contatta Fanelli: “Bisogna chiamare Allegri. Cioè in modo che lui sia qua, non più semplicemente in virtù della Gelmini (legge Gelmini, ndr) ma sia trasferito”. “Esatto”, approva Fanelli. “Definitivamente all’Università di Parma”, insiste Borghi. In effetti, egli s’interessa alla procedura ottenendo dal consiglio d’amministrazione il via libera al trasferimento. “In quella storia il professore non c’entrava nulla – commenta l’avvocato che lo assisteva nel caso, Paolo Veneziani – Al termine delle indagini, abbiamo depositato una memoria difensiva chiarendo la correttezza del suo operato. A mio giudizio, era una contestazione infondata destinata a cadere. Borghi aveva agito, come sempre, nell’interesse dell’ateneo, e ciò era dimostrabile”. Morto l’indagato, morto il processo.

 

A sentire Nouvenne, il destinatario dell’ultimo messaggio telefonico prima della morte, “più che dall’inchiesta in sé, il professore era ferito dal circo mediatico e dalla caduta reputazionale che aveva subìto. Ogni volta scopriva di essere inquisito dalle locandine dei giornali e dai lanci sui siti web. “Mi hanno tolto tutto”, ha lasciato per iscritto. Si è sentito abbandonato perché quel castello di accuse, costruito sul livore di pochi, non è stato smantellato con decisione dalla comunità accademica. Diversi elementi di diritto e di fatto confermavano la piena legittimità delle nomine contestate, ma il clima si era fatto irrespirabile. Mi aveva confidato il dispiacere per il gelo che avvertiva attorno a sé, gli inviti si erano diradati, lo scorso Natale aveva ricevuto pochissimi auguri, anche chi aveva qualche motivo per essergli riconoscente gli aveva voltato le spalle”. Tipo schivo e riservato, lavoratore indefesso, Borghi trascorreva le sue giornate tra l’università e l’Ospedale maggiore. Con la sua ex moglie aveva adottato due bambine: la prima, Sonjanny, affetta da leucemia, era scomparsa all’età di 14 anni nel 1999; la seconda, Blanca, viveva a Parma e gli era legatissima.

 

“L’ho incontrato a metà febbraio, è stato lui a chiedermi un appuntamento sebbene non avessimo granché da dirci, entrambe le vicende procedevano a passi di lumaca – racconta l’avvocato Mario Bonati, suo difensore – Aveva bisogno di sfogarsi, soffriva la spettacolarizzazione delle accuse. Alla fine sarò assolto, mi diceva, ma chissà tra quanti anni. Nel frattempo la mia reputazione è macchiata”. Il caso Pasimafi, come già accennato, era il secondo che, nel giro di pochi anni, lo aveva consegnato alle cronache e alle maldicenze locali. Nel 2014 la procura parmigiana apre un fascicolo per un presunto abuso d’ufficio scaturito dall’esposto di un docente universitario ai Nas dei carabinieri, trasmesso in seguito alla Guardia di finanza e all’Autorità nazionale anticorruzione (che, all’esito dell’istruttoria, archivia). Secondo l’ipotesi accusatoria, l’allora rettore avrebbe avuto un ruolo nella nomina della sua ex allieva Tiziana Meschi alla guida del reparto di Medicina interna e lungodegenza nel febbraio 2014, favorendola indebitamente a causa del rapporto di “convivenza” con lei. “E’ un attacco politico – tuonava Borghi – I miei rapporti con la professoressa Meschi sono di stima reciproca e di frequentazione professionale assidua. E’ stata una delle mie allieve. Quando il direttore generale mi ha proposto di riorganizzare i dipartimenti, ho suggerito di ridurli da undici a cinque. La cosa ha suscitato numerose proteste”. La stessa Meschi, che lavorava al fianco del professore dal 1986, respingeva i pettegolezzi: “Conosco il rettore da trent’anni e non ricordo un giorno in cui non l’ho visto. Ma si tratta di rapporti esclusivamente professionali”. Fatto sta che la donna aveva già ottenuto l’archiviazione, il prossimo 10 aprile si sarebbe tenuta l’udienza preliminare con un unico accusato, Borghi. “La sua è stata una morte sacrificale – commenta la dottoressa Meschi – A gennaio aveva scelto il prepensionamento, eppure era in reparto ogni giorno, le sue ciabatte sono ancora qui. Era abituato a lavorare dodici ore al giorno, per lui la vita era sacrificio. Il 2017 è stato il suo anno orribile. Per un uomo come lui, che non aveva mai rubato un centesimo e che pagava di tasca propria gli arredi ospedalieri, trovarsi in quella situazione è stato devastante. Si è prestato ai compiti più umili: aiutava la caposala a compilare le cartelle cliniche, ha rivisto il nuovo testo di semeiotica pubblicato un mese fa. La speranza stava svanendo, lo vedevamo sempre più triste e magro, con la testa altrove”. A Meschi preme ricordare i risultati scientifici del professore: ‘E’ stato il primo a produrre evidenze sistematiche sul fatto che la calcolosi renale poteva essere trattata senza farmaci”.

 

Cittadino onorario del suo paese natale, Castelnovo ne’ Monti, dove adesso è seppellito, Loris Borghi aveva percorso tutti i gradini della carriera accademica. Ricercatore, poi professore ordinario, dal 2005 preside di facoltà per un settennato fino all’elezione al vertice della gerarchia accademica nel 2013. “Ricordo una campagna elettorale sfiancante, il professore voleva incontrare ogni studente, ogni impiegato, ogni dirigente – racconta Nouvenne – Alla fine contammo all’incirca novecento appuntamenti. Era un uomo inclusivo, sprigionava umanità”. Dell’Ateneo di Parma Borghi amava dire: ‘Siamo già il più grande dei piccoli. Dobbiamo diventare grandi tra i grandi”. Non aveva mai smesso di frequentare l’ospedale: arrivava ogni mattina intorno alle otto, un giro in reparto, un briefing con i collaboratori, poi imboccava il tragitto verso l’Università. Si definiva un “utopista con i piedi per terr”’, è sua l’idea di conferire una laurea honoris causa a personaggi del calibro di Patti Smith e Bernardo Bertolucci, così come i titoli di professore ad honorem per gli artisti Peter Greenaway e Paolo Conte. Dietro l’impulso del rettore, viene aperto al pubblico lo Csac, acronimo per Centro studi e archivio della comunicazione di Paradigna, oggi museo. E’ sempre Borghi a sostenere convintamente il progetto MasterCampus, secondo il modello anglosassone.

 

“Credo che l’unico modo di superare questi drammatici frangenti sia contrastare e rifuggire il mondo delle comunicazioni smart e degli slogan, dei tweet e dei post – scriveva il professore nella lettera di dimissioni – Credo che si debbano riscoprire la passione, lo studio, il rigore, il senso di appartenenza e il dialogo civile”. “Non vi è dubbio – proseguiva – che nel fare ho commesso errori ma una cosa è certa: io e l’Università in quanto istituzione non abbiamo avuto nulla a che fare con ciò che è emerso dall’inchiesta Pasimafi. Nella mia vita non ho mai rubato un euro, mi sono sempre comportato come un servitore dello stato, ovunque sono arrivato ho cercato di migliorare le cose e di aiutare, in trasparenza e legittimità, le persone meritevoli, nella ferma convinzione che le persone sono il cardine e la vera forza di successo di una struttura, pubblica o privata che sia”.

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Commenti all'articolo

  • giorgio.coen

    04 Aprile 2018 - 10:10

    Borghi era un ricercatore importante con pubblicazioni di primo ordine, lo ricordo come persona affidabile, amichevole e competente. Una eccezione nel panorame scientifico ed anche in quello parmigiano. Giorgio Coen

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