Cacciari e Lerner ci spiegano perché de Benoist non è un fascista

Il "no" di Fondazione Feltrinelli e l'appello degli intellò ignoranti sono “scandalosi e allucinanti”

9 Febbraio 2018 alle 06:06

Cacciari e Lerner ci spiegano perché de Benoist non è un fascista

Roma. “E’ odiosa e mafiosa la censura a de Benoist, impedito a tenere una conferenza. Ma è ripugnante il silenzio dei media e dei moderati”, twitta Marcello Veneziani. Dopo l’articolo del Foglio di martedì scorso, nel quale si dava conto della sospensione dell’incontro alla Fondazione Feltrinelli con Alain de Benoist, filosofo e scrittore francese, teorico della Nouvelle Droite, i grandi giornali – da Repubblica al Corriere – sono rimasti in silenzio. L’incontro, in programma per il 13 febbraio, avrebbe dovuto essere introdotto da Piero Ignazi e moderato da Gad Lerner, non esattamente l’internazionale nera. “De Benoist – dice al Foglio Lerner, che ai tempi dell’Infedele lo ha ospitato due volte in trasmissione – è una figura diversa da militanti o dirigenti di partito della estrema destra e ha sempre tenuto fortissime critiche nei confronti del Front National”.

  

Massimo Cacciari, un altro intellettuale certamente non ascrivibile alla destra, dice al Foglio che la decisione è “scandalosa, allucinante”. Dice di non conoscere le “studiose e studiosi” che hanno firmato l’appello contro la conferenza. “Mai sentiti”, dice il filosofo. “Con de Benoist si può essere d’accordo o no, ma è un intellettuale di vastissima cultura, che da anni studia i fenomeni della globalizzazione da un punto di vista molto critico, con grande competenza e conoscenza”. Quello di de Benoist è un pensiero critico anche nei confronti di “un certo cosmopolitismo”, presupposto della globalizzazione, ed “è certamente un pensiero radicalmente anti illuministico, ma è ferocemente critico di ogni nostalgia reazionaria, fascista o nazista”. Tra i suoi maestri culturali, ricorda Cacciari, c’è Georges Dumézil e in lui sono riscontrabili influenze guenoniane. “Le sue posizioni sono state discusse in Italia da tutti i punti di vista, qui in Italia il suo mentore è Marco Tarchi, che da anni lavora con il gruppo di Danilo Zolo. Insomma le sue posizioni possono risultare convergenti con quelle di una certa sinistra”. De Benoist da tantissimo tempo “viene invitato da circoli intellettuali e culturali che con il fascismo non hanno nulla a che spartire e svolge una analisi dei processi di globalizzazione di cui bisogna tener conto, a meno che di non essere ciechi e sordi. Ed è scandaloso che la fondazione Feltrinelli accetti questi diktat”. Insomma, “ma questi studiosi hanno letto una parola di de Benoist? E’ un critico feroce della globalizzazione all’americana, ha criticato tutte le guerre statunitensi. Ripeto, basta vedere in Italia i rapporti che Tarchi, suo mentore, ha con Zolo”. Oltretutto, de Benoist con il partito di Marine Le Pen non c’entra nulla, “anzi ha sparato contro il Front National”. Poi certo, solleva una questione sulla situazione occidentale ed europea riguardante la denatalità e la crescita della religione musulmana, “ma questo mica vuol dire tornare a Hitler. Dice che con questi tassi di natalità, nel giro due generazioni la maggioranza degli europei non sarà di origine europea. Ma li ha visti i dati dell’Istat?”.

  

Secondo l’Istat in Italia nel 2017 c’è stato il 2 per cento in meno di nascite rispetto al 2016 e i decessi sono aumentati del 5,1. “E se fra 50 anni non ci saranno più europei sarà un problema o no? Se ne può parlare o no?”. Insomma, dice Cacciari che coloro che tappano la bocca a de Benoist ed evitano di interrogarsi su queste questioni “sono i migliori alleati dei Matteo Salvini e dei Donald Trump. Ce ne accorgeremo anche noi quando avremo il nostro Trump. Non c’è niente da fare: Dio acceca coloro che vuole perdere”. D’altronde, come ha scritto Alessandro Campi sul Mattino mercoledì scorso (“Se Feltrinelli ha paura del dibattito”) “è un vecchio vizio della sinistra estrema quello di chiudere la bocca al prossimo con la scusa di battersi per una nobile causa. Con la differenza che tra i poliziotti del pensiero degli anni Settanta, quelli dell’antifascismo militante, c’erano personalità del calibro di Umberto Eco (che Dio lo perdoni per alcune delle cose scritte all’epoca…)”.

   

Oggi i nuovi inquisitori sono, citando a caso, “Martina Avanza (che si occupa di gender studies in prospettiva etnografica a Losanna), Pietro Castelli Gattinara (suo un recente libro su CasaPound), Maddalena Gretel Cammelli (assegnista bolognese studiosa del “millenial fascism”, qualunque cosa voglia dire), Sara Garbagnoli (autrice del certamente fondamentale “Against the Heresy of Immanence: Vatican’s ‘Gender’ as a New Rhetorical Device Against the Denaturalization of the Sexual Order”), Massimo Prearo (che si interessa di costruzione sociale della sessualità e di movimenti LGBTQI) e Giovanni Savino (insegnante di italiano in Russia). A quanto pare, gli studiosi effettivi di destra e di fascismo sono pochissimi tra i firmatari”. Dopo l’articolo, la Fondazione ha scritto al quotidiano napoletano per far sapere di aver invitato i ricercatori a un seminario “sul tema della Militant Democracy”. “La toppa è peggiore del buco”, dice Campi. Si sospende l’invito a de Benoist, mentre i censori vengono “blanditi, promossi ed eletti al rango di interlocutori preferenziali”. “Preparatevi a tempi intellettualmente e politicamente cupi”.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    09 Febbraio 2018 - 14:02

    Nulla di nuovo per un paese nel quale 'i lavoratori' sono cosa ben diversa da quelli che effettivamente lavorano, tre regioni competono in produttività con la Baviera e le altre in predazione con le cavallette, i sinceri democratici spediscono in Siberia gli interlocutori.

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  • Giovanni Attinà

    09 Febbraio 2018 - 09:09

    Ma, a prescindere del parere dei soliti Cacciari e Lerner, de Benoist non è certamente fascista: basta leggere i suoi scritti e i suoi libri. Solo che in Italia il diritto di parola , per certi pseudo intellettuali, tocca sempre ai militanti o simpatizzanti della sinistra, con oscuri professori universitari che si arrogano il diritto della censura. Magari a suo tempo erano scesi in piazza per la libertà, in nome di Mao e dintorni, che però deve essere a senso unico.

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