Alain de Benoist

Dopo il boicottaggio degli intellò, ecco finalmente il "fascista" de Benoist

Daniele Lettig

Nonostante il rinvio di febbraio, il filosofo francese fondatore della “Nouvelle Droite” è intervenuto alla Fondazione Feltrinelli di Milano, parlando di destra, sinistra e populismo, che “non è un’ideologia, ma uno stile”

Milano. Quasi due mesi dopo, l’incontro che non s’aveva da fare eccolo qui: ed è stato un successo, almeno guardando al pubblico folto e trasversale arrivato ieri alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano per ascoltare Alain de Benoist, all’ora dell’aperitivo di un venerdì sera finalmente del tutto primaverile.

 

Il filosofo e fondatore della “Nouvelle Droite” avrebbe dovuto dialogare con Gad Lerner e Piero Ignazi lo scorso 13 febbraio ma la Fondazione aveva deciso di rimandare l’incontro dopo una lettera aperta con cui un gruppo di “studiose e studiosi delle destre e estreme-destre” si erano dichiarati “sorpresi” dell’inserimento di de Benoist – definito “ ideologo dei movimenti neofascisti pan-europei” – e di Florian Philippot, ex braccio destro di Marine Le Pen, nel programma di conferenze “What is left / What is right”, dedicato al significato dei termini destra e sinistra e “ideato perché gli elettori si orientino in vista delle elezioni politiche”.

 

Venerdì sera, dunque, nel mezzo delle scaramucce romane su come costruire il nuovo governo, il dibattito ha finalmente avuto luogo. E se è vero che il clima favorevole a una serata fuori casa ha contribuito a riempire il grande salone vetrato della Fondazione, a guardarsi attorno e chiacchierando con i vicini di posto l’evidenza suggeriva che a stuzzicare la curiosità della maggior parte dei presenti fosse proprio il piccolo “caso” nato attorno al rinvio dell’appuntamento.

 

Una polemica che, parlando con il Foglio, de Benoist ha definito ancora una volta “di una stupidità straordinaria, scatenata da persone che non hanno la minima idea delle cose che ho scritto”. E che in ogni caso è stata messa da parte con l’equivalente di un’alzata di spalle: poche battute lasciate cadere all’inizio da Lerner (“Non c’è la violazione di nessun sacrario in questa nostra conversazione rinviata a causa del clima assai acceso della nostra campagna elettorale”) e poi da de Benoist stesso: “Sono uno scrittore e un osservatore della vita politica: non appartengo a nessun partito né desidero appartenerci, e per principio accetto sempre di andare a parlare ovunque mi invitino”.

 

Liquidata la questione, il pensatore francese ha affrontato nel suo intervento temi già noti a chi abbia seguito, anche parzialmente, il suo itinerario intellettuale o abbia avuto modo di leggere qualche sua intervista, dedicando la maggior parte del tempo all’interpretazione del momento politico attuale. “Destra e sinistra – ha spiegato de Benoist – sono nozioni che mi sembrano molto obsolete”: la loro dicotomia, nel panorama attuale, è stata sostituita da quell’opposizione “verticale” tra élite e “popolo” uscita dagli articoli di sociologi e politologi per diventare un sentire comune.

 

Il populismo che oggi domina il panorama politico, secondo il filosofo francese, è sia “una forma di relazione tra le diverse componenti sociali, caratteristica delle fasi storiche di transizione e incertezza come quella in cui viviamo”, sia un “sintomo della disfunzione delle democrazie liberali, della loro tendenza a trasformarsi in oligarchie”. Il punto importante è però un altro: “E’ un errore ragionare come se ci fosse una ideologia populista. Il populismo è uno stile”, un modo di articolare il discorso pubblico che può prendere diverse forme “e si può abbinare a tutte le ideologie, come dimostrano le differenze che passano tra i Cinque stelle, Podemos, Syriza e il Front National”.

 

Riflessioni puntuali ma non inedite rispetto al discorso pubblico degli ultimi anni. E all’uscita, mentre i fan si fanno firmare copie dei libri dell’autore, l’aspetto della serata che convince meno è proprio questo: che la petizione di febbraio abbia avuto come unico prodotto un dibattito condotto “a bassi giri”, senza quelle domande pungenti in grado di farne emergere le contraddizioni e i punti deboli. Effetti perversi degli inviti al boicottaggio.