Dalle bombe di Kobane alla "guerra" negli ospedali del nord. La nuova missione di Gabriele Micalizzi

Valeria Sforzini

Il fotografo lombardo è tornato a casa per documentare l'emergenza sanitaria. "Non so cucire le persone e non so intubare, ma so fare le foto. E questo è un momento importante, c’è una storia che va raccontata"

Nei suoi scatti in bianco e nero c’è il prete della cittadina lombarda che per non sentirsi abbandonato appende le immagini dei propri parrocchiani alle panche della chiesa e recita la messa davanti alle navate vuote, ma con centinaia di occhi familiari che lo guardano. Ci sono le proteste davanti e dentro al carcere, con lenzuola che sventolano come bandiere, il fumo che avvolge tutto, assieme al rumore delle sirene e un caos che rompe l’ordine e il silenzio di questi giorni di distanziamento sociale. Ci sono le bare accatastate una sopra all’altra, perché Bergamo ha finito lo spazio per accogliere e dare riposo ai suoi morti. Ci sono i medici, con le tute, le poche mascherine che hanno a disposizione e i pazienti della terapia intensiva intubati, tenuti in vita da macchinari che a un occhio inesperto sembrano l’interno di un’astronave. In mesi di isolamento da Coronavirus, l’unico modo per entrare nelle storie di chi la tragedia la sta vivendo sulla propria pelle è attraverso uno schermo, un obiettivo.

 

Gabriele Micalizzi ha 35 anni e fa il reporter di guerra. Da dieci è testimone di conflitti che hanno sconvolto Nord Africa e Medio Oriente. Alle cittadine del nord Italia è meno abituato che ai colpi degli scontri in campo aperto. “Non so cucire le persone e non so intubare, ma so fare le foto. E questo è un momento importante, c’è una storia che va raccontata – dice Micalizzi al Foglio – Non vado in corsia, ma vado a scattare al cimitero di Bergamo, perché questo è il mio compito, informare le persone. Io la vedo come una missione, anche se forse è una visione un po’ troppo estrema o romantica”.

 

Nel 2010 era a Bangkok, per raccontare la rivolta delle camicie rosse, poi a seguire le primavere arabe in Tunisia, Egitto e Libia. Nel 2011 assieme a un gruppo di amici fotografi ha creato Cesura, il collettivo di cui faceva parte anche Andy Rocchelli, il reporter morto in Ucraina. È entrato nelle case dei combattenti, mentre preparavano sassi e armi rudimentali prima degli scontri, e non ha mai censurato il sangue e i morti a Sirte, o l’interno delle case sventrate di Kobane. Poi nel febbraio 2019, mentre si trovava in Siria, a Baghuz, per documentare l’avanzata curda contro l’Isis, è rimasto ferito gravemente da un razzo RPG sparato dai miliziani dello Stato Islamico e, oltre alla vita, ha rischiato di perdere la vista. Da quell’esperienza è nato il suo libro “In guerra”, scritto assieme al giornalista Moreno Pisto e pubblicato da Cairo Editore. Le sue fotografie vengono pubblicate sul New York Times, sul Wall Street Journal, su Le Monde e in Italia su Internazionale e L’Espresso.

 

Da due mesi, però, il fronte si è spostato nel nord Italia, dove si combatte un virus, quello che è stato definito un “nemico invisibile”, ma che ha prodotto effetti stravolgenti sulla vita degli italiani. “In guerra so che mi devo mettere il caschetto e il giubbotto antiproiettile” – spiega Micalizzi – “In questo caso invece uso sempre mascherina e guanti, mi disinfetto le mani. Ci presto molta attenzione ma non si può essere sicuri al 100%, è molto complicato stare attenti a tutto. Poi io sono un fumatore, fumo ogni 5 minuti, quindi non è che il mio stile di vita sia proprio conforme a queste precauzioni”.

 

Il 3 febbraio era in Libia, il 6 è rientrato in Italia, per iniziare il suo racconto. Assieme a un giornalista di Le Monde, Remi Barroux, ha attraversato Codogno, la prima zona rossa, poco prima che venisse isolata dal resto del Paese. Poi Vò Euganeo (Padova), già bloccata dall’esercito e Prato, dove la più grande comunità cinese in Italia si era già chiusa in quarantena, seguendo le direttive imposte dal regime in patria. E poi di nuovo su, in Lombardia, dove Micalizzi è cresciuto e dove vivono la sua famiglia e i suoi amici. È stato a Bergamo, Cremona, Giussano a riprendere da vicino e dall’interno la realtà stravolta di quella che era casa sua e che credeva al riparo dall’orrore a cui è abituato da anni di lavoro in guerra.

 

“È scioccante vedere una situazione del genere in Italia – continua Micalizzi - Sembra di stare in uno di quei film di fantascienza anni ’90, quelli che guardavo da ragazzino. È molto strano, ed è difficile da interpretare anche psicologicamente. La gente ha paura”. A metà marzo è stato a Giussano, dove ha scattato la fotografia iconica di don Giuseppe Corbari circondato dalle immagini dei suoi parrocchiani. “I fedeli gli hanno mandato le loro fotografie e lui le ha stampate finché la cartuccia della stampante ha retto – racconta - È un’immagine potente, perché si coglie un disagio psicologico forte. Il fatto che un prete dovesse confortare sé stesso per confortare gli altri spiega bene il momento che viviamo”. Pochi giorni dopo, quando è scoppiata la rivolta nelle carceri, si trovava a Milano. “L’impressione in questo momento è che possa succedere di tutto. Ed è ben rappresentata da uno scatto che ho fatto. Fuori da San Vittore c’era un signore anziano strattonato da una parte da chi manifestava con lui e dall’altra dai carabinieri, con tutto il fumo attorno. È un simbolo: il caos genera caos. E negli stessi giorni negli Stati Uniti le persone cominciavano a fare le file fuori dai negozi per comprare le armi”.

 

Se in Siria o in Libia Micalizzi si assume i rischi che comporta la sua professione, in questo caso la situazione è diversa. Il fronte si è spostato a casa sua. “Accetto di rischiare la vita. E prenderne atto me lo fa pesare di meno. Quando tirano una bomba, io so che non sono lì per scappare, ma per scattare. Se in guerra me la vedo brutta, so che posso morire solo io – spiega – In questo caso però i piani si sovrappongono. Qui devo pensare anche alla mia famiglia, alle mie due figlie. Copro queste zone, ma non torno a casa. Vivo a Milano, da solo”.

 

A Bergamo, città che conosce bene, i morti sono stati più di 2mila e duecento e i contagiati più di novemila. “Non ho mai visto così tanti carri funebri in vita mia”, racconta Micalizzi, che lì ha seguito l’evolversi della pandemia anche a partire dall’ospedale. “Sono stato uno dei primi a buttarmi nei reparti. Ho scattato foto quando prendevano la temperatura alla gente nell’accettazione del pronto soccorso. Le persone non sapevano ancora come comportarsi – dice – Le immagini tra le corsie sono molto forti. Ci raccomandavano di non riprendere i pazienti in volto e di chiedere sempre il permesso prima di scattare. Ma la verità è che erano gli stessi malati a chiederci di essere fotografati per informare raccontando agli altri quello che loro provavano sulla loro pelle».

 

Bergamo è diventata tristemente famosa in tutto il mondo per le immagini dei camion militari che trasportavano le bare fuori dalla città, perché nei cimiteri era finito lo spazio per accogliere i morti. “Il parroco diceva che dovevamo prenderci cura delle bare perché erano persone – racconta Gabriele Micalizzi – in guerra ho imparato che la grandezza di uno Stato si vede da come tratta i propri morti e questi simboli sono validi anche adesso. Ho provato a fotografare le decine di casse all’interno delle chiese, ma gli assessori me lo hanno impedito perché dicevano che era di cattivo gusto, che non era rispettoso. Ho anche rischiato una denuncia per farlo. Io lo trovo inaccettabile. Adesso che tutti sono spaventati, è giusto mostrare le immagini più dure, ma allora no. Ma se nascondi un’emergenza, la gente se ne infischia e continua a fare quello che ha sempre fatto, a vivere la sua vita normalmente. Era nostro dovere mostrarlo”. E dopo Bergamo, ci sono state Brescia e Piacenza. La scena che ha fotografato e che meglio rappresenta la situazione attuale del paese? “È una foto un po’ tragicomica – dice – a Bergamo, c’era un’auto appesa a una gru con su scritto ‘andrà tutto bene’. Mi sembra molto emblematica. Ce lo auguriamo”.