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Morti, untori e sberleffi. Nella Napoli martoriata dal colera

Il flagello che uccise Leopardi e perseguitò Francesco di Borbone fino a Roma, dove la madre gli morì tra le braccia. Anche allora a far paura era l’oriente. Ma al pregiudizio oggi si risponde anche con gli scongiuri

10 Febbraio 2020 alle 10:31

Morti, untori e sberleffi. Nella Napoli martoriata dal colera

Il cimitero delle Fontanelle di Napoli, che raccoglie circa 40 mila resti di vittime della peste del 1656 e del colera del 1836 (foto Wikipedia)

Principi, poveri, peccatori e santi senza più faccia, uomini, donne, vecchi e bambini però tutti, tutti uguali perché sono così, apparentemente, l’uno come qualsiasi altro i teschi impilati a decine, centinaia, migliaia di migliaia negli ossari tufacei napoletani. Come tutte uguali, senza l’ausilio dello zoom, sono le teste affollate nella curva di uno stadio inquadrato dall’alto, che se in quel campo c’è la squadra del Napoli può intonare evocando “colera e Vesuvio”, “Vesuvio e colera”, riconoscendo a una città fra...

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