Greta Thunberg e la fatica di essere ecologisti senza macchia

Giulio Meotti

Via gli sponsor dalla chicchissima barca che porta la ragazza svedese in America. Perché?

Roma. Sole, vento e pannelli… Parole d’ordine seducenti che spingeranno verso l’America il catamarano di Greta Thunberg, l’icona ecologista che ha sedotto tutti (il Papa, Macron, i media, l’Onu). Greta veleggerà con il Malizia II di Pierre Casiraghi verso gli Stati Uniti per il Climate action summit di New York e la più importante delle conferenze sul clima, la Cop25 a Santiago del Cile. “Slow travel”, per non inquinare. “Su quale barca viaggerà Greta Thunberg per New York? E’ davvero verde?”, si chiedeva ieri Libération. La barca a vela è stata trasformata per inquinare il meno possibile. “Un bel simbolo per provare a completare un tour mondiale senza usare una goccia di diesel”, ha detto Boris Herrmann, braccio destro di Casiraghi.

 

Malizia II è dotata anche di un sensore per misurare temperatura e livelli di CO2, trasmettendoli a un database internazionale sugli oceani. “Questa barca a emissioni zero è ciò che Tesla è per l’auto”, scrive il Parisien. Altri media, come Valeurs Actuelles, fanno notare che Pierre Casiraghi non è soltanto il figlio della principessa di Monaco, ma anche il vicepresidente del famosissimo Yacht Club, ricco di sponsor. Greta ha così risposto alle critiche: “Il team Malizia ha ovviamente degli sponsor. Ma per questo viaggio a New York non c’è sponsor commerciale. Tutti i loro loghi sono stati rimossi”. La barca a vela ora porta soltanto la dicitura: “Climate action now. United behind the science”. La storia dei loghi è rimbalzata sui giornali svedesi, dall’Expressen all’Aftonbladet.

 

Non si tratta di moralizzare i moralizzatori. Non importa che Greta avesse appena posato con una maglietta degli “Antifa” (il gruppo di estrema sinistra che a Portland ha pestato a sangue il reporter Andy Ngo) prima di accettare di salire sul catamarano di lusso del Principato monegasco. Non importa neppure che, fra gli sponsor dello Yatch Club della Malizia, ci fossero Rolex, Credit Suisse, Hermès, il gruppo di lusso Lvmh e Moët Hennessy (anche se è un po’ troppo per chi chiede al capitalismo di fermarsi). Il problema è l’altro marchio: Bmw, super sponsor del team Casiraghi e nota per le sue auto di fascia non esattamente economica o ecologica.

 

A maggio, Casiraghi ha partecipato alla presentazione avvenuta nello Yacht Club del Principato di Monaco della decappottabile Bmw i8 Roadster (in vendita alla modica cifra di 150 mila euro). Nella classifica delle emissioni inquinanti delle nuove auto vendute nel 2018 dai venti maggiori produttori in Europa, Bmw è arrivata… 17esima. A febbraio, Bmw stava già incassando una multa da 8,5 milioni di euro in Germania per violazioni degli standard antinquinamento, il maledetto diesel. Per non parlare dell’eccessiva produzione di anidride carbonica dei Grimaldi, specie dopo aver acquisito un nuovo Falcon 7X. Risale a maggio la notizia che Bmw rischia una multa da un miliardo dall’Unione europea, che ha annunciato di aver aperto un’indagine su Bmw, Volkswagen e Daimler sulla sospetta collusione con cui avrebbero ritardato l’uso di tecnologia ecosensibile per le auto. La Commissione europea ha esposto accuse secondo cui le case automobilistiche avrebbero fatto cartello. “Ai consumatori europei potrebbe essere stata negata l’opportunità di acquistare auto con la migliore tecnologia disponibile”, ha dichiarato il Commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager.

 

Sole, vento, pannelli… E’ davvero dura essere degli ecologisti senza macchia. Come quando venne fuori quanto consumava di elettricità la casa di Al Gore a Nashville, nel Tennessee. Un rapporto del National Center for Public Policy Research affermò che, secondo i dati ottenuti dalla società elettrica pubblica che alimenta la casa di Gore, il palazzo di venti camere nell’elegante Belle Meade stava utilizzando 230,889 kilowatt in un anno. Si tratta di 21,4 volte di più rispetto ai 10,812 kilowatt all’anno consumati dalla tipica famiglia americana. An Inconvenient Truth.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.