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I bambini a bordo del bus siamo noi

Le parole di cui hanno bisogno i 51 ragazzi di Crema per non far diventare la paura un sentimento di terrore

21 Marzo 2019 alle 06:00

I bambini a bordo del bus siamo noi

Uno dei bambini scampati al rogo del bus (foto LaPresse)

Prima che si capisca qualcosa di più di Ousseynou Sy, il suo passato, la separazione dall’ex moglie, insomma chi è, quando e perché ha deciso di dar fuoco al bus, bisogna concentrarsi sui cinquantuno ragazzi, tutti studenti di seconda media, tenuti sotto sequestro, a bordo, per quaranta minuti. Hanno patito, hanno rischiato, si sono spaventati e sono riusciti a fuggire. Difficile che la brutta avventura venga dimenticata domani mattina. Anche perché più probabilmente i bambini rischiano di diventare ora, e per lungo tempo, ostaggi non di un uomo ma del terrore. Per questo è necessario rivolgere lo sguardo a loro, per spezzare al più presto il suddetto ricatto. Del resto la paura della morte genera paura, si moltiplica e si apre a raggiera, si trasmette per contatto, per sguardo, diventa paura di morire un giorno per mano di un folle e tutti insieme, nello stesso modo cruento. E’ un’attitudine umana, è la nostra natura, provare paura e avvisare gli altri del pericolo. E tuttavia, esiste, e non bisogna sottovalutarlo, un pericolo culturale: la paura che diventa terrore e blocca e paralizza per una sorta di contagio mediatico. Il desiderio di dire la propria, di gridare: te l’avevo detto io, e farlo con titoli neri e truculenti, può trasformare con molta facilità l’emozione della paura nel sentimento del terrore.

 

Se il terrore si impone e si moltiplica e vede giornali, tv, discussioni nei bar, talk a ripetizione fargli eco e suonare la grancassa, allora questi ragazzi rischiano di finire due volte sotto ricatto. Per fortuna la prima volta è andata bene, anche grazie a uno dei ragazzini che si trovava a bordo del bus incendiato che è riuscito a dare l’allarme e a sventare la strage che l’autista del veicolo aveva progettato, e dunque sarebbe una beffa e un danno alle loro coscienze se per la seconda volta, e in maniera sottile e impercettibile, si trovassero sotto ricatto. Il terrore ci rende guardinghi, ci isola, ci fa sobbalzare per un nonnulla, è come un allarme antincendio che suona per un innocuo sbuffo di vapore. Alla fine, il terrore non ci fa sentire la vita che continua a scorrere a volte meravigliosa e leggera come il vento altre volte pesante e arcigna. Poi di sicuro sono ragazzi forti e coraggiosi e gli psicologi faranno il loro lavoro, li aiuteranno, e le famiglie non saranno da meno. Anche noi faremo meglio la nostra parte se invece di calcare la mano sul sentimento del terrore (e non ci vuole niente a esagerare) riusciremo a trasformare questa brutta avventura, questo trauma, in un dolore. Il trauma è un evento che ci coglie impreparati e, a volte nemmeno siamo capaci di raccontarlo, il dolore, invece, con varie gradazioni, perlomeno può essere raccontato e condiviso. E però, le parole e gli aggettivi e i toni sono importanti in questo processo. E allora scampati dalle grinfie di Ousseynou Sy ora abbracciamo i ragazzi con una stretta forte ma rassicurante.

Antonio Pascale

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    21 Marzo 2019 - 06:06

    Se i ragaziz hanno il sangue freddo e la decisione di quello che ha chiamato i Carabinieri mi sa che sono loro a dover abbracciare noi.

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