Attenti agli sgomberi, senza un piano l'alternativa sono i ghetti

Maria Carla Sicilia

Non solo Baobab, a Roma gli insediamenti informali ospitano centinaia di migranti. Uno di questi è l'ex Penicillina a San Basilio dove abitano 300 persone: "Evacuate questo posto, ma non lasciateci per strada"

Avevano promesso le ruspe e le ruspe sono arrivate. Lo sgombero del Baobab, ha detto Matteo Salvini sul suo profilo Twitter, è solo il primo. Presto ne arriveranno altri 27 che serviranno a “riportare legalità, ordine e sicurezza” a Roma. Non importa se solo 64 persone, su 140 identificate dalla Questura a piazzale Maslax, sono state ricollocate dalla Sala operativa sociale del Campidoglio e se gli altri sono finiti a dormire in altre occupazioni o per strada, nelle tende che ancora una volta hanno procurato i volontari del Baobab. La politica salviniana, che a Roma si coordina con quella di Virginia Raggi, tira dritto ignorando i tempi necessari per i rimpatri che il ministro ha promesso e ignorando che nelle strutture d'emergenza della capitale mancano i posti letto per le persone sgomberate. Se questo è solo l'inizio, come dice Salvini, è bene sapere che in città c'è una bomba pronta a esplodere. Perché di accampamenti informali di migranti ce ne sono più di uno e le persone che ci abitano sono diverse centinaia.

 

 

 

Secondo il programma del Comitato provinciale di ordine e sicurezza che decide quali edifici sgomberare, uno dei prossimi è quello dell'ex fabbrica Penicillina, un luogo dove hanno trovato qualcosa di simile a un tetto circa 300 persone, quasi tutte straniere, quasi tutti migranti. Ma di simile a una casa questo posto non ha nulla, né ha nulla in comune con le occupazioni abitative presenti in altri edifici romani. Assomiglia più a una discarica. E a guardare la grande facciata sporca e senza finestre che si vede dalla Tiburtina, all'altezza di San Basilio, non si direbbe che dentro l'edificio è persino peggio. Da due anni raccoglie persone che non sanno dove andare perché rimaste fuori dai circuiti dell'accoglienza, persone sgomberate da altre occupazioni e rimaste per strada. Bloccate da una burocrazia che le rende invisibili allo stato, tra permessi di soggiorno scaduti e protezioni umanitarie che dopo il decreto Sicurezza saranno carta straccia. Nuovi potenziali irregolari che si aggiungono a chi irregolare è già. E che se saranno sgomberati senza un'alternativa abitativa finiranno a ingrossare altri ghetti in altre periferie. L'ex fabbrica Penicillina non è un luogo dove capita di entrare per caso, eppure è una testimonianza preziosa del fallimento delle politiche migratorie degli ultimi anni.

  

  

  

“Muoviamoci tutti insieme e non mettetevi a girare per l'edificio”, ci dice Federico, un ragazzo del sindacato Asia Usb che insieme a un comitato di abitanti ha organizzato una conferenza stampa. Congo, Gambia, Ghana e Senegal sono i paesi da cui vengono la maggior parte dei ragazzi che vivono qui. Ci sono anche alcuni italiani, marocchini, romeni, per lo più uomini, ma c'è anche qualche donna. Per la prima volta alcuni di questi hanno deciso di prendere un microfono in mano e dire la loro, spinti dall'attenzione che si è concentrata sull'ex fabbrica dopo l'arresto di uno dei sospettati per la morte di Desirée Mariottini e la notizia dello sgombero imminente. “Siamo pronti ad andarcene se ci viene data la certezza che avremo un altro posto dove poter stare”, dice John, che vive qui da un anno. “Dentro questo posto la vita è una sofferenza – racconta a un mucchio di telecamere e giornalisti nel cortile centrale dell'edificio – ma non siamo tutti delinquenti, siamo solo poveri e quella che si sta costruendo è una guerra tra poveri, italiani e stranieri. Qui c'è gente che si vergogna di farsi vedere, anche oggi, da voi. C'è chi ha smesso di videochiamare la propria famiglia perché si vergogna di mostrare dove vive”. Intanto tra i cumuli di immondizia si vedono altri ragazzi passare e alcuni si avvicinano nel corso della mattina, molti vogliono raccontare la propria storia, ma la maggior parte resta nascosta tra le colonne e i corridoi. “La nostra proposta? Evacuare questo posto, requisirlo al proprietario che lo ha abbandonato e bonificarlo, per poi aprirlo al quartiere. Ci potrebbero essere case popolari per molte persone qui dentro, ma prima va ripulito. Noi stiamo provando a smaltire la spazzatura, ma da soli non ce la facciamo”.

  

Dentro all'ex fabbrica Penicillina - Le altre foto          

 

All'ex Penicillina il problema non è solo sociale, ma anche sanitario. Nonostante la produzione ferma ormai da 13 anni, l'enorme fabbrica conserva ancora prodotti chimici, macchinari, medicinali e amianto. “Se le ruspe porteranno via le persone e non le cose, questo posto sì che diventerà un posto franco – dice Andrea Turchi, professore di Storia della Scienza che ha seguito la vicenda della fabbrica fin da quando, sessant'anni fa, era un polo produttivo ad alta tecnologia – La situazione va risanata e sarà un'operazione molto costosa. Ma è importante per tutto il quartiere perché è un posto terribilmente pericoloso. L'amianto veniva usato per coibentare le tubature e ora è rimasto in forma disgregata. Questo significa che finisce nelle bocche non solo degli occupanti, ma anche dei cittadini di San Basilio. Non può esistere un posto ad alta pericolosità ambientale come questo in città”.

  

  

  

Nessuno vuole difendere questo inferno a cielo aperto. Ma serve un piano prima di intervenire – spiega Federica, un'operatrice legale che ha prestato assistenza ai ragazzi – Sgomberare senza ricollocare porta solo a nuove occupazioni come questa". E con il decreto Salvini la situazione può solo peggiorare: "Senza il rinnovo della protezione umanitaria dal circuito Sprar di Roma usciranno più di mille persone, irregolari dalla sera alla mattina”. Per anticipare un intervento coatto delle forze dell'ordine e concordare una soluzione, il sindacato Usb ha chiesto un tavolo con Prefettura, Comune e Regione e ha scritto agli ambasciatori qui in Italia dei paesi africani più coinvolti. “Se verranno a sgomberarci senza offrirci una casa non cadremo nella trappola della violenza – ci dice uno dei ragazzi – Faremo un cordone umano lungo la Tiburtina: siamo tanti e vogliamo farci ascoltare”. "Ma ognuno deve prendersi le proprie responsabilità", aggiunge un altro.

  

 

 

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