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La legge tribale dei Casamonica

Un bar di Roma sud è la trincea per proteggere il resto della capitale

7 Maggio 2018 alle 21:18

La legge tribale dei Casamonica

Più che le cinghiate alla donna disabile e la rissa con il barista, la parte più raggelante dell’ultima esibizione animale del clan Casamonica a Roma sud (foto) è rappresentata dalle minacce a freddo del nonno, che entra nel bar molto dopo la violenza e le denunce, chiede un caffè e ordina: “Devi chiudere altrimenti morirai”. Il clan non tollera che il barista abbia sporto denuncia dopo essere stato aggredito dietro il bancone dove lavora per motivi meno che futili – due uomini dei Casamonica volevano saltare la fila il giorno di Pasqua – e ordina la fine del locale come rappresaglia. Ora, è questa evidente sproporzione tra l’offesa e la punizione, questa megalomania sempre incombente, questo desiderio insaziabile di escalation – volevamo saltare la fila, ti abbiamo picchiato, ci hai denunciato, ora se non ritiri la denuncia e te ne vai ti ammazziamo – sono il carburante di ogni impresa mafiosa. Se non li fermi qui, gli uomini dei clan, nessuno sa dire dove si fermeranno. Da soli non si porranno limiti, già sono inclini a imporre pedaggi a chi passa sulle loro strade. Se le intimidazioni non trovano una risposta, se la violenza privata prevale, se le minacce di morte decidono la vita quotidiana a Roma, allora l’asservimento ai clan diventa la regola. Quel bar sfortunato di Anagnina è la ridotta dove lo stato dovrebbe combattere la battaglia per non vedere il resto della capitale chinare il capo e adeguarsi a chi beve il caffè e poi minaccia sfracelli, in una cattiva imitazione della crime tv. A Ostia quando un caporione locale ha menato un inviato Rai s’è vista una reazione. Ignorare o minimizzare questo capitolo vorrebbe dire accettare la legge tribale della cinghiata. Non siamo ancora a questo punto, sperabilmente.

 

 

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