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Biagi e gli altri, quando lo stato dimentica le vittime del terrorismo

A 16 anni dalla morte del giuslavorista è giusto ricordare anche gli altri uccisi dalle Brigate Rosse. Come gli agenti Petri e Fortunato

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

19 Marzo 2018 alle 15:45

Biagi e gli altri, quando lo stato dimentica le vittime del terrorismo

L'agente Bruno Fortunato, morto suicida nel 2010

Sedici anni fa, il 19 marzo 2002, i terroristi comunisti – gli stessi che tre anni prima avevano assassinato Massimo D'Antona – uccisero Marco Biagi davanti al portone di casa mentre tornava in bicicletta dalla stazione. A proposito delle recenti parole della brigatista Barbara Balzerani, secondo cui "la figura della vittima è diventato un mestiere", Lorenzo Biagi, il figlio del giuslavorista ucciso dalle Nuove Br, ha commentato: "Provo un grande disgusto nei confronti di questa frase anche perché offende noi vittime e tutte le persone che hanno sofferto. Penso che ci dovrebbe essere più rispetto nei confronti di noi vittime perché una frase del genere credo che sia completamente irrispettosa nei nostri confronti. Il monopolio della parola non lo vogliamo avere noi vittime ma – ha concluso il figlio di Marco Biagi – non lo dovrebbero avere di certo loro che sono solamente degli assassini e dovrebbero tacere e basta".

 

Per questo nell'anniversario della morte di Biagi è doveroso ricordare anche le altre vittime del terrorismo, che spesso rimangono sullo sfondo, come due dei tre agenti della Polizia ferroviaria che, durante un controllo routinario dei documenti su un treno, scoprirono i capi delle Nuove Brigate Rosse e portarono all'arresto di tutta la banda responsabile degli omicidi Biagi e D'Antona.

 

Uno è Emanuele Petri, ucciso su quel treno il 2 marzo 2003 con un colpo alla gola sparato dal brigatista Mario Galesi, poi a sua volta ucciso. L'altro è il poliziotto nella foto, Bruno Fortunato, che nonostante in quella sparatoria fosse stato ferito al fegato e al polmone e nonostante avesse una pistola puntata in faccia da Nadia Desdemona Lioce, non uccise la brigatista ma la arrestò. Bruno Fortunato si salvò dopo una delicata operazione, ma non si riprese mai da quell'episodio in cui era stato ucciso il suo amico e collega Emanuele Petri. Si suicidò sette anni dopo, il 10 aprile 2010.

 

Sempre riguardo alle parole della Balzerani ecco cosa pensava l'agente Bruno Fortunato, qualche anno prima di suicidarsi, della considerazione e del rispetto che hanno in Italia le vittime del terrorismo: "Qualche sera fa ho ascoltato un'intervista ai parenti di Aldo Moro, i quali hanno detto che nessuno si è più ricordato di loro, e neppure gli amici si sono fatti più vivi. Accade anche a me, nonostante io abbia incontrato le Brigate rosse molto più recentemente".

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