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Come parlare degli anni di Piombo senza retoriche e autoassoluzioni

Le dichiarazioni di Balzerani, il monumento di via Fani imbrattato, ma c'è un altro modo di parlare di quel periodo. Leggere l’autobiografia di Marina Premoli

26 Marzo 2018 alle 13:09

Come parlare degli anni di Piombo senza retoriche e autoassoluzioni

La strage di via Fani, in cui venne rapito l'onorevole Aldo Moro il 16 marzo 1978 (foto LaPresse)

Roma. Ci sono le parole incredibili a udirsi di Barbara Balzerani, ex Br coinvolta nel sequestro Moro (“fare la vittima è diventato un mestiere”). C’è l’offesa alla memoria degli agenti della scorta di Moro, uccisi il 16 marzo 1978: in questi giorni, quarant’anni dopo, il monumento di Via Fani dedicato alla scorta è stato imbrattato, con scritta inneggiante alle Brigate Rosse. Ma c’è anche, racchiusa in un libro uscito per Quodlibet (“Questa è già la mia vita” di Marina Premoli), un altro modo di parlare degli stessi anni di piombo: del come e del perché, del prima e del dopo, e di chi, in quegli anni, ha preso la via della lotta armata. C’è un’altra voce possibile nel rivelare e nel non farlo, e nel rimettere in fila – con fatica e dolore – quello che è successo dentro e fuori di sé. E in questo caso la voce è quella composta, mai retorica e mai autoassolutoria di Marina Premoli, ex militante di Prima Linea che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ha partecipato a varie azioni, con in borsa la pistola presa per scelta e non usata per scelta. Una militante proveniente da un mondo fintamente dorato e borghese, come le ricorderà l’ex marito operaio (“i borghesi cadono sempre in piedi”): borghesia del Nord trapiantata a Roma, con castello in Trentino e infanzia agiata, trascorsa come in un’allucinazione tra l’allegria smarrita dei trasferimenti a Londra, Parigi e Bruxelles al seguito del padre, poi senatore liberale, e le estati in Liguria con la madre, triste e inquieta un giorno, vulcanica l’altro, mentre Marina è immersa nell’inquietudine di chi percepisce un non-detto, ma non sa ancora che nome dare alle cose.

 

Marina Premoli “è” la sua storia prima e dopo gli anni di piombo, ed è la donna che, una sera di pochi anni fa, ormai lontana dal passato di violenza, non sa che cosa rispondere all’agente che la ferma per un banale controllo in macchina e non la lascia andare via subito: signora, lei ha dei precedenti. Marina non è più quella “dei precedenti”, ma non potrà mai smettere di esserlo. Ogni riga del suo libro è come fosse doppia: c’è la ragazza che ha avuto una famiglia complicata, non come tutti ma come molti, la ragazza che è caduta nell’alcolismo, non come tutti ma come molti, ma c’è anche la ragazza che una mattina ha scartato, come un automa, verso il baratro. Baratro non voluto, ma neppure evitato. In un crescendo di ansia mai straripante il libro di Premoli svela, per associazione di ricordi, il percorso verso la latitanza armata della Marina che poteva avere un’altra vita ma ha lasciato passare il treno che poteva salvarla, per perdersi nei tormenti sentimentali che solo per illusione placano l’ansia della domanda: dove sto andando? Nessuno risponde, non la Marina arrestata ed evasa dal carcere di Rovigo (azione che porta alla morte accidentale di un passante), riarrestata nel 1982 e giunta a fine pena dopo otto anni a Rebibbia e otto in semilibertà, nel 1996. Tutto il resto è la donna che, dal primo giorno a Rebibbia, capisce che la sua vita “è già quella”, e che non si può vivere, neanche in carcere, in attesa che qualcos’altro succeda, che qualcun altro arrivi, che qualcosa di esterno a te ti faccia sentire meglio: “Questi giorni, mesi, anni vanno riempiti di senso. Subito, oggi, domani”.

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