Mani bucate

L’Affaire Moro, la sacralità del giallo, l’innocenza che ci rende colpevoli

Le riflessioni di Leonardo Sciascia sulla letteratura poliziesca come succedaneo del sacro nel mondo secolarizzato

 

25 Marzo 2018 alle 06:00

L’Affaire Moro, la sacralità del giallo, l’innocenza che ci rende colpevoli

Aldo Moro (foto LaPresse)

I detective dei romanzi polizieschi sono spesso filologi selvaggi e un po’ gradassi. Nigel Strangeways, l’investigatore creato negli anni Trenta da Nicholas Blake, si piccava di definire la sua arte “filologia applicata”, e paragonava l’indagine su un delitto al giro mentale che il latinista erudito deve compiere per sbrogliare la sintassi di un autore classico, rimettendo ogni parola al suo posto. Del resto, Blake era lo pseudonimo da giallista di un traduttore dell’Eneide, il poeta irlandese Cecil Day-Lewis. Anche il lettore di romanzi polizieschi esercita “una inclinazione filologica”, osservò Leonardo Sciascia negli “Appunti sul ‘giallo’” del 1954, uno dei saggi ora raccolti nel “Metodo di Maigret”, prezioso volumetto curato per Adelphi da Paolo Squillacioti. Questa premessa tortuosa valga come scusa non richiesta per il mio piccolo esercizio di filologia abusiva e aleatoria: sperando che una mente più disciplinata possa trarne del buono.

 

Nel 1977, l’anno prima che Sciascia scrivesse l’“Affaire Moro”, la collana Il Giallo Mondadori aveva tradotto “La belva deve morire”, il capolavoro di Blake del 1938. “Ho deciso di uccidere un uomo”, dichiara in esordio il narratore, che ha visto il suo bambino investito da un pirata della strada. “Chi sopprime un tipo del genere dovrebbe essere incoronato di fiori (dove mai ho letto questa frase?) come un pubblico benefattore”. Già, dove aveva letto quella frase? L’aveva letta nel “Ramo d’oro”, la grande opera antropologica di James Frazer, ma noi lo sapremo solo quattro anni dopo, nel 1942, quando Day-Lewis – sempre firmandosi Blake – scriverà il saggio introduttivo a una storia del giallo: “Potremmo immaginare un James Frazer dell’anno 2042, il quale farà una dissertazione dal titolo ‘La detective story. Il mito popolare del Ventesimo secolo’. Questi collegherebbe, immagino, la nascita del giallo al declino della religione sul finire dell’era vittoriana”. Le chiese hanno fornito per secoli creature divine in grado di liberare gli uomini dalla colpa, “proprio come, nelle tribù primitive, l’idiota o il capro espiatorio è venerato e l’assassino incoronato di fiori, perché ha preso su di sé la colpa della comunità”. Da questo fondo arcaico emerge il giallo, che ha lo schema di un rituale religioso, “con il suo necessario peccato iniziale (l’omicidio), la sua vittima, il suo alto sacerdote (il criminale) che deve a sua volta essere distrutto da un potere ancora più alto (il detective)”. Il Frazer del futuro “supporrà, a ragione, che il devoto si identificava tanto con il detective quanto con l’assassino”, oscuramente affratellati.

 

Che Sciascia conoscesse le inchieste del detective Nigel Strangeways è certo – lo menziona di sfuggita nella “Breve storia del romanzo ‘giallo’”; ma sospetto che avesse letto anche il saggio letterario-antropologico del suo creatore Cecil Day-Lewis. Sempre negli “Appunti sul ‘giallo’”, Sciascia si chiedeva se la letteratura poliziesca non fosse un succedaneo del sacro nel mondo secolarizzato, dove “sotto apparenze coscienti e logiche, sotto un giuoco di schematizzazione intellettuale, si ricreano i processi del totem e del tabù”. Il delitto risveglia in noi moderni sentimenti ambivalenti: “Da un lato una superstitio totemica per cui ci scostiamo da colui che ha osato delinquere e chiediamo che mura e sbarre lo separino da noi, lo facciano tabù nel senso della impurità; dall’altro un senso di ammirazione, appunto perché ha osato infrangere il divieto, che fa il delinquente tabù nel senso del sacro”. L’immedesimazione simultanea con il detective e l’assassino, concludeva in piena concordia con Day-Lewis, è la grande attrattiva del giallo.

 

Un diverso gioco di immedesimazioni Sciascia dovrà compiere nell’“Affaire Moro”, che non è certo un giallo, ma che dichiara di ispirarsi al precetto di Auguste Dupin, il detective dei racconti di Poe, secondo cui la capacità di identificarsi è alla base di ogni buona indagine; in questo caso “si presentava la necessità di un duplice processo di immedesimazione”: con le Brigate rosse e con Moro… Qui però s’interrompono, bruscamente, le strambe vie del filologo ruspante: una testa più pettinata della mia saprà dire se fin qui ho solo acchiappato lucciole o se, risalendo i sentieri di una lettura del giallo come rituale espiatorio, ho raggiunto una specola da cui osservare in modo insolito il caso di quell’uomo che da assassinato – è ancora Sciascia che parla – aveva acquistato “un’innocenza che rende tutti noi colpevoli”.

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