(foto LaPresse)

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Margherita Agnelli deve cambiare schema di gioco e guardare a Harry e Meghan

Michele Masneri

Da “Mina Settembre” a “Margherita Dicembre”, la saga degli Agnelli meriterebbe una sequela di serie tv sulla Rai

E’ asssurdo, è intollerabile”, si agita un erede Agnelli al telefono. “Inconcepibile”, pare che commenti con un filo di voce Maria Sole, la più anziana delle sorelle ancora in vita dell’Avvocato, novantottenne. Per tutto il trambusto. I nomi sui giornali. I maggiordomi in procura. Lo sputtanamento. Ma che è. Non si era mai vista una cosa del genere. Gli avvocati di John che dichiarano: “sono vent’anni che una madre perseguita i propri figli”. Tutto in piazza. Uno scandalo, anche per noi non novantottenni ma nati comunque nel Novecento. Ma, si sa, quella era l’epoca della protezione. L’èra dei nascondimenti, di quando il cosiddetto jet set (anche prima dell’invenzione dell’aereo a rezione) aveva un unico obiettivo: andare sui giornali (anche di proprietà) quando si nasceva e quando si moriva, al massimo quando si sposava (bene). Dunque sobrietà, addetti a pagare paparazzi per ritirare foto, si fa ma non si dice, magari vizi anche  risaputi ma calati sotto un padronale riserbo perché certe cose non si dovevano fare “in front of the servants”. 

 

Oggi invece, è tutto cambiato. Tutto spiattellato su ogni media possibile, e però un po’ ci si chiede chi mai saranno i fruitori di questa storia, chi conosca i nomi, di questa saga analogica. Se vent’anni fa anche il comunista più fricchettone sapeva probabilmente che Gianni era nipote del Senatore e che Susanna era quella che aveva la rubrica su Oggi, oggi chi saprebbe districarsi tra gli oltre cento eredi di un cast complicatissimo.  Ma era appunto un’altra epoca. Che finisce nei primi anni duemila, quando nel frattempo nascono i social. Nel 2004 sorgeva Facebook e l’anno prima era morto l’Avvocato. Nel 2005 il primo clamoroso segnale, con Lapo esposto coi suoi bagordi  e la sfilata dei parenti in ospedale, anche lì qualcosa di inconcepibile prima.  Dall’epoca della protezione siamo passati poi a quella dell’esibizione. Oggi  il paparazzo è un lavoro che nessuno vuole più fare perché siamo tutti ormai paparazzi di noi stessi, vite bling ring tra yacht e aerei privati anche e soprattutto non possedendoli. Però quest’epoca fa anche cose buone, dunque  ecco un suggerimento. Posto che la defatigante vicenda non potrà comunque portare a uno stravolgimento degli assetti dell’azienda – Margherita cedette  le sue quote in quella che riteneva una baracca pericolante,  cioè la Fiat pre-Marchionne  – per cui anche se si  arrivasse a rimettere in discussione l’eredità di sua madre, se proprio le andasse bene potrebbe rimediare solo nuovi quattrini, che quelli non mancano. E se come sembra  l’urgenza che la muove è anche di tipo psicologico, di rivalsa verso un padre e forse anche figli che non l’hanno mai valorizzata quanto ella ritiene congruo, molla poi delle migliori opere del settore, a partire da “Succession” – è chiaro che qui siamo finalmente arrivati all’ingrediente che rende questa storia perfetta per il  nostro secolo, quello della sensibilità, del vittimismo, del percorzo che tutti facciamo nella vita e nei reality show: imsomma ci permettiamo timidamente di suggerire a Margherita un altro business model che monetizzi meglio ragione e  risentimento.


Se Harry e Meghan hanno appena brevettato il loro sito internet, dopo aver sfornato libri di  lamenti e rivendicazioni e podcast e docuserie su loro stessi,  i de Pahlen  (cognome comitale russo di Margherita da sposata) non hanno nulla da invidiargli. Anzi, molte più backstories (anche con gli intrighi cremliniani. Il marito di Margherita, appartenente a guerresca prosapia, è infatti secondo prestigiose inchieste americane uno degli uomini di fiducia di Putin in Europa; lui smentisce, e ci diffidò  anche, ma che ci possiamo fare). E poi: tutta una filiera, mal d’amore, patriarcato torinese, maschilismo tossico con quei papà e mamme tutti presi dalle loro feste trascurando i piccini. Insomma: tantissimo “content”, da squadernare  anche vista la crisi delle altre dinastie Ferragnez a Milano e Totti a Roma. Praterie. E finalmente “stories” da case non burine modello Torrino o City Life.  


Lato tv, visto anche che la storia degli Agnelli è da sempre il feticcio di sceneggiatori  e produttori, e visto che la famiglia ha da sempre bloccato  soggetti e trattamenti,     se Margherita non è e non sarà mai titolare della Dicembre, la cassaforte dell’impero, dovrebbe mettersi l’anima in pace, e puntare su altro, sulla storia della vita sua. I famosi “life rights” che fanno gola a tutti, son suoi! Nessuno può toglierglieli, neanche un Gabetti redivivo. Dunque, che aspetta a “picciarli”a Netflix?  Non vedete anche voi  un’intensa Alba Rohrwacher già pronta? E Favino già arrota le erre per fare l’Avvocato giovane.  E chissà mai che, rivedendosi in scena, anche la povera Margherita trovi pace, tramite la classica catarsi. La fiction potrebbe chiamarsi proprio “Margherita  Dicembre”, dopo “Mina Settembre”, che ha avuto molto successo: però su Rai 1.

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).