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reportage

Isola Montecristo. Viaggio in Sicilia, dove non si può arrivare né partire

Carmelo Caruso

Catania era la Milano del sud e la capitale della destra siciliana. Ora è una città bloccata e irraggiungibile. È bastata una scintilla di una stampante per mandare in tilt l’aeroporto e rivelare il volto clientelare dell’autonomia

Hanno risolto il problema: insieme ai voli hanno dirottato la lingua italiana. In Sicilia non si dice ho “preso” il treno o l’aereo. Qui, aerei e treni, si “trovano”. Seduta sopra un bus, sul traghetto Caronte,  tra Villa San Giovanni e Messina, la professoressa Mara Conte riconosce che “siamo stati fortunati. Abbiamo trovato un treno. Almeno uno”. Almeno. E’ il treno veloce 8191, Italo, Roma Termini-Reggio Calabria, con successivo collegamento navetta fino a Catania. Sono otto ore e venticinque minuti di viaggio. Saranno nove alla fine. Al momento, questa, è la modalità più veloce, e sicura, per raggiungere la Sicilia. Il compagno di Mara, Salvo, anche lui professore, dice che “abbiamo il climatizzatore. Almeno. E c’è pure il cavo per ricaricare il telefono”. Almeno.

Dal 17 luglio, dopo un incendio all’aeroporto di Catania Fontanarossa, una scintilla di una stampante Canon, che ha provocato la chiusura dello scalo e una riapertura, parziale, da guerra, come se fossimo a Saigon, sui tetti, esiste un’isola Montecristo e una città che sembra la gemella di Tripoli. Si fa bagarinaggio di biglietti. Si traffica con gli autisti come i migranti in Libia. Si prega per avere l’elettricità. Il 26 luglio 2023, in Sicilia, a Palermo, la corrente elettrica è mancata per 18 ore. Ovviamente è stato chiuso anche l’aeroporto di Punta Raisi. Si atterra a Catania, a diopiaccennu, ma le possibilità concrete di arrivarci sono solo il 10 per cento. Al trenta per cento vi dirottano su Trapani, al trenta su Palermo (con la variabile del black out), al trenta per cento il volo viene cancellato, mentre siete al gate di partenza. Rimane un dieci per cento. Dieci. Almeno.

Il Terminal aereo di Catania è di fatto composto da tende assemblate dalla Protezione Civile e Aeronautica militare. L’orario dei pochi arrivi e delle poche partenze è segnalato dai tabelloni, ma i tabelloni nessuno li può consultare perché la struttura è a ingresso contingentato, causa caldo: fino a 48 gradi. Mara, ancora, mentre Samir, studente di ingegneria, dorme, ci mostra video di cavi elettrici che prendono fuoco: “Guarda, da soli. Il caldo. E poi c’è la cenere, l’Etna”. Se volete giustamente sapere, come mamma Simona, “mi perdoni, solo sapere se mio figlio è atterrato in qualche aeroporto”, dovete rivolgervi ai dipendenti che con un foglio di carta, impastato e sudato, gestiscono il triage. Pochi giorni fa è saltato il sito web dell’aeroporto, il server, in concomitanza con quello dell’aeroporto di Palermo. Si sono spenti in coppia. Almeno lo hanno fatto abbracciati.

A Catania si sta sperimentando un aeroporto ambulatorio. Il prossimo passo sarà allungare la camicia bianca dei dipendenti e saranno medici a tutti gli effetti: “Signora, suo figlio è atterrato a Trapani. Tutto bene”. E’ atterrato. Almeno. Ed è vero. Tutto bene. Non ci sono risse. Tutto composto, rassegnato. Almeno. Trapani è dall’altra parte dell’isola e per arrivarci servono cinque ore di auto. E’ la parte di Sicilia dove stanno girando mazzette di contanti come nelle scene della Casa di Carta. Gli sceneggiatori, che ci avevano visto lungo, hanno dato come nome, a uno dei personaggi, quello di Palermo. 

Il tocco d’artista sarebbe stato chiamare l’attore Trapani. Trapani-Catania, e viceversa, in taxi, costa fino 500 euro, tariffa media. Gli autisti, quelli “liberali” si fermano a 420 euro, come precisa Francesco M., che è liberale abusivo. Pure lui dirotta la lingua. Si definisce un privato. Esibisce un blocchetto di ricevute da cartoleria: “Mbare, compare, io faccio le ricevute. Chiaro, diverse, ma tu la utilizzi. Ti rimborsano, scientifico. Io non me ne approfitto, mbare”. In quale paese sviluppato una scintilla di una stampante, di una società di autonoleggi, riesce a far chiudere un aeroporto, il Terminal A, che si definisce internazionale? Oltre 11 milioni di passeggeri, 540 dipendenti, 9 milioni di utili, 112 destinazioni, di cui 88 internazionali (c’è perfino il Catania-Abu Dhabi). Il 26 luglio, sul portale di Ita, il volo Roma-Catania non è acquistabile. Il primo disponibile è per sabato e costa 525.99 euro. Solo andata. Si è tornati al treno che è semiveloce. Almeno. E’ velocissimo fino a Salerno, semi da Salerno a Reggio Calabria. Trenitalia e Italo, già dal 18 luglio, il giorno dopo la chiusura di Fontanarossa, offrono treni che si possono chiamare costituzionali, gli unici che garantiscono il diritto di movimento. L’ autista liberale che si raccomanda, “anonimo, mbare, altrimenti ti tagghiu ‘a facci”, non ha alcun dubbio che questa “speculazione èèèè. Sicuuuro. Le agenzie di viaggi s’accattarù i biglietti e i rivinninunu a peso d’oro. Garantito. Robe da pazzi”. Vero. Da pazzi. 

Il numero, sulla ruota “grazie al cielo”, il nostro, è 8191, ma c’è pure il 9 che si può giocare. E’ il numero del binario di Roma Termini. Alle sei di mattina, Termini, è così pulita e profumata da non sembrare neppure Termini. Se ci fosse un vero scrittore, con la stilografica, noterebbe che i bermuda sono la spia dell’avanzata lanzichenecca. Peli, tatuaggi, un vero ovrore. Leggere Proust, a quest’ora, in treno, significa desiderio di morte. Ci si addormenta tutti, al punto che i controllori di Italo, già alle 6 e quattro minuti, vi chiedono il codice del biglietto e ci tengono a fare sapere che è “per non disturbarla successivamente”. Non si legge e non si pensa. Pensare a cosa? Pensare alla Sicilia? A Catania? Il giornale principe, La Sicilia, che ha redazione in viale Odorico da Pordenone, il giornale di Alfio Russo, Candidò Cannavò, Pippo Fava, non paga gli stipendi ai giornalisti da più di 58 giorni. In prima pagina, ogni giorno, c’è il contatore. Il suo editore Mario Ciancio è l’ultimo vecchio caduto in quel pozzo nero della mafia dell’antimafia che non è mafia ma che è sempre una mafia, cos’è? Sembra una filastrocca. Ciancio non è riuscito ancora a risalire. Gli avevano confiscato i beni. In Cassazione gli sono stati restituiti. Non avrebbe liquidità, la motivazione. I figli di Giobbe, Mannino, Mori, Subranni, Contrada, tra gli ottanta e i novant’anni, si sono tirati fuori da questo pozzo, dopo decenni. Ciancio ha 91 anni ed è ancora sotto processo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Da due mesi una comunità di giornalisti lavora senza essere pagata, ma continua. Loro sono rimasti. Loro. Almeno. Viaggiando veloci superiamo la stazione di Napoli Gianturco. E poi, come fosse un cinematografo che gira: sole, palme e occhi chiusi. In ordine: le stazioni di Sapri, Paola, Lamezia, Rosarno. … Vagoni merci e insegne scrostate. Il mare, gli ombrelloni, il cocomero alle 10. Forse era un cocomero. Forse.

Sulla carrozza numero sei, Emanuele, di Giarre, torna da Roma e legge Vita e destino di Grossman. Sorridendo, scherza e dice: “Pensa. Otto ore di viaggio. Almeno puoi leggere”. Scendiamo a Reggio Calabria, a Villa San Giovanni, carichi di bagagli e si corre sotto la stazione, altrimenti, il bus, “lo perdiamo, lo perdiamo”. Se l’aeroporto di Catania ha chiuso per un incendio, che è circoscritto, non si capisce come possa restare aperta questa stazione ferroviaria con i cavi dell’alta tensione scoperti, i calcinacci, le transenne dei lavori in corso, un sottoscala che sarà largo non più di due metri e mezzo, dove, alle ore 11,30, si concentrano migliaia di passeggeri: “Corri, corri”. Fuori dalla stazione il bus di Italo aspetta. Ce ne sono in realtà due ed è chiaro perché gli autisti urlano come al mercato del pesce: “Catania, Catania. Fozza, fozza”, e l’altro: “Palemmu, Palemmu”. Il conducente del Villa San Giovanni-Catania, con fermata intermedia a Giardini Naxos, conta i passeggeri uno per uno, come faceva la maestra quando si andava in gita a Tindari e, infatti, come la maestra, avverte che sul traghetto “potete scendere dal busse, ma veloci. Vi dovete fare trovare sul busse cinque minuti prima di traghettare a Messina. Il lettore di Vita e Destino garantisce che alle 15 saremo a Catania e sul bus c’è pure il bagno: “Non ci manca nulla”. Si dorme, ancora, tra miasmi, profumi spruzzati, deodoranti esauriti. Il passeggero vicino, con il suo Ipad, guarda una serie Netflix.

Dal 17 luglio, in Sicilia, va però in onda la serie “La scintilla”, che è come lo sparo di Sarajevo che provocò il finimondo: “Cominciò tutta con una scintilla al Terminal A”. L’aeroporto di Catania ha tre terminal. Uno è chiuso da oltre dieci anni. E’ il terminal B. Lo hanno riconvertito durante il Covid a padiglione vaccini. In passato, nel 2015, l’allora ad della società che gestiva l’aeroporto, e che si chiama Sac, lo aveva utilizzato come “area polivalente, scuola di alta cucina”. Ospitavano perfino uno chef stellato al mese. Gli aerei no, ma le pentole sono cromate, professionali. Almeno. Il terminal B dovevano modernizzarlo e c’erano scatole di progetti, ma sono passati tanti anni e il piano è stato superato dal tempo. Si sono accorti che ne serviva un altro. Nuovo. Si ricomincia. La scintilla, come avviene nei racconti, era prima la scintilla di un climatizzatore, poi di una stampante. La maggioranza oggi concorda che è di una stampante. In auto, dalla stazione ferroviaria di Catania fino all’aeroporto, l’autista liberale è convinto: “C’è qualcosa sotto. E’ scientifico. E secondo lei, la scintilla parte da sola? Dottore, eh. C’è in ballo un miliardo di euro. Un miliardooo. Vogliono privatizzare l’aeroporto. Un miliardooo”. Il miliardo, a Catania, deve essere un’ossessione. A Franco Battiato, raccontano, prima di morire, venne proposto di girare uno spot. Battiato che era amico di Manlio Sgalambro, il filosofo, chiese: “Manlio? Accettiamo? Quanto gli chiediamo?”. E Sgalambro: “Un miliardo, almeno”. Almeno.

Catania la chiamavano Milano del sud, e ancora la chiamano così.  Le uniche vere realtà economiche, di scala, sono la St Microelectronics, multinazionale italo-francese che assembla semiconduttori e componenti elettronici (ha appena annunciato 700 assunzioni) e infine questo aeroporto che ha una natura particolare. I proprietari sono le Camere di Commercio di Catania, Siracusa e Ragusa. Tutte e tre sono state raggruppate in un’unica Camera di commercio, quella del Sud-est. Il commissario di questa Camera è Andrea Belcuore, un leale di Schifani, il governatore siciliano. La Camera del Sud est detiene il 61 per cento della Sac, società che oltre all’aeroporto di Catania gestisce pure quello di Comiso. Il resto delle quote è spartito tra Consorzio Asi di Catania, Provincia di Catania e Siracusa. L’unico obiettivo di chi fa industria, in Sicilia orientale, non è fare industria ma farla per stare nella Camera di Commercio e controllare quindi l’aeroporto di Catania. Che è industria. Quasi tutte le famiglie della provincia hanno un parente, almeno uno, che ci lavora. E’ come se fosse la Fiat dei bei tempi. Al posto degli sportelli i femori dei passeggeri. Fontanarossa è sempre stato fondaco di destra. Forza Italia, negli anni Novanta, poi l’Mpa di Raffaele Lombardo hanno avuto, direbbero a destra, l’egemonia. Chi guidava la regione controllava a sua volta l’aeroporto. Qui si dice “ognuno ci vuole bagnare ‘u pizzo”, come le oche che beccano. Oggi è tornata a bagnarsi Forza Italia, il partito di Schifani, presidente di regione, ex presidente del Senato. Si è presentato all’aeroporto dopo nove giorni dall’incendio perché a Palermo dicono che sia troppo occupato a organizzare cerimonie. Crede ancora di abitare a Palazzo Giustiniani dove conosceva, a memoria, il regolamento del Senato. Gli era sufficiente. Il suo controllore di volo, all’aeroporto di Catania, è il deputato regionale Nicola D’Agostino che ha cominciato con l’Mpa di Lombardo, poi renziano, Udc, Misto, oggi Forza Italia. Per un’intera città è D’Agostino che ha le mani sull’aeroporto.

L’amministratore delegato si chiama Nico Torrisi e possiede la famosa Baia Verde, l’albergo incanto della costa catanese. Torrisi è pure presidente della Federalberghi siciliana. L’incendio, la scintilla, ha sprigionato ogni tipo di fumo tossico. Non ci sono solo quelli veri (la bonifica dell’area è affidata agli americani di Belfor, la stessa società che si è occupata della bonifica di Fiumicino). Ci sono i fumi di una guerra che va avanti da dieci anni. Almeno. Non appena arrivate a Catania, se siete giornalisti di un quotidiano nazionale, vi riversano ogni tipo di dossier, documento. Esistono due tribù. La tribù che fa capo a Schifani-D’Agostino-Torrisi e Belcuore e un’altra vastissima che ha perfino un giornale di battaglia. Per raccontare l’aeroporto, le reti, le ramificazioni, è nato un giornale online che da anni lotta contro i vertici di Sac e i vertici di Sac lottano contro questo giornale. Si chiama Sudpress. Se chiamate la tribù A vi dirà che tutte le inchieste giornalistiche, finora uscite, sono al vaglio dei magistrati. L’altra tribù, la B, vi porta tutte le parcelle, tutte le consulenze che la Sac ha affidato agli avvocati di Catania. L’autista liberale, che si staglia gigante in questo scenario, lettore appassionato di Sudpress dice: “Ma lei lo sa chi è Chico Merlino? E’ l’avvocato amico di Torrisi e D’Agostino che ha ricevuto un miliooneee!”. Non è un miliardo. Almeno. Se si va sul sito di Sudpress ci sono titoli come questi: “1.328 affidamenti per 80 milioni di euro”. Se provate a parlarne con l’altra tribù vi diranno ovviamente “spazzatura”, “abbiamo querelato”. In Sicilia c’è sempre la doppia lettura, il doppio fondo. Solitamente quello che veramente ha il doppio fondo è il citrullo. Il citrullo tipo ha proposto infatti di fare atterrare a Sigonella, la base americana, ma a Sigonella manca il terminal. Non si può fare. A Palermo, che si sta facendo carico, per quanto può, dei voli di Catania, Vito Riggio, presidente di Gesap, la società che corrisponde alla Sac catanese, per anni presidente di Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) democristiano e allievo di Franco Marini, fa notare che ormai, ovunque, in Italia, gli aeroporti sono un mestiere per privati. Non il biliardino dei politici.

In Sicilia, dice Riggio, si ragiona così: “La situazione è tragica ma è meglio che la gestiamo noi”. Sono i deputaticchi che in questo aeroporto hanno piazzato umanità che si traduce in voti, sottomissione. Altri cinque anni di legislatura. Almeno. A Napoli, Roma, Venezia gli aeroporti sono gestiti da fondi, manager. A Milano hanno appena inaugurato la metropolitana che collega Linate a San Babila. Qui il tassista, con la licenza, chiede 31 euro per fare un pugno di chilometri e se provate a dire che è uno furto vi risponde: “In regola, sono. Potete chiedere ai miei colleghi”. La regolarità, l’agibilità dell’aeroporto, passata e futura, è un enigma. I dipendenti che ci lavorano, e che si fanno incontrare, ma lontano, a Piazza Stesicoro, in città, dicono che i soffitti non sarebbero impermeabili e che l’Ecac, che è la super Enac europea, avrebbe riscontrato criticità già nei mesi scorsi: “Un terminal che è tarato per cinque milioni di passeggeri ne gestisce dieci. E’ normale?”. Se chiedete all’altra tribù vi dicono che sono calunnie. Si vuole la testa di Torrisi, l’ad che si lascia incontrare e formulare la domanda più stupida che si possa fare: una stampante a fuoco? Un estintore, in un aeroporto, uno, almeno, non c’era? Per spegnere il rogo, che si è propagato di notte, sono intervenuti i vigili del fuoco di Catania, quelli del comando di via Cesare Beccaria. E’ possibile che nessun interno o addetto alla sicurezza, riuscisse a intervenire tempestivamente? E’ iniziata la caccia al colpevole, fermo restando che la situazione è eccezionale e che “il caldo africano…”. Il caldo non si può certo difendere e non ha avvocato. Ergastolo al caldo. A Palermo, causa caldo, a Borgo Nuovo, le fiamme, hanno avvolto una casa dove era in corso una veglia funebre. Sono scappati i parenti. La bara è bruciata. In Sicilia si può morire due volte. La squadra dei vigili del fuoco dell’aeroporto di Catania, quella interna, che lavora sulla pista, sarebbe intervenuta ma il fuoco lo avrebbe spento il comando di Catania. Si dice. Se una stampante fa chiudere un aeroporto, un reattore che esplode sterminerebbe la Sicilia.

Dal 16 luglio si discute sulla “competenza”, su chi doveva spegnere le vampe. E, anche qui, ancora due tribù. C’è chi pensa che non era competenza dei vigili in pista, mentre per Torrisi, e il suo accountable manager, Giancarlo Guerrera, che vi sciorinerebbe inglese e manuali di sicurezza fino alla riapertura dell’aeroporto, “si deve intervenire secondo quanto dispone il Piano di emergenza aeroportuale perché qualsiasi incendio ha influenza sui livelli di sicurezza del volo”. I vostri vigili sono intervenuti? “C’è un’inchiesta. Lo verificherà l’autorità giudiziaria”. In aeroporto, girando, fra gli addetti alla sicurezza, vi fanno capire, a mezzabocca, qui si dice aumaum, che era un cambio turno e che forse, “sai come va, la stanchezza …”.

A Catania accusano Torrisi di aver pasticciato, di aver detto, “riapriremo subito”. Lui: “Infatti abbiamo riaperto utilizzando il Terminal C”. E’ vero che non riaprirete mai più perché si sono scoperte altre criticità? “Non rispondo al sentito dire”. Perché il Terminal B rimane chiuso da quasi vent’anni? “Abbiamo presentato il masterplan nel 2016, dal 2020 attendiamo una valutazione di impatto ambientale da parte del ministero”. Perché non si dimette? “Perché non sono Schettino”. Ha distribuito consulenze? “Chi ci accusa è perché mi chiedeva ben altro”. Fratelli d’Italia e il ministro Adolfo Urso vogliono che Torrisi vada via, ma Torrisi è difeso da Schifani che avrebbe litigato con Urso. Il vicepresidente di Schifani in regione è Luca Sammartino, della Lega. Torrisi può quindi contare su Matteo Salvini, ma anche sul ministro della Difesa, Guido Crosetto, che in FdI è di una tribù diversa da quella di Urso, e che, dice, Torrisi, “non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno”. Il cielo di Catania è sempre stato nero Msi. Urso è cresciuto ad Acireale, ed è di Catania Nello Musumeci, ministro con delega alla protezione civile, ed ex presidente di Regione. Il nuovo sindaco della città è il figlio di Enzo Trantino, l’avvocato simbolo della Fiamma. E’ di Catania il vicecapogruppo di FdI, alla Camera, Manlio Messina. Ignazio La Russa, il presidente del Senato, è nato a Paternò ed è stato La Russa che ha voluto Schifani. L’incendio di Catania basta piegarlo e prende un significato, politico, nazionale. La destra di governo è quella che ha amministrato la Sicilia. Amministrato? Almeno.

I cinque voli da Londra cancellati, i passeggeri scoppiati al sole, stravaccati sulla banchina dell’aeroporto (a Catania vi rispondono che ci sono sempre stati) non sono nulla. Che l’aeroporto riapra, o meno, è marginale rispetto alla possibilità del rimpasto. In 150 stanno lavorando alla bonifica e la data di consegna è il 2 agosto. Il quotidiano La Sicilia, di ieri, apriva il giornale su una flotta di droni acquistati dalla Regione per monitorare il territorio (è costata 250 mila euro). La flotta si aggiunge a ulteriori 36 mila occhi (18 mila lavoratori forestali in totale di cui 12 mila addetti alla prevenzione, 6 mila impiegati per il servizio antincendio). In Sicilia ci tengono al titolo: sono esperti antincendio. Chiaro? Esperti. Dalla notte del 16 luglio, il giorno del rogo all’aeroporto di Catania, è rimasto sul tappeto bagagli un passeggino. Il tappeto è stato spento. Almeno. E’ andata a fuoco una sala che sarà grande quanto una stanza di un albergo, ma con il fumo è venuto fuori il tanfo. A chi dovrà bollinare le autorizzazioni forse tremerà la mano. O forse no. E’ probabile che si riapra e che si continui a viaggiare, a singhiozzo, con i tendoni da campo, che si vada avanti trascinandosi come zombie, in questa isola almeno.

In una pagina di Nero su Nero, Leonardo Sciascia scrive che “il contadino diretto ad Agrigento, sale sul treno e chiede, per tre volte, a tre persone diverse, se il treno va ad Agrigento e per tre volte ottiene la stessa risposta: “Almeno”. Il contadino si rassegna al dubbio. Nessuno è certo che il treno vada ad Agrigento: pare che ci vada. Così credono i viaggiatori e coloro che lo muovono, ma può anche finire a Trapani, a Messina, all’inferno”. Da Roma parte un treno fino a Reggio Calabria, e poi il bus, qualche volo, con fortuna, si trova. Qui le sciagure sono perfino benedette. Sono i veri motivi per ritrovarsi, per toccarsi. Per alcuni, l’unica ragione per tornare. La morte, la vergogna hanno sempre avvicinato. Non importa come arrivi. “Sei tornato. Almeno”.

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio