Un automat a Manhattan nel '36 (Wikimedia Commons) 

popcorn

Comfort food in cambio di monetine. La nostalgia americana per l'Automat

Mariarosa Mancuso

La regista Lisa Hurwitz racconta i mitici ristoranti automatici in un documentario pieno di amanti degli "sportellini": Colin Powell, Elliott Gould, Ruth Bader Ginsburg, Carl Reiner. Le zuppe e i macaroni and cheese, tappa nell'americanizzazione degli immigrati

Un film mostra Audrey Hepburn vestita elegante, china davanti alle finestrelle del “Ristorante Automatico”. In un altro film – il titolo sfugge, finiremo per scrivere un’autobiografia rubando il titolo a Alec Guinness: “My Name Escapes Me” – Doris Day porta i bambini a mangiare al ristorante senza camerieri, solo sportellini, lasciando il marito in ufficio (veniva da fuori New York, mai aveva visto tanta modernità). Semplicemente  “Automat”, per gli americani che infilavano le monetine nella fessura ricevendone in cambio macaroni and cheese, spinaci alla panna, purè di patate, e altro comfort food. Torte di ogni tipo, naturalmente, per la felicità dei bambini che potevano scegliere a loro gusto, dopo aver mangiato spinaci e broccoli.

  

La regista Lisa Hurwitz punta sulla nostalgia. Con il contributo di Mel Brooks, tanto generoso da scrivere una canzone per il film, intitolato “The Automat”. Altri ospiti d’onore, tutti amanti degli sportellini automatici: Colin Powell, Elliott Gould, Ruth Bader Ginsburg (giudice della Corte suprema, se avete già dimenticato il film su di lei voluto dal nipote), Carl Reiner (padre di Rob Reiner, e quindi nonno di “Harry, ti presento Sally…”). Sì, è un documentario. No, non noioso come quelli girati in Italia.

   

La catena di Automat più famosa era Horn & Hardart, tutta marmi e ottoni. Bisognava offrire alla casalinga che si sentiva un po’ in colpa – cosa faceva a New York, invece che nel midwest a spignattare? – lucentezza e pulizia. Tanti box, simili a cassette della posta, e dietro il vetro zuppe e altra roba buona. L’ultimo ristorante della catena, all’angolo tra la 42esima strada e la terza Avenue, ha chiuso i battenti nel 1991. “Ucciso dai fast food”, dice chi non si rassegna, e vorrebbe far tornare indietro l’orologio a quando il pollo era un lusso, e le case erano poco riscaldate – suggeriva una politologa da parrucchiere: basterebbe un golf in più, risparmieremmo il 40 per cento di gas che arriva da Putin.

  

Intervistata dal New York Times, Lisa Hurwitz dice che ha lavorato dieci anni per riuscire a finire il film, autoprodotto. Prima aveva girato il corto “Steve Sollman, the Automat Collector” (di tutto si può fare collezione, basta incapricciarsi dell’oggetto). Come spesso succede, tutto risale all’infanzia: per i bambini scegliere da soli era un sogno di libertà. Gli immigrati che potevano permetterselo ci andavano volentieri: il cibo era buono, costava poco, non serviva sapere l’inglese, potevi fermarti a lungo. Era una tappa nel processo di americanizzazione, sottolinea la regista. Acqua e ketchup gratis. Racconta Joseph Mitchell nel “Segreto di Joe Gould”: la magra zuppa di un barbone che minacciava una torrenziale “storia orale di New York”, e non scrisse mai una riga.

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