Declino di una chiesa

Matteo Matzuzzi

Silenziosa e divisa tra chi spera nel “partito dei cattolici” e chi rimpiange i tempi andati. La crisi della Cei

Non sono passati poi troppi anni da quando s’attendeva l'oracolo della Conferenza episcopale italiana per capire come sarebbe andato un referendum, dato il peso – politico e culturale – che essa aveva. Merito (o colpa, dipende dai punti di vista) della svolta di Loreto del 1985 e di tutto quello che ne conseguì, con il mandato pieno e chiaro di Giovanni Paolo II a evangelizzare “in senso forte e pieno”. Camillo Ruini, che divenne prima segretario della Cei nel 1986 e poi presidente per sedici anni (1991-2007), avrebbe messo in pratica quel progetto. Fu proprio Ruini a svelarne i contorni poco meno d’un decennio fa, parlando alla Libera Università “Maria Assunta” di Roma: “Wojtyla si è occupato più intensamente della chiesa italiana negli anni precedenti il convegno di Loreto. Man mano che aumentava la sua conoscenza della situazione dell’Italia e della chiesa italiana, il Pontefice poteva scoprire la presenza di un convincimento diffuso: la convinzione, cioè, che il processo di secolarizzazione fosse irreversibile e che l’unica strategia pastorale, e anche culturale e politica, che avesse speranza di ottenere risultati non effimeri fosse quella di non contrastare tale processo, bensì di accompagnarlo e, per così dire, di evangelizzarlo, evitando che esso degenerasse in un secolarismo ostile alla fede cristiana”. Ne derivò la stagione dell’influenza politica che accompagnò e poi seguì il disfarsi della Democrazia cristiana, auspicando favorendo e benedicendo la presenza dei cattolici in tutti i poli; si potrebbe dire – per usare una massima ratzingeriana – delle “minoranze creative” in grado di marcare una propria presenza. La stagione del collateralismo, diranno altri – ultimo è stato mons. Nunzio Galantino, per qualche tempo segretario generale della Cei prima di essere spostato a gestire gli immobili vaticani – che ha garantito ampi spazi sui giornali e vuoti ben visibili nelle chiese, per non parlare di un laicato messo sotto sedazione. Oggi Ruini, che della Cei non è più presidente da dodici anni, torna a ribadire che non è tempo di partiti unici di cattolici, che gli esperimenti in atto sono tutti di corto respiro – e per di più provenienti dal “cattolicesimo democratico, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra” che “ha sempre meno rilevanza” – e che è visibile il declino di autorevolezza della chiesa. Finita l’epoca della “evangelizzazione in senso forte e pieno” oggi domina, anche nella Cei, il profilo basso. S’interviene poco e solo quando è proprio necessario, si ammicca a esperimenti politici da mandare in campo contro le ruspe salviniane, ci si richiama ai grandi padri che hanno lasciato un segno, da La Pira in giù. 

 

“Il progetto ruiniano ha favorito un neoclericalismo patinato, concedendo chance al sinistrismo che voleva combattere” (Diotallevi)

Basterà per rianimare il laicato e per risvegliare un po’ le coscienze? Al momento non si direbbe, considerata la situazione letargica nella quale si trova la grande famiglia dei vescovi italiani. Il problema è capire se in questa fase storica si potesse fare altrimenti.

 

Ha scritto il cardinale Angelo Scola nel libro Ho scommesso sulla libertà (Solferino, 2018) che “se c’è una discontinuità molto evidente tra l’èra Ruini e la fase attuale della chiesa italiana questa, a mio avviso, è dovuta a due motivi fondamentali. Il primo è che gli strumenti con i quali la chiesa italiana aveva scelto di intervenire nella vita pubblica per salvaguardare i valori irrinunciabili della persona non sono più utilizzabili allo stesso modo. Quel che si è rivelato molto efficace quindici o dieci anni fa oggi rischia di essere un’arma spuntata. Il processo di secolarizzazione è andato avanti in modo impetuoso e la capacità del credente di testimoniare la valenza sociale della fede si è purtroppo indebolita”. E poi, aggiungeva Scola, “oltre a questo motivo di carattere sociologico e culturale c’è poi un altro decisivo fattore di discontinuità nell’azione della chiesa ed è indubbiamente il pontificato di Francesco. Mi sembra che Papa Francesco rispetto ai suoi predecessori abbia scelto un’altra strada, non sul piano della sostanza, ma del modo di proporla”.

 

 

Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna e autore insieme ad Angelo Panebianco del recente All’alba di un mondo nuovo (il Mulino, 2019), dice che “sul declino di autorevolezza politica da parte della chiesa italiana non credo che ci siano molti dubbi. D’altra parte si tratta di un declino che viene da lontano, al quale proprio il cardinale Ruini cercò a suo tempo di porre rimedio inventandosi il famoso ‘Progetto culturale’. Piuttosto sarebbe da domandare se oggi questo declino non sia molto di più che semplicemente politico. Dopo la crisi della Democrazia Cristiana, il progetto culturale mirava come è noto soprattutto a evangelizzare la cultura, puntando su un ideale antropologico, con la speranza che col tempo questo potesse avere efficacia anche sulla dimensione politica. Un lavoro meticoloso durato quasi due decenni, culminato nei tre ‘Rapporti-proposta’ pubblicati dal Comitato per il progetto culturale della Cei negli anni 2009-2013, dedicati rispettivamente all’educazione, alla demografia e al lavoro: un esempio eloquente di cultura da tradurre in progetto politico, forse l’unico vero progetto per l’Italia elaborato in questi ultimi anni. Ma la storia, lo sappiamo, finì in una sorta di rimozione generale. Così, liquidato il progetto culturale come espressione del famigerato ‘ruinismo’, ci ritroviamo con una chiesa politicamente e culturalmente sempre più irrilevante, che balbetta sui problemi spesso con il linguaggio degli altri”.

 

Luca Diotallevi, ordinario in Sociologia presso l’Università di Roma Tre, la vede in un’altra maniera: “Da credente ho condiviso alcune delle scelte che Ruini assunse negli anni in cui era presidente della Cei e vicario per Roma. Nello stesso tempo non feci mistero del non condividere la matrice culturale che ispirò quel servizio. Ruini si trovò a fronteggiare un ‘sinistrismo cattolico’ subalterno ai miti del tempo, primo tra tutti quello della laicità. Questo sinistrismo minava alla radice l’eredità conciliare e montiniana. Un esempio di quel sinistrismo: la laicità era spacciata per opzione conciliare e invece era stata condannata dal Vaticano II in nome della libertà religiosa. Alla radice della ‘linea’ di Ruini vi era, però, e sempre esplicito, un giudizio pieno di riserve sulla modernità (ad esempio una certa, per me discutibile, lettura di Kant) e una certa lettura del Vaticano II e del pontificato montiniano (per me riduttiva). Il suo progetto, sin dal primo discorso al Consiglio permanente della Cei era quello di ridare centralità ecclesiale al clero e primato alla pastorale, facendo dei laici innanzitutto ‘operatori pastorali’ e dunque comprimendo di molto il respiro dell’apostolato dei laici. Questo progetto – sostituire le pastorali all’associazionismo laicale – è fallito. Ha dato luogo a un neoclericalismo debole e patinato e ha dato nuove chance al sinistrismo cattolico che voleva combattere”.

 

“E’ naturale una certa crisi d’identità, se lo slancio profetico della denuncia di ogni male è troppo legato alle logiche mondane” (Belardinelli)

Il professor Pietro De Marco, emerito di Sociologia delle religioni all’Università di Firenze, cerca di fare un po’ di chiarezza: “Se le espressioni ‘incidere sempre meno’, ‘adeguarsi alle situazioni del momento’, e ‘chiesa silenziosa’, riguardano la capacità e l’azione di indirizzo dei comportamenti elettorali da parte della Cei, tale declino (commisurato, però, sull’influenza della Cei nell’età di Ruini) esiste in primo luogo perché l’azione di indirizzo politico-elettorale è condotta con linguaggi elitari ed emozionali che trovano riscontro, scontato, solo in minoranze cattoliche. Si noti, vanno a rafforzare le convinzioni di ampie aree di non-credenti ‘etici’ che, invece, accolgono la leadership della chiesa di Bergoglio. In secondo luogo, tale azione di indirizzo è condotta da una gerarchia e da un clero che hanno ‘abbandonato’ a se stessi i numerosi christifideles che, per lo più intuitivamente, immunizzano la ordinaria pratica di fede e sacramenti dall’utopia politica e dalla dogmatica umanitaria. Il ‘fine vita’ diviene un impegno facoltativo di cui, nelle condizioni presenti della chiesa, va comunque reso atto ai vescovi d’essersi ricordati”.

 

S’accennava prima al presunto “fattore-Bergoglio” come possibile causa dell’atteggiamento mutato della Conferenza episcopale. Dopotutto fu il Papa, un paio di mesi dopo l’elezione, a chiarire che non vi sarebbero più stati “cappelli” calati dall’alto sull’azione dei vescovi. “E’ compito vostro”, disse più volte. Concetto ribadito in forma più estesa nel 2015, durante il Convegno ecclesiale di Firenze che si riproponeva di archiviare Loreto 85 e di inaugurare una nuova stagione. In quel discorso, Francesco chiariva di volere “una chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza”. E’ ora, aggiungeva Bergoglio, di farla finita con “l’ossessione di preservare la propria gloria, dignità, influenza”. A quattro anni di distanza, quelle direttive sono state archiviate in qualche teca, tornano sovente in qualche citazione qua e là, ma insomma, sono rimaste lettera morta.

 

 

Una paralisi talmente evidente – inizialmente si parlava di disorientamento, ma dall’avvento bergogliano sono passati più di sei anni – che riemersa perfino l’antica proposta di padre Bartolomeo Sorge S.I. di organizzare un grande Sinodo per l’Italia che dia nuovi indirizzi e indichi nuovi orizzonti. E dietro Sorge vi sono vari vescovi, pronti a cogliere l’occasione per favorire la svolta. Più freddi i vertici della Cei: per mesi hanno ricordato che il tema non è all’ordine del giorno, salvo poi sentire dalla voce del Papa, durante l’assemblea di maggio, che la questione in agenda eccome se c’è. Ma quanto ha pesato il fattore-Bergoglio? “Poco”, dice Diotallevi. “Io vedo grande continuità tra il wojtilismo, il ratzingerismo e il bergoglismo. Apparenze diverse, simpatie a volte opposte, ma grande indulgenza verso la frammentazione intraecclesiale, tanti dubbi sul moderno e poco spazio all’apostolato dei laici. Sono invece proprio i laici che stanno poco nelle chiese e molto per le strade, quelli che nella chiesa hanno più da dire, almeno così insegnava il Concilio. Altro che operatori pastorali, leader religiosi e Papa boys”. Non concorda Belardinelli: “Premesso che Papa Bergoglio è anche il mio Papa e che ammiro molto la sua predilezione per gli ultimi e la sua volontà di rinnovare la chiesa, ho l’impressione che la sua denuncia sacrosanta dei mali del mondo, primi fra tutti la guerra, la fame, i disperati che cercano di sfuggirvi, l’inquinamento ambientale, sia troppo ‘umana’ e quindi esposta al rischio della strumentalizzazione ideologica. Additando il mercato e il liberismo come i principali responsabili (imputazioni peraltro opinabili), è come se venisse edulcorata la tragica serietà del male che viene denunciato. Con la conseguenza che lo slancio profetico della denuncia si indebolisce proprio per il fatto di apparire troppo legato alle logiche del mondo, al limite troppo politico e troppo poco escatologico. In questo modo la chiesa viene come sollecitata a mettersi d’accordo su temi che, pur rilevanti, ammettono tuttavia diverse letture politiche, tendono a dividere gli stessi cattolici e certamente non sono il cuore della sua missione. Naturale dunque una certa ‘crisi d’identità’, specialmente quando tutt’intorno sembra indebolirsi la fede”. Un “fattore” che per De Marco “ha contato e conta in maniera decisiva con il suo pesante, inconfessabile, effetto di disorientamento perché ha rinforzato la scelta laico-ecologico-umanitaria di minoranze cattoliche attive che la Cei non può che inseguire e compiacere. E poi perché ha ghettizzato (non si può dire meno efficacemente) le maggioranze cattoliche dissenzienti, cui i vescovi, in maggioranza, non possono rivolgersi che con censura o grave imbarazzo, pena la disapprovazione di Roma. Infine, perché ha messo tra parentesi, se non declassata, quella fondazione del credente nella perenne fede della chiesa che anzitutto, per non dire esclusivamente, conferisce identità alla gerarchia e alla chiesa tutta. Una chiesa (istituzionale) mimetica, illuministicamente eteroflessa, attratta dalle ‘falsificazioni del Bene’ ovvero da insidiose ideologie pseudo-cristiane, non può avere identità storica. E ciò vale, anzitutto, a definire il fattore-Bergoglio in sé e nei suoi effetti”.

 

“Nella politica italiana non contano più né il ‘cattolico democratico’ di sinistra né il ‘cattolico sociale’ più recente” (De Marco)

In ogni caso, nessuno spazio per partiti e partitini cattolici o di cattolici. “Non è un tema che mi scaldi più di tanto”, ammette Belardinelli. “Ieri (leggi: ai tempi di Todi) se ne parlava soprattutto perché un certo mondo cattolico, largamente minoritario e prevalentemente di sinistra, non riusciva ad accettare l’ingombrante figura di Berlusconi; oggi mi pare che se ne parli perché quello stesso mondo, magari con qualche ragione in più, non riesce ad accettare la presenza di Salvini. Come motivazione per fondare un partito non mi sembra proprio il massimo del realismo. A maggior ragione se penso che il preoccupante successo che raccoglie oggi la Lega è in gran parte dovuto proprio alla leggerezza con la quale il mondo cattolico e la sinistra italiana hanno trattato il tema dell’immigrazione. A ogni modo, se son rose fioriranno. Di certo non vedo in giro tanta gente, nemmeno tra i cattolici, disposta a votare un partito perché si dice cattolico o cristiano. L’antidoto alla crisi che attraversa la politica italiana sta nella serietà e nel realismo delle proposte che un partito è in grado di fare e nella capacità culturale – mi verrebbe da dire il coraggio – di radicarvisi con coerenza e determinazione”.

 

Esperimento, quello di rifare un tal partito, “dal respiro cortissimo”, aggiunge Diotallevi. E questo “non solo perché i cattolici oggi sono di meno e culturalmente più poveri. Del resto, per guidare un processo non bisogna necessariamente essere in tanti, soprattutto all’inizio. Il ‘partito cattolico’ non ha storia e infatti non è mai esistito. I paradigmi sono solo due: o Gentiloni (il Patto del 1913) o Sturzo. Se scegli Gentiloni hai sì il ‘voto cattolico’, ma solo come pedina di scambio tra istanze ecclesiastiche e potentati di turno. E poi – aggiunge Diotallevi – per l’ennesima volta il Patto di Todi a sostegno dell’operazione Monti-Napolitano ha dimostrato che il paradigma non funziona, non fa crescere la democrazia, neppure quando è declinato ‘a sinistra’). Se scegli il paradigma Sturzo hai rilevanza (si pensi alla stagione di De Gasperi), ma a fondamento hai un programma cioè una sintesi opinabile, niente di identitario. Tertium non datur, insomma: o Gentiloni, o Sturzo. Il partito dei cattolici è un’operazione che può produrre solo qualche seggio per ‘indipendenti di…’ (destra o sinistra o centro, poco cambia”. Insuccesso abbastanza certo anche per De Marco: “Perché non vi è una ‘diaspora politica’ dei cattolici. I partiti cattolici furono una grande creazione congiunturale; non vi erano cattolici dispersi prima della loro creazione (né ove non sono mai esistiti), non vi sono dopo la loro fine. Fuori dalle coordinate storiche di Otto-Novecento e dalle chance di governo fondate su quelle maggioranze, quale la base elettiva di un ‘partito cattolico’? Inoltre, gli elettorati (che fanno oggi i partiti), specialmente quelli con forte presenza di fedeli (cattolici) hanno già scelto le loro rappresentanze politiche. Infine, élite che ipotizzino nuovi partiti cattolici ‘democratici’ sono ideologicamente costrette a ignorare gli elettori cattolici conservatori, per rivolgersi ad aree di credenti (di sinistra-centro) che non aspirano, da tempo, ad alcuna formazione politica che si dichiari ‘cattolica’. Essi si situano da tempo senza difficoltà nelle culture di sinistra, laiche e postcomuniste. Insomma, nessuno, né a sinistra né a destra, si sente in diaspora, bisognoso di un ritorno alla Terra delle origini. Aggiungo che sinistra e destra sono – per la gran parte – già il Centro. Non deve infatti fuorviare il fatto che non esista un grande Centro come partito. I cinque stelle, in quanto si vogliono Centro, sono aggregato instabile, attratto ora a destra ora a sinistra, per questo volatile e già in dissoluzione. Gli elettori chiedono, da quasi trent’anni, all’eventuale Centro una decisione più che una mediazione. A maggior ragione, quindi, l’ipotesi che manchi un Centro e che ciò dia spazio a ‘partiti cattolici’ in gestazione, pare infondata”. E perché il cattolico non conta più, o conta così poco, nella politica italiana? Secondo De Marco “non contano più nella politica italiana il cattolico ‘democratico’ della tradizione democristiana di sinistra, e democratica post Dc, perché si è assimilato nella lunga battaglia contro Berlusconi alle diverse opposizioni laiche e/o postcomuniste. Queste hanno assorbito il singolo cattolico (fosse un Dossetti) nel fronte comune, senza oneri. Non conta più neanche il ‘cattolico-sociale’ recente (per lo più impolitico, alla maniera dei cinque stelle) perché assimilato, sul modello del Papa, alle culture laiche umanitario-ecologiche, quindi indistinguibile. Conta sicuramente, invece, nella politica italiana, con tutto il suo realismo, almeno l’elettorato cattolico che vota per la Lega”. Questa sul ruolo del cattolico in politica è “la domanda cruciale” secondo Luca Diotallevi. “Perché meno che in passato i cattolici pensano la propria fede – in barba alle richieste del Vaticano II – e la vivono meno, sempre più spesso relegandola ad alcuni angoletti innocui del privato o del ‘sociale’. Per dirla con san Paolo, oggi la fede vissuta ha perso un po’ in larghezza, un po’ in altezza, un po’ in lunghezza, un po’ in profondità. Pensiamo agli scherzi del destino: la ‘scelta religiosa’ dell’Azione cattolica, tanto contestata, proprio questo significava invece: dare alla fede tutto il respiro della libertà e della responsabilità, anche di quella per il bene comune”.

 

Belardinelli ha invece più di un dubbio: “Almeno in linea di principio non credo che i cattolici non contino più nulla nella politica italiana. Certo non siamo più al tempo in cui una parola della chiesa obbligava comunque la politica a tenerne conto. Meglio contestati che irrilevanti, ripeteva spesso il cardinale Ruini. Tuttavia non mi sembra che oggi un cattolico conti meno degli altri. Il pluralismo genera partiti politici sempre più trasversali dove i cattolici possono contare eccome. Non è necessario essere riuniti sotto uno stesso partito per seminare i germi di ciò in cui si crede. Piuttosto la domanda da porre sarebbe forse un’altra: chi oggi conta veramente nella politica italiana, dilaniata da moralismi, servilismi e populismi che non fanno sperare niente di buono? Ma il problema ci porterebbe troppo lontano”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.