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L’ascesa irresistibile di Luis Antonio Tagle

Sorpresa, il nuovo Papa rosso promuove l’ermeneutica della discontinuità del Concilio

Matteo Matzuzzi

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10 Dicembre 2019 alle 06:00

L’ascesa irresistibile di Luis Antonio Tagle

Luis Antonio Tagle

Roma. Quella del cardinale Luis Antonio Tagle a prefetto della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, la vecchia Propaganda fide, è una nomina di peso. Forse la più importante del pontificato bergogliano perché sa tanto di investitura, un po’ come fu la stola che Paolo VI si tolse per metterla sulle spalle di un imbarazzato patriarca di Venezia Albino Luciani. Da tempo si vociferava in curia di una promozione “romana” del sessantaduenne arcivescovo di Manila, ma pochi ritenevano che il trasferimento si sarebbe concretizzato in termini così rapidi, considerato che il prefetto in carica, Fernando Filoni, ha 73 anni e quindi con un biennio ancora davanti prima del pensionamento canonico. Filoni andrà a ricoprire l’incarico, del tutto onorifico, di Gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ci saranno dossier delicati da gestire, viaggi importanti da fare, beni da valorizzare, impegno costante nel vicino oriente, ma insomma: appare acclarato che non si tratta certo d’un promoveatur.

  

La scelta di Francesco è stata una decisione politica e fortemente simbolica. Tagle è da tempo l’enfant prodige della chiesa delle periferie, teologo apprezzato e brillante conferenziere, uomo giusto per aprire le porte dell’Asia più profonda al cattolicesimo che ancora stenta a radicarsi in quelle terre. Anche le porte della Cina, visto che Tagle – che di terzo nome fa Gokim – ha per parte di madre origini cinesi. “La chiesa del futuro avrà il volto dei ragazzi di oggi, incrocio di nazionalità. Mai immobile, in cerca del dinamismo della fede che può incardinarsi in vari luoghi e varie culture”, disse qualche tempo fa in un’intervista alla Lettura del Corriere della Sera, aggiungendo che tutto sommato non bisogna essere così pessimisti pensando al crollo della pratica religiosa in Europa, visto che ciò non significa “perdita del senso della fede”. Da tempo il suo nome svetta sulla lista dei papabili in un futuro Conclave, ammesso che tali note abbiano ancora un senso, ma è vero che al di là del chiacchiericcio curiale non sono pochi i cardinali che vanno puntando sempre di più sull’arcivescovo filippino lo sguardo per dare continuità al pontificato di Francesco. Tagle è il delfino perfetto, l’uomo in grado di portare avanti le aperture bergogliane, pastorali e geopolitiche.

  

Ma su alcune questioni non proprio di secondo piano e che ancora dividono parecchio intra moenia, l’arcivescovo uscente di Manila è un uomo che rappresenterebbe una svolta, come dimostra la posizione sull’interpretazione del Concilio Vaticano II. Se Papa Francesco pochi mesi dopo l’elezione scrisse a mons. Agostino Marchetto, convinto sostenitore dell’ermeneutica della continuità, definendolo “il miglior ermeneuta del Concilio”, Tagle, dopo gli studi alla Catholic University con Joseph A. Komonchak, teorico della “rottura” nella storia della chiesa che si sarebbe avuta col Vaticano II, ha completato la sua formazione presso la scuola bolognese del professor Giuseppe Alberigo. Fu proprio il giovane teologo filippino a scrivere il capitolo sulla “settimana nera” del 1964 che rischiò di far naufragare l’intera assise, salvata solo dall’intervento di Paolo VI. Ecumenico in tutto, il cardinale Tagle, anche quando si trattò di ricordare quali sono state le figure essenziali per la sua formazione: Ratzinger e Rahner, Von Balthasar e Schillebeeckx, Carlo Maria Martini e sant’Ignazio, Tillard e Avery Dulles, fino all’importanza che per lui hanno rappresentato le ardite tesi della teologa femminista (condannata dalla commissione dottrinale della Conferenza episcopale americana) Elizabeth Johnson.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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