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Preti e figli. La paradossale garrota sul celibato e altri scandali

Papa Borgia stravedeva per i suoi, che male c’è? Perché la previsione del Nyt sul “prossimo scandalo” della chiesa ha in sé qualcosa di paradossale

20 Febbraio 2019 alle 06:00

Preti e figli. La paradossale garrota sul celibato e altri scandali

Foto Imagoeconomica

Papa Alessandro VI Borgia “stravedeva per i figli: che male c’è?”, scrisse una volta un brillante polemista su un giornale cattolico che non temeva le polemiche. E polemica infatti suscitò, tra i “clericali clericali e i clericali laici” (Péguy), quasi fosse un’eresia. Invece, per prima cosa si trattava di un fatto non così fuori dal mondo, c’è stato qualche altro Papa dotato di prole, oltre a Innocenzo VIII il genovese, e più di un cardinale, e ciò non toglie che Alessandro VI sia stato, se non uno stinco di santo, un discreto capo della chiesa. Ma soprattutto, il brocardo di Papa Borgia aveva centrato il punto. La santità dei papi, ma anche dei vescovi e giù a scendere fino ai preti, non è consustanziale alla sopravvivenza della chiesa, e neppure decisiva per l’essenza della fede. La castità del clero è un problema serio; invece il riflesso pavloviano per cui chiunque oggi veda un prete che s’accompagna per strada a un bambino pensi alla pedofilia, è una parodia indecente. Mettere al mondo un figlio e abbandonarlo al segreto del peccato è un peccato, più raramente un reato; ma non è ciò che giudica il sacerdozio, come insegna il prete ubriacone e con figlia del Potere e la gloria. A meno di non infilarsi da soli nella garrota della pubblica opinione, cosa che la chiesa cattolica adora fare. Si avvicina l’apertura del summit vaticano sulla protezione dei minori e, intervistato da Repubblica, mons. Charles Scicluna, commander in chief contro gli abusi, si appella a “far sì che i leader della chiesa nel mondo si rendano conto della gravità del fenomeno”. Con queste premesse, il summit rischia di trasformarsi nel Rocky Horror Picture Show della vocazione celibataria.

       

Ma il New York Times, che guida la danza da sempre, per portarsi avanti ha già annunciato il “prossimo scandalo”. Ha rilanciato lunedì la questione dei figli nati da sacerdoti. Faccenda non inedita in realtà, lo psicoterapeuta irlandese Vincent Doyle, intervistato, se ne occupa da anni, da quando scoprì di essere figlio di un sacerdote. Ha una community sul web da 50 mila membri e ha propiziato col suo attivismo la nascita di un’apposita associazione promossa dalla chiesa irlandese, Coping International, che si occupa di apostolato per i figli nati da religiosi. L’inedito è che il Nyt ha ottenuto la conferma dal Vaticano che esistono davvero, e da anni, delle “general guidelines” sul che fare con i preti-padri. Ma sono un documento riservato, interno. Chissà per quanto. La questione è seria, ma che sia il “prossimo scandalo” della chiesa ha in sé qualcosa di paradossale. A parte le linee guida segrete, il problema è affrontato da tempo, Bergoglio ne parlò quando ancora era a Buenos Aires: “Se uno viene da me e mi dice che ha messo incinta una donna… gli faccio capire che il diritto naturale viene prima del suo diritto in quanto prete. Di conseguenza deve lasciare il ministero e farsi carico del figlio”. E più o meno così si comportano i vescovi, in base al diritto canonico, ma in alcuni casi, al riparo dagli scandali, il prete può rimanere tale seppure gli venga chiesto di prendersi cura del figlio. Il fenomeno è grave, ma la facilità con cui la chiesa cattolica si lascia inchiodare alla sua dannazione indiziaria è anche peggio. Il celibato sacerdotale è una tradizione che la chiesa adottò al principio del suo secondo millennio, evidentemente dopo averci pensato a lungo. Dire che mal gliene incolse, è una battuta da volterriani di terz’ordine. Ma restare inchiodati alle trasgressioni del clero, come fosse “il” problema irresolubile, senza dire e sapersi dire che non lo è, è surreale. Meglio rispondere: stravedeva per i figli. Che male c’è?

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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