Il gran ritorno dei vescovi in politica

Matteo Matzuzzi

Italia, Francia, America. L’attivismo della chiesa va ben oltre il Terzo settore

Roma. Lo scontro tra i vescovi e i maggiorenti gialloverdi al governo, a lungo covato sotto le braci, è esploso appena il Senato ha approvato il raddoppio dell’Ires – l’imposta sul reddito delle società – per gli enti no profit e le realtà collegate alla chiesa cattolica. A intervenire è stato direttamente il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, che sfida Matteo Salvini ad attaccare “i vescovoni” ma gli chiede di lasciar perdere le “migliaia di istituzioni senza fine di lucro che coprono uno spettro enorme di bisogni ed esigenze”. Mai, ha aggiunto uno sconfortato Bassetti a Repubblica, “mi sarei aspettato di vedere colpito il volontariato e tutto ciò che rappresenta”. Parole che hanno colpito nel segno, se è vero che ieri il vicepremier Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte hanno fatto sapere che la norma cambierà a gennaio “con il primo provvedimento utile”. Decisiva nel far cambiare idea al governo, stando a quanto detto da Di Maio, la consulenza dei frati di Assisi “che ringraziamo per il loro instancabile impegno”.

 

Nella fluida galassia della Conferenza episcopale italiana, dove convivono resistenze tenaci all’esperienza del governo Conte e velate simpatie soprattutto verso l’ala pensante leghista, è sempre più forte la voce di chi pretende una presa di posizione netta: passi per il taglio dei contributi ai giornali cattolici, passi pure per la strumentalizzazione politica di rosari, vangeli e presepi. Derubricate a propaganda elettorale, nonostante tutto, anche le intemerate contro i migranti. Ma il taglio – ritenuto punitivo – dei fondi al terzo settore, no. Sullo sfondo resta l’idea vaga del partito dei cattolici, rassemblement un po’ fuori dal tempo che partendo dall’aggregazione dal basso vorrebbe ergersi a muro di contenimento dei populismi di destra e sinistra. In ogni caso, i vescovi sono pronti a tornare a far sentire la propria voce dopo anni di ritirata seguiti alle battaglie per l’affermazione dei valori non negoziabili e al disorientamento per i punti all’ordine del giorno fissati nell’agenda di Papa Francesco.

 

Non è una peculiarità italiana, quella del risveglio episcopale. Negli Stati Uniti, nonostante la rassicurante vicepresidenza dell’evangelico Mike Pence e una preponderanza di pastori ancora plasmati nel conservatorismo muscolare giovanpaolino, le bordate contro i propositi trumpiani di proseguire la costruzione del muro al confine con il Messico sono all’ordine del giorno. Perfino in realtà che si ritenevano ormai desertificate dall’impetuoso vento secolarizzante, come la Francia, la chiesa cerca di riaffacciarsi in piazza: dall’appoggio visibile a chi ancora manifesta ricordando che il matrimonio è solo quello tra uomo e donna, alle posizioni in materia bioetica, con il neo arcivescovo di Parigi, mons. Michel Aupetit, che da medico qual è eroicamente tenta di spiegare ai concittadini che l’ascoltano alla radio perché l’eutanasia sia un abominio. Un risveglio a tal punto evidente che qualche suo confratello si è spinto anche a dichiarare pubblicamente comprensione per le ragioni dei gilets jaunes.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.