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Il problema grave della chiesa non è la pedofilia, ma la omoresia

L’obiettivo di alcuni circoli ecclesiali è fare dire all’Autorità che l’attrazione tra eguali è assolutamente normale

9 Settembre 2018 alle 06:06

Il problema grave della chiesa non è la pedofilia, ma la omoresia

Foto LaPresse

La questione della pedofilia nella chiesa – tornata prepotentemente alla ribalta delle cronache – è in realtà solo la punta dell’iceberg. La chiesa ha un problema ben più grave – e rispetto al quale la pedofilia è un effetto (per altro assolutamente marginale stando ai casi realmente accertati a confronto con la valanga di denunce spesso rivelatesi infondate ma nel frattempo cavalcate ad arte dai media compiacenti per aumentarne l’eco scandalistica) – con l’omosessualità. O meglio, con quella che non caso, già a partire dal 2012, il prof. Oko della Pontificia accademia di Cracovia aveva identificato con l’“omoresia”, ossia una concezione dell’omosessualità in aperto contrasto con il magistero della chiesa cristallizzato nel catechismo e nei documenti ecclesiali.

 

E’ a causa di questa strisciante eresia, ma che soprattutto dopo il Vaticano II (anche a causa di una lettura “aperturista” del Concilio tanto miope quanto infondata) ha avuto un’accelerazione decisa – che tra le fila del clero è andata espandendosi una piaga purulenta che sta infettando il corpo di Cristo con grave scandalo per i fedeli. Di cui le notizie giunte d’oltreoceano riguardanti esponenti del clero nordamericano (e non solo), in primis l’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick, sono solo l’ultimo esempio. Ma è un esempio che conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, che con buona pace della vulgata intra ed extra ecclesiale (per tacere di quegli ambienti laicisti che da sempre non perdono occasione per attaccare la chiesa) non è la pedofilia il vero problema, bensì appunto l’omosessualità. Le cifre parlano chiaro: almeno l’80 per cento degli abusi sono di natura omosessuale. Non solo: lo stesso prof. Oko, intervistato dal sito Lifesitenews, ha affermato che “secondo stime attendibili, il 30-40 per cento dei preti e il 50 per cento circa dei vescovi negli Stati Uniti hanno inclinazioni omosessuali”. Questo per dire che se è vero che non tutti i preti omosessuali sono pedofili, è altrettanto vero che la stragrande maggioranza dei casi di pedofilia (anche se a rigore sarebbe più corretto parlare di efebofilia) riguarda preti omosessuali. Intendiamoci, che l’omosessualità da sempre abbia trovato terreno fertile nei seminari e nelle parrocchie non lo scopriamo certo ora; il fatto nuovo, tuttavia, che dovrebbe preoccupare molto di più dell’aspetto morale o peccaminoso in sé (di cui in ogni caso tutti i predatori e gli abusatori seriali di questo mondo dovranno rendere conto a Dio quando verrà il momento), è che ora è in atto il tentativo di sdoganare l’omosessualità nella chiesa anche da un punto di vista teologico.

 

La revisione di Humanae vitae

L’obiettivo, perseguito da precisi ambienti ecclesiali (gli stessi, per capirci, che stanno lavorando sotto traccia per una revisione dell’Humanae vitae e della dottrina sulla contraccezione, che vorrebbero l’abolizione del celibato, il sacerdozio per le donne e il matrimonio per i preti, la comunione ai divorziati risposati e via ammodernando) è chiaro: il riconoscimento da parte della chiesa che l’attrazione tra eguali è uno status affettivo-sessuale assolutamente normale al pari di quello etero. Per rendersene conto basterebbe dare anche una rapida scorsa alle dichiarazioni e prese di posizione registrate negli ultimi mesi da parte di diversi esponenti, come nel caso del vescovo di Chicago, Blaise Cupich, o del titolare della diocesi di Osnabrucke, Franz-Joseph Bode, o ancora di Antonio Carlos Cruz Santos, della diocesi brasiliana di Caico. E di esempi se ne potrebbero fare molti altri. Per cui delle due l’una: o la lobby omosessualista, la cui azione nella chiesa solo un cieco potrebbe non vedere, ha preso definitivamente il sopravvento; oppure il problema dell’omosessualità nel/del clero non solo non è percepito come “il” problema, ma forse non è percepito neanche come tale. In entrambi i casi, va da sé che la situazione non è più sostenibile. A mali estremi cure estreme. Ciò che serve è un cambio di rotta radicale, di cui i fedeli – laici e non – che hanno ancora occhi per vedere e orecchie per intendere dovrebbero invocare e promuovere. Se poi ad aggravare una situazione già al limite tocca pure assistere a fatti come quello accaduto a Dublino in occasione dell’Incontro mondiale delle Famiglie, si ha chiara la percezione dello stato confusionale (ma non casuale) e di quanto sia (stra) colma la misura. Il fatto in questione riguarda ovviamente la presenza in qualità di relatore (sic!) al suddetto meeting – e nel mentre dagli Stati Uniti arrivavano le notizie agghiaccianti che sappiamo – del gesuita James Martin, noto sostenitore della causa Lgbt. Ma come. Si svolge un meeting sulla famiglia e viene invitato a parlare un signore che, tra le altre cose, ritiene che il catechismo debba essere emendato laddove parla di “intrinsecamente disordinato” riferito all’orientamento omosessuale? (oltre ad affermare che omosessuali si nasce, cosa che non solo non ha trovato a oggi alcun riscontro scientifico, ma anche ammesso fosse vera un qualche problema lo porrebbe comunque dal momento che sarebbe in aperta contraddizione con il dogma per eccellenza della teoria gender secondo cui ciascuno può scegliere liberamente la propria identità sessuale a prescindere dal dato biologico, o ci siamo persi qualcosa?). Chi l’ha invitato? E perché? Con quale scopo? No, dico è normale che nel contesto di un incontro sulla famiglia, con tutti i problemi di cui soffrono le famiglie non ultimo le virulente politiche laiciste che almeno in occidente stanno sconquassando l’istituto cardine della società, i partecipanti abbiano dovuto sorbirsi – con grande sconcerto per non dire rabbia dei fedeli – il mantra che padre Martin ripete ovunque come un disco rotto, ossia che ciò che fa soffrire gli omosessuali è lo stigma sociale, ergo la chiesa dovrebbe smetterla di discriminarli e anzi dovrebbe accoglierli e integrarli nelle parrocchie, di modo che possano finalmente essere felici e contenti? Tralasciando la sesquipedale rozzezza nonché falsità di una simile argomentazione, la domanda resta: da chi e perché è stato invitato al meeting di Dublino il gesuita James Martin? In attesa di lumi, ciò che preme sottolineare è che mai come in questa fase così difficile e travagliata per la vita della chiesa occorre un'azione decisa e incisiva. Prendendo il toro per le corna e affrontando il problema con determinazione. Innanzitutto chiamando le cose per nome, senza se e senza ma, fedelmente al detto evangelico “il vostro parlare sia sì, sì; no, no, il di più viene dal maligno”.

 

La missione profetica

La chiesa ha una missione profetica a servizio dell’uomo che è quella di annunciare la Verità che, sola, può realmente liberare gli uomini. Alla luce della fede tutto è chiaro, limpido, cristallino. E Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre, tanto quanto il cuore dell’uomo da cui – è ancora Cristo e ricordarcelo – viene ogni male. Poi per carità, nella sua bimillenaria storia la chiesa ne ha viste di cotte e crude. Per cui passerà pure questa (si spera). Né va dimenticato che la chiesa viene da Dio stesso, non è un qualcosa di umano anche se fatta di uomini e donne in carne e ossa. Ciò che rappresenta la miglior garanzia della sua “tenuta”. Ma questo non esime, non può esimere dal guardare in faccia la realtà. Un conto è la legge, questa sì cattolicissima, dell’et-et dove tutto si tiene (a partire dal fatto che la chiesa è santa e peccatrice); altro conto è cambiare le carte in tavola chiamando bene il male e male il bene. Questo non solo non ha nulla a che fare con la vera fede, ma se possibile è il suo contrario nella misura in cui confonde, mistifica, equivoca. Come quei lupi rapaci travestiti da agnelli.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    10 Settembre 2018 - 12:12

    Finalmente un articolo che inquadra perfettamente la questione! Complimenti!

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