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Altro che astronomia. Sposarsi è un semplice, disastroso accidente della vita

Il migliore spot al matrimonio è un romanzo che lo sfotte

16 Settembre 2018 alle 06:16

Altro che astronomia. Sposarsi è un semplice, disastroso accidente della vita

Foto Pixabay

Roma. Sul matrimonio, come su molti affari, aveva ragione Irene Brin: “Anche se le tredicenni mi confidano ‘voglio dedicarmi all’astronomia, non mi sposerò mai’, anche se le sessantenni stridono: ‘Come sono contenta di non essermi ancora sposata!’, io so che mentono. E non solo le nubili vogliono sposarsi, ma le vedove, le divorziate, le divorziande”. E ce l’ha ancora, ragione. Obietterete che non si sposa più nessuno ed è una gran bella verità. Ce n’è, però, anche un’altra: tutti dicono di non volersi sposare, compresa Chiara Ferragni (“Dicevo: matrimonio no, figli sì”, ha confessato a Vanity Fair), che però poi, alla fine, il sì eterno finché dura l’ha pronunciato, firmato, vidimato e bollato mentre noialtri la guardavamo con un certo trasporto (i più abili lo hanno spacciato per interesse antropologico), in tutto simile a quello con cui, nel 1956, il mondo guardò Grace Kelly andare in sposa a Ranieri III di Monaco, mandando al diavolo Hollywood, Stati Uniti, carriera. Se ci fosse un rilevatore e misuratore di enfasi, quella che oggi apponiamo sul matrimonio – tranne poi vituperarlo all’ora dell’aperitivo – risulterebbe forse uguale, per densità, a quella dei decenni in cui “sposarsi, per la donna, rappresenta l’unico, vero, grande, unico successo” (Brin). Meno ci si sposa e più i matrimoni diventano appuntamenti dell’anno; epici eventi social e mediatici; giorni più importanti della propria vita; valori imprescindibili; sistemazioni all’esaltazione della cui convenienza i ministeri dedicano pubblicità progresso; consorzi che i governi s’impegnano a salvare a tutti i costi e con ogni mezzo, anche il più insensato (chiudere i supermercati di domenica, per esempio). A fine agosto su molti giornali statunitensi s’è letta la tragicomica storia di una ragazza che, durante i preparativi della sua festa di nozze, s’è accorta che il suo budget era insufficiente e quindi ha chiesto alla sua testimone un regalo da diverse migliaia di dollari e ha imposto agli altri invitati una quota minima di 1500 dollari a testa. Hanno dato forfait praticamente tutti, testimone compresa, e lei ha annullato festa, marito, chiesa, amore. Dopodiché è andata su un social network e ha scritto accidenti a voi, mostri, volevo solo che fosse un giorno perfetto, “per una volta avrei voluto essere Kim Kardashian”. Tutto il mondo è diventato il primo quarto d’ora di Reality di Garrone e/o il Mezzogiorno d’Italia tra il 1950 e il 1975? No, certo che no.

 

E’ però interessante come l’allerta “matrimonio in declino” esorti a proteggerne ed esaltarne, esattamente come si faceva in quegli anni e in quell’Italia, il lato più insincero, più disonesto, più vacuo. Sarà che vogliamo credere negli assoluti o sarà che gli assoluti sono più facili da comunicare su Facebook, ma se proprio si vuol dire qualcosa di salvifico sul matrimonio (e per il matrimonio), bisognerebbe, con candida lucidità, fare l’opposto di quello che stiamo facendo ora. Sottostimarlo. Ridimensionarlo. Ricordarne l’imperfezione. Ricordare che l’amore finisce, che l’uomo giusto non esiste e allora tanto vale sposare quello che, dei tanti, ci piace di più (non quello che ci sembra il migliore dell’universo e che poi, deluse, finiremo col tradire con un altro che ci sembra il migliore dell’universo e con il quale andremo ad annoiarci e spegnerci allo stesso modo del primo e punto e daccapo signor maestro, di irreversibilità in irreversibilità).

 

Il matrimonio non è esente dalla vita, che è l’istituto peggiorativo per eccellenza. Sposarsi non risolve, non salva, non cura, non lenisce: sposarsi è un bel riparo, un buon argine al dramma dell’insufficienza dell’amore. Non c’è bisogno di festeggiarlo fingendo, per un giorno, d’essere Kim Kardashian: sposarsi è una cosa della vita come molte altre. Come assomiglia al vivere e alle sue ambasce e come, alla fine, proprio per questo, riesca ad alleggerirle, lo ha raccontato assai bene Emily Eden in “Una coppia quasi perfetta” (Elliot), un romanzo del 1830, pubblicato in Italia per la prima volta quest’anno. La coppia quasi perfetta consta di un Fedez e una Ferragni dell’epoca: perfetti, innamorati, ricchi, felici. Dopo i primi mesi da marito e moglie, però, cominciano i problemi stupidi, sciocchi e irrisolvibili che Eden ha il talento di descrivere non come conseguenze di una unione sbagliata, bensì come correlati inevitabili dell’essere vivi. E così, 240 pagine dopo litigi, nevrosi, pianti improvvisi, tristezze e insoddisfazioni infondate ma invalidanti, il prodigio che riesce a Eden è di far pensare che non è male, questo matrimonio, in fondo assomiglia alla vita che faccio già. I migliori amici dell’altare sono i suoi nemici. Speriamo non lo scoprano.

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